lunedì 18 maggio 2015

Affondo, in fondo.

Rendi cosciente l'inconscio altrimenti sarà l'inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.
Carl Gustav Jung
Chiudere gli occhi.
Girare la testa.
Scappare.
Scopare.
Sposare.
Spostare.
Nascondersi.
Odiare invidiare criticare spezzare. 
Coprire gli specchi. Romperli. 
Tattiche di sopravvivenza a noi stessi.
Inutili. Inutile dirlo. 
Giri l'angolo, cambi pagina, cerchi novità, 
e il destino antico e saggio come l'universo 
ti attende. 
Sempre. 
Stai dove sei. Guarda il vortice nero. A fondo.
A fondo. A fondo .
Affondo. Affondo. Affondo. 
In fondo, luce. 
Aggrappati. Fidati.
Fidati. Fa tutto lei. Tu sei lei. Lei è te.
Non fare niente. Sorridi. 
Risali. Respiri. Luccichi. Luccicate. Respirate. Risalite. 
Il mondo è tuo. Tu sei tuo. Niente è più tuo. 
Il destino è esploso. 
A che cosa devi sopravvivere ora? 
Puoi semplicemente vivere.







martedì 12 maggio 2015

La solitudine non (si) dice.

L'altro giorno al paese in cui sono nata si è suicidata una persona.
Poi hanno detto che era un uomo.
Poi hanno raccontato che si sia messo davanti al treno a braccia aperte, un Freccia Bianca, per la precisione. E l'aveva aspettato. L'aveva accolto. E se ne era lasciato mangiare.
Poi non si sapeva chi fosse.
Poi si è scoperto che era del mio paese.
Poi si è scoperto che aveva all'incirca la mia età.
Poi hanno iniziato a dire che se l'era cercata era andato ad un rave organizzato lì vicino a disturbare il sonno dei giusti sporcare drogarsi e se uno si droga e poi non è lucido e si butta sotto il treno e ferma i treni  è colpa sua e noi paghiamo.
Poi ho scoperto che è un ragazzo con cui facevo le vacanze all'oratorio da ragazzina. Uno di quelli che conosci da sempre per nome e cognome e sai che sono un po' strambi e ti attraggono e respingono fanno spesso ridere e l'hai visti spaccarsi sotto i tigli che profumano d'estate e non ti ricordi nemmeno mezza parola scambiata con lui ma ma ti ricordi precisamente il suono della sua voce e il modo un po' sornione in cui sorrideva e come era brusco e cercava il contatto ma come un animale ferito ne aveva paura però bisogno. E ti ricordi, o ti sembra di ricordarti quando all'isola d'Elba tirava i cachi acerbi dall'altra parte del muretto e ha colpito una tizia in testa. E ti ricordi la sua bellissima mamma che sembrava sempre scusarsi per lui.
E mi trovo a piangere per uno che se avessi incontrato settimana scorsa forse nemmeno avrei riconosciuto. O forse avrei pensato: ma è lui? E avrei detto a qualcuno che lo conosceva per nome e cognome come me che l'avevo incontrato, forse era lui, e che sembrava stesse bene/male/meglio/peggio/provato/sereno e avrei pensato presuntuosamente di sapere qualche cosa di lui. E piango per la sua solitudine che sebbene tutti conoscevamo nessuno ha riconosciuto, non ha mai avuto il suo nome. Solo un altro, che non era il suo. Non era mai il suo. Cazzo. Possibile che nessuno nessuno nessuno al mondo sia riuscito a dirgli: non è colpa tua. E' colpa della solitudine. Nessuno che abbia trovato la parola giusta? Dove cazzo sono le parole giuste quando servono? Dove cazzo siamo quando dobbiamo dire le parole giuste? Dove cazzo eravamo quando potevamo capire che lui diceva la parola solitudine in tutte le lingue che sapeva, ma non la nostra?
Ed è triste immaginare la caverna che la goccia dei secondi di dolore che gli gocciolavano dentro gli ha creato. Ed è impossibile pensare lo schianto che ha fatto quando è collassata.
E piango pensando non all'ineluttabilità del suo "ultimo gesto", ma alla solitudine disperata del  suo ultimo abbraccio. Un abbraccio al Freccia Bianca in corsa. Cazzo.


venerdì 8 maggio 2015

Parole in prestito. Uomini, di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Non ci sono uomini poco interessanti.
Sono i loro destini storie di pianeti.
Tutto, nel singolo destino, è singolare
E non c’è un altro pianeta che gli somigli.
Ma se qualcuno è vissuto inosservato
– e di questo si è fatto un amico -
tra gli uomini è stato interessante
anche col suo passare inosservato.
Ognuno
Ha un mondo misterioso
Tutto suo.
E in esso c’è l’attimo più bello
E l’ora più angosciosa,
solo che noi non ne sappiamo niente.
Se muore un uomo,
con lui muore
la sua prima neve, il primo bacio,
la sua prima battaglia…
E tutto egli porta via con sé.
Restano, è vero, libri e ponti
Macchine e quadri. E’ destino
Che molto rimanga, eppure
Qualcosa se ne va lo stesso.
E’ la legge di un gioco spietato:
non muoiono uomini,
ma interi mondi.
Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori.
Ma, in sostanza, che ne sapevamo di loro?
Che ne sappiamo di fratelli e amici?
Che ne sappiamo del nostro unico amore?
E anche di nostro padre, sapendo tutto,
noi non sappiamo niente.
Gli uomini passano…
Ed è impossibile richiamarli in vita.
Impossibile risuscitare i loro mondi misteriosi.
Ma ogni volta desidero ancora
Gridare

per questa irrevocabilità.


martedì 5 maggio 2015

Della fine, che non è indicibile

Chi non si aspetta l'inaspettato, non troverà la verità
Eraclito

Volevo evitare di scrivere sul blog della fine della relazione con il Biondo, che ora ha per me un nuovo soprannome che per privacy non rivelerò se non di persona a chi ne farà richiesta (prevedo la fila).
Eppure ora sono qui a scriverne. Ho scritto a suo tempo dell'inizio, e ora provo a celebrarne la fine. Che la fine fa paura, ma ha una sua bellezza.
E mi dico che da brava Vergine sto cercando motivazioni e ragioni, e ragioni vere ce ne sono, fattuali psicologiche individuali di tempo di desideri di volontà di dinamiche tra di noi di dinamiche sociali e universali e di altra femminilità. Ma non ce n'è nessuna,
E mi dico che sono arrabbiata, e lo sono. E triste, e lo sono. E delusa, e lo sono.
E mi dico che ho perso tempo. E mi dico che ho sbagliato delle cose. E mi dico che morirò gattara. E mi dico che sono diventata adulta. E mi dico che il meglio deve ancora venire. E mi dico che le sfortune sembran fortune e viceversa.
E mi vedo con la volontà di affermare le mie ragioni. E mi vedo a rifiutare le sue. E mi vedo incapace di capire le sue, due alfabeti diversi.
E mi riconosco la volontà di chiudere. E il desiderio di aprirmi il cuore ancor di più, sforzandomi in uno sforzo che mi strema e che non mi soddisfa.
E mi vedo precorrere i tempi e insieme oziare, lasciando gocciolare il tempo nel dolore e nel vuoto che mi si muove dentro, riempiendomi. E mi vedo parcellizzare l'atomo e pure ricostruirlo.
E mi vedo essere viva e lucida e piena come da tempo non ero e mi chiedo se è mai possibile che stia sempre meglio quando sto peggio, o se semplicemente quando sto peggio tutto si accumuli, e il peso che una volta mi poteva annientare, ora mi fa risorgere, se cammino con attenzione sulla cresta dell'onda delle rovine che crollano invece di lasciarmi andare a peso morto sotto le macerie.
E mi fermo e vedo momenti di felicità provvisoria che non voglio scambiare con nessuno, che non ridarei indietro nemmeno se sapessi di potermi scontare questa pena. E che tengo per me.
E mi fermo e vedo dei momenti di infelicità provvisoria che ho cercato di annullare, di non vedere, di arginare e fermare, pensando che bastasse la volontà. E ora guardo anche quelli. E li tengo per me.
E mi fermo e vorrei buttare dal balcone le poche cose che ha lasciato.
E mi fermo e mi metto la felpa che mi ha regalato.
E mi fermo e penso ai contratti che avevamo reciprocamente firmato. E non so se li abbiamo firmati davvero, e quando. Forse un milione di anni fa.
E penso che vorrei strappargli i capelli che ha in testa, che tanto gli cadranno prima o poi. E penso che non riesco a fargli del male, e che mi fa incazzare non riuscirci. E penso che ne starò fuori, dal bene e dal male che gli accadranno o si farà accadere.
E penso che vorrei vedere ancora la sua anima buona, e ora non ci riesco per niente. E vorrei vedere anche la mia anima buona, e ora non ci riesco fino in fondo.
E odio le differenze che non ho notato, e le amo perché sono ciò che ci ha tenuto insieme e che ci siamo scambiati. E penso che magari non gli ho lasciato niente, e mi sento inutile. E penso a ciò che mi ha lasciato, ed è poco, ma di pregio.
E mi guardo in questa casa colorata e ancora spoglia ma disordinata e penso che anche se soffro lui non mi manca qua dentro. E allora mi chiedo perché soffro, per che cosa soffro, per chi soffro.
E la cosa per cui soffro è l'impossibilità di riconoscere lui che ha scelto di non farsi più riconoscere, e la sensazione di impossibilità nel riconoscere me, perché gli altri, soprattutto chi amiamo, sono il nostro specchio.
Ma io forse in quello specchio da tempo non mi guardavo davvero e non sapevo più il suo nome, non lo sapevo più sia perché lui me l'ha celato sia perché io non lo sapevo più dire. E non lo so più dire a tal punto che l'ho cambiato.
E allora perché, perché soffro? Perché non allargo il cuore e abbraccio l'Universo, e anche lui che ora non so nominare?
Soffro perché ho perso il controllo. Perché non sopporto di averlo perso. Perché ho deragliato, sono andata troppo veloce, siamo andati troppo veloci e le forme hanno perso forma e i colori hanno perso colore come il paesaggio dal finestrino di un treno veloce.
Soffro perché mi sono dimenticata che in fondo alla vita non c'è il cartello di Arrivo. C'è solo la vita che finisce, e se punti al cartello di Arrivo ti perdi il viaggio. E io l'ho perso per un po'. Puntavo all'Arrivo, e ho chiuso gli occhi e trattenuto il respiro e speravo di arrivare a destinazione serrando le mandibole. E quando ho respirato di nuovo e riaperto gli occhi, lui non c'era più.  E io non sapevo bene dove ero. E io non so più bene chi è lui, e chi sono io.
E ora potrei anche continuare a soffrire. Ma se anche mi sforzo di cancellarlo, se anche mi impongo di ignorarlo, quel pezzo di viaggio l'ho fatto,  un po' con lui un po' da sola. E mi ha portato qui. E qui, anche se è difficile da accettare, qui non è altro che un dato di fatto, qui è dove le cose sono come sono. Qui è il posto in cui l'inaspettato svela la realtà.


lunedì 4 maggio 2015

Detto zen

"Si è zen quando si è zen, non quando si decide unilateralmente che si è diventati zen. Porco cazzo."


domenica 3 maggio 2015

Visioni notturne: aprite quella cazzo di porta!

Stanotte, complici forti emozioni e alcune molecole chimiche, ho avuto una sorta di visione. Non propriamente un sogno, e nemmeno qualcosa ispirato da dio (fatto che sarebbe straordinario, visto che credo di non credere in dio). Semplicemente immagini che si componevano chiaramente e confusamente, che mi hanno lasciato con un senso di splendore e chiarezza.
Il mood visivo era quello del videoclip di Protection dei Massive Attack girato da Gondry. Case, tante case, grattacieli di alveari di case, in cui entravo ed uscivo volteggiando nell'aria come la mdp del videoclip. In una di queste case incontravo anche me stessa, in altre invece sconosciuti di ogni razza, e in altre amici e persone amate. Ad un certo punto mi accorgevo che queste case erano finte, erano solo fondali appoggiati a cantinelle, come a Cinecittà. E io cercavo di avvertire le persone che incontravo, e anche a me stessa dentro casa mia, ma non ci riuscivo.
Finché poi ho scoperto che accanto ad ogni casa finta, ce n'era una reale. Calda, solida, luminosa. E che c'era una porta che tutti ignoravamo che collegava la finta casa con la vera casa.
E oltre quella porta c'era la nostra vita come avrebbe potuto essere se avessimo avuto coraggio, avessimo scelto l'amore, avessimo preso i rischi giusti, avessimo scelto l'unione (reale interdipendenza tra uomini e con la Natura) invece della separazione (illusione dell'ego).
E in un attimo mi era chiaro che oltre quella porta, se non l'avessimo varcata durante la vita, ci sarebbe stato il nostro personale inferno dopo la morte: l'eternità passata a contemplare tutto ciò che non ci eravamo concessi, disperati e mangiati dal rimorso.
E ho avuto una pena infinita per l'umanità. Poi mi sono svegliata, anche se non stavo davvero dormendo, e la pena è rimasta. Ma alla pena si è aggiunta un'energia chiara e pura, che oggi proteggo e conservo e che da domani lascio crescere e fluire.



giovedì 30 aprile 2015

Eugualeemmeciallaseconda

Come è possibile pensare ancora il mondo in termini puramente materialistici?
L'energia invisibile e la massa tangibile sono stati messi insieme dalla fisica, da Einstein per primo o forse per secondo, perché pare un italiano con baffoni l'avesse capito e scritto un paio d'anni prima di lui.
Gli atomi, che sembravano indivisibili e si dicono indivisibili, se guardati a fondo sono solo vortici di energie piene di vuoto, eppure a noi sembra, oltre ogni ragionevole dubbio, di essere consistenti.
I nostri pensieri cambiano il mondo, e non sono che il frutto di scambi energetici tra i nostri neuroni che sono pieni di vuoto. E questi scambi, se ci mettiamo energia, li possiamo addirittura controllare, indirizzare, stravolgere.
Tutto ciò che ci emoziona ci emoziona per l'energia che ci trasmette, e quando vogliamo emozionare dobbiamo metterci energia, fosse anche solo per creare un buon piatto di pasta.
Il sole brucia con fragore e lentezza inesorabile la sua massa, facendoci abbronzare e facendo crescere le fragole e lasciandoci tristi nelle estati fredde: ci sembra eterno, ma tra qualche miliardo di anni collasserà pure lui.
Come cazzo si fa ad essere materialisti integralisti? A non vedere non dico la superiorità dell'energia ma almeno l'equivalenza tra energia e massa?
A me serve, e la sto costruendo, una visione strabica, come quando alle superiori si studiava la luce e mi dicevano che a volte si comporta come corpo e a volte come onda e non capivo.
Ora invece mi è chiaro: noi, io, te, il mio gatto, dio, il vaso di gerani sul terrazzo viviamo tutti sul filo del rasoio tra onda e particella, tra spirito e materia, tra materialismo e idealismo.


giovedì 16 aprile 2015

Fuorisalone? Magari

Mi sento fuori luogo, fuori tempo massimo, fuori sincrono, fuori fuoco a tratti, fuori gioco, fuori budget, fuori concorso, fuori dai binari, fuori misura, fuori dal mondo, fuori moda, fuori tema, fuori stagione, fuori onda.
Eppure so che non sono fuori strada. E nemmeno fuori mano.
Sono dove e come devo essere, anzi dove e come voglio e posso essere. E continuo a camminare. Ma ogni tanto riposerei volentieri.


domenica 12 aprile 2015

La filosofia del My little pony

L'altro giorno una tizia incontrata per la prima volta mi ha raccontato un aneddoto.
Sua figlia ha 4 anni. Amava molto il cartone My little pony (un assaggio qui). Ora lo guarda, ma non si appassiona più come una volta. La bimba guarda altri cartoni animati, ma senza voglia, senza trovare niente che la entusiasmi davvero. Questa bella mamma bionda si è accorta che sua figlia è triste, che vorrebbe trovare qualcosa che la appassioni di nuovo. E lei la osserva e pensa che per diventare grandi bisogna attraversare questa fase di malinconia, in cui il vecchio non ci dice più nulla e bisogna solo andare avanti, avere il coraggio di cercare qualcosa di nuovo. 
E io mi sento così. In un limbo in cui il vecchio me lo sarei tenuto, ma senza entusiasmo, e il nuovo non so dove sia. Non parlo ovviamente solo di uomini (sarebbe tutto così semplice se avessi anche solo nei pensieri qualcuno, o se uscissi a cercarlo in preda alla furia) ma di tutto. La vita che facevo, i passatempi che mi appassionavano, le scelte che pensavo mi fossero chiare, le abitudini consolidate. 
Qualcosa resta, saldo e solido. Qualche cosa si allarga. Qualche cosa si restringe e la guardo svanire con una malinconia che mi spezza il cuore. Ma ho solo due possibilità davanti: restare attaccata al vecchio per abitudine, o uscire/entrare in me a cercare il nuovo. 
Attendo. Uso questo periodo di risacca fino alla prossima onda, che mi porterà altrove. E mi illuderò di sceglierla io questa onda e in qualche forma lo farò davvero, ma mai completamente perché io non esisto davvero, e di nuovo l'onda mi lascerà da qualche parte con la malinconia e di nuovo attenderò e ne sceglierò un'altra. Speriamo siano onde lunghe, perché la malinconia è una compagna esigente, non vorrei incontrarla troppo spesso. 



venerdì 10 aprile 2015

Che figata!

Quando molte delle nostre energie sono occupate a preservarci dal dolore presente o dai dolori passati, oppure a nascondere le vergogne che ci sembrano impossibili da condividere senza far fuggire le persone che ci amano, oppure a crearci un mondo perfetto a prescindere dalla realtà, oppure a tenere a bada i nostri bambini cattivi, oppure a pensare a ciò che si dovrebbe fare o a come si dovrebbe essere invece che fare ed essere ciò che possiamo e vogliamo,  allora non riusciamo a vivere pienamente.
Quando per caso o sforzo o entrambi richiamiamo le energie a noi, al qui ora adesso vero reale possibile e fattibile, la vita sembra un posto meraviglioso. E diventa un posto meraviglioso, in cui tutto è al suo posto, dolore vergogne sbagli inclusi.
E questo non l'ho letto in un cazzo di libro di psicologia o di psicomagia o di spiritualità. Questo l'ho visto accadere, a più riprese, in me. Ma mai con questa potenza.
E sarà passeggero, come tutto. Ma ora so che è possibile usare le mie energie per me, e quindi per gli altri, invece che sprecarle per contenere ciò che è difforme, non consono, inadeguato, sbagliato, non previsto, e so che lo potrò fare ogni volta che perderò questa sensazione di pienezza ed energia che sento ora.
E non avrò bisogno di stregoni santi o psicologi che intercedano per me, anche se li ringrazio molto per ciò che hanno fatto. Perché ora so che volere è potere. E dovere è morte.
E mi sembra così ingiusto e triste che chi amo e anche chi non amo non riesca a capire che c'è un punto in noi in cui la vita scorre potente. Il fottuto problema è che raggiungere questo posto è un'impresa difficilissima, e noi umani siamo codardi. Ma anche questo è perfetto, e anche la nostra codardia si può trasformare in carburante. Basta accettarla.


mercoledì 8 aprile 2015

Trovare cercare imbattersi inciampare

Ho camminato per Corso Sempione, poi per il parco, poi ho preso la metro a Cadorna all'ora di punta.
Ragazzi che limonavano con vecchio nei paraggi che fingeva di telefonare ma intanto li guardava lussurioso oppure curioso, venditori ambulanti che sorridono chissà se realmente o per inerzia, riflessi su pantaloni di pelle, gente che agonizzava nella corsa, gente che correva atletica. Ragazza con leggings che mi piacevano, impiegati tristi, una dark anoressica fuori tempo massimo, milanesi imbruttiti e milanesi imbellettati per cocktail alla Triennale. Cani, palestrati italiani sudamericani russi che si allenano, turisti francesi, fidanzato che finge di voler andare a vedere una mostra, fatica nel telefono, esuberanza, fretta, cazzeggio con le lentiggini dell'adolescenza. Mani che reggono borse, spalle che reggono zaini. Occhi che guardano schermi o schermi che prosciugano gli occhi.
Ondate di vuoto e di troppo, la testa che da quando sono tornata dalla meditazione mi formicola e si stringe e si allarga.
Cose che si fanno parole che si fanno cose che di fanno parole. Mente che tutto ingloba e trasforma.
Vedo camminare sacchi di cause ed effetti. Punti interrogativi saldati tra di loro, catene inesorabili. Le sento tintinnare, o più spesso raspare i pavimenti. Siamo sacchi di carne pieni di cause ed effetti. Alcuni inconsapevoli, altri consapevoli, felici o infelici, pochi per merito molti per caso caos destino, nessuno per colpa.
Mi sforzo di restare lucida. Ma salgono onde fortissime. Che mondo è? Perché non scoppiano tutte le centrali nucleari insieme, così da azzerare tutto? No no no, nessuno merita di morire. Ma nemmeno di vivere. Nessuno ha chiesto di vivere. Ma tutti vogliono vivere felici. Chi con gli altri, chi contro gli altri, chi grazie agli altri, chi da solo.  Pubblicità nella metro. Muri di persone. Odore. Caldo del riscaldamento, freddo dal tunnel.
Un attimo prima del mio crollo: parte in testa la canzone dei Monty Python, sigla d'apertura de Il senso della vita. La vita è seria, ma non va presa sul serio. Tutto ha un senso e ci si arriva comunque. Chi cerca trova. E chi non cerca trova ciò che non cerca e lo prende per buono.



lunedì 30 marzo 2015

Nel sole.

Vorrei credere in Dio. Almeno avrei qualcuno contro cui arrabbiarmi.
E invece fumo, e non riesco a meditare per placare la rabbia con metta. E nemmeno a dormire. 
Ora però ho comprato i Plasmon. Che fanno bene ai bambini. Ai bambini interiori sofferenti, e anche ai bambini non nati. 

mercoledì 25 marzo 2015

i sogni di una vita portano male

Ero in coda al supermarcato. E mi stavo per infastidire, perché le signore davanti a me ci stavano mettendo un millennio.
Inaspettatamente però sono uscita dal mio mondo di solo pensiero, e ho ascoltato la conversazione in corso.
Una delle signore era reduce dalla Crociera Costa i cui passeggeri sono stati coinvolti, e alcuni uccisi, nell'attentato a Tunisi.
"Ho avuto paura, però ormai ero lì e non sono tornata a casa in aereo. Brutto eh. Che disgrazia. Però ecco,  poi hanno fatto il lutto. Giusto, eh. Però niente musiche, niente balli. E mare alto. Ah che disgrazia, però è stato brutto per me, ho dovuto prendere la valeriana per dormire".
Ho avuto un moto di raccapriccio: "Ma brutta stronza, e i poveracci morti? Befana di una befana!" Però mi sono accorta che la signora aveva probabilmente sognato una crociera da anni, e che effettivamente era stata una sfiga e che proprio per il suo desiderio fortissimo le era impossibile staccarsi dalla sua versione dei fatti perlomeno parziale.
E poi alla fine siamo un po' tutti così:  il nostro ombelico (ego, desiderio, mio mio mio solo mio) è la cosa più importante di tutti. Ci importa di godere, sempre. e di salvarci la vita, sempre. Anche da pericoli inesistenti.
Però alla fine la vita forse ci salverebbe dalla vita più di noi stessi. Che cazzo voglio dire? Che dovremmo buttarci da una rupe alta, metaforicamente parlando, e lasciarci morire. Io io io smetterebbe di esistere. Saremmo più sereni, e al supermercato ci metteremmo di meno, oppure di più perché parleremmo felici perché invece di divisione ci sarebbe concordia. Non la Costa Concordia, però...


venerdì 20 marzo 2015

How you see is what you get

Durante la lezione di pedagogia speciale.
-  Però io vorrei una diagnosi
- Che cosa?
- Una diagnosi?
- Di che cosa?
- Bho, sarebbe bello.
- ...
- Per sapere, no. Per definire, mettere a posto, nominare. E per avere una cura
- Ma la diagnosi non c'è
- ...
- E passiamo la vita a fare tentativi empirici per curarci da non sappiamo cosa

Il bello del TFA a Brera. Le conversazioni tra nati il 21 settembre.


sabato 14 marzo 2015

Il ddl #labuonascuola, scritto con l'hashtag tutto attaccato

Per andare al sodo: mi sono letta il disegno di legge. Tutto.
Un riassunto veloce: una m***a totale. A parte la destinazione di fondi per la ristrutturazione delle scuole e in particolare per la sistemazione delle controsoffittature, punto dolente, e cadente, di molte scuole italiane.
Il ddl  #labuonascuola, scritto con l'hashtag tutto attaccato, parte da presupposti fintamente pedagogici che inizialmente sembrano quasi condivisibili, finché non ti accorgi che buttano all'aria tutte le visioni innovative, olistiche e umane dell'insegnamento. Si insegnerà solo ciò che serve. Ma soprattutto a sorvegliare la scuola, i programmi, i docenti, gli studenti, i fornitori, i commessi, le aziende del territorio e anche l'assunzione giornaliera dei due litri d'acqua a persona ci sarà lui: il DIRIGENTE SCOLASTICO.
I decreti delegati degli anni 70? Via. La scuola come organismo collegiale? Via. La libertà d'insegnamento come prevista dall'art.33 della Costituzione? Via. Ci vuole un uomo solo al comando per far funzionare bene le cose. Lo dimostra, molto chiaramente, il capitalismo. Il capitalismo che con le sue crisi ci ha portato qui, in questo lungo decennio di recessione in cui a recedere sono i poveri (in soldi, non in numero) mentre i super ricchi aumentano (in soldi, ma anche in numero), ma pazienza. Uomo forte sia.
Inoltre il decreto legge #labuonascuola, scritto con l'hasgtag tutto attaccato, non prende proprio in considerazione alcune cosine, che cosine non sono.
1. Dopo 36 mesi di supplenze, anche non consecutive, non si può più essere richiamati nelle scuole pubbliche. Quindi i docenti, anche abilitati, che non hanno il ruolo e insegnano da più di 3 anni? Li mandiamo a spasso? Li mandiamo nelle scuole private dove vengono pagati 400 euro al mese nonostante i sussidi statali in palese contrasto con l'art. 33 della Costituzione? Rinnoviamo il corpo docente ogni tre anni? Li sterminiamo?
2. In Italia il sistema del merito, che qualche (pochi) merito ha, non può funzionare, perché la famiglia e gli amici contano molto di più del merito (si vedano a titolo d'esempio le ramificazioni familiari in alcuni atenei, ospedali, rami del Parlamento, banche ecc). In Italia chi ha potere lo usa per avvantaggiarsi, mai, o molto raramente, per avvantaggiare l'istituzione che presiede.
3. La scuola dovrebbe essere, anzi è, uno strumento di democrazia: deve guardare non solo o non come prima preoccupazione all'eccellenza. Deve lavorare soprattutto per "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" come da art. 3 della Costituzione Italiana. A me piacciono i bravi, io ho sempre voluto essere brava, e sono anzi consapevole che ci sia una nevrosi in questa mia volontà. Quindi so che trasferire, come sta accadendo anzi è già accaduto nei paesi anglosassoni, la legge della giungla da un livello pratico di sopravvivenza ad un livello intellettuale/lavorativo è pericoloso.
4. Inserire la formazione degli insegnanti nella laurea magistrale è una stupidaggine. Per insegnare servono competenze ampie e solide sulle materie. La laurea triennale ha abbassato il tiro, lo dicono tutti, università incluse. Vogliamo mandare ad insegnare persone che sanno poco più dei loro studenti? Che non hanno mai conosciuto il piacere di approfondire, scoprire, analizzare, sintetizzare, rielaborare?
5. #labuonascuola, scritto con l'hashtag tutto attaccato, vuole fortemente far uscire dalla scuola dei professionisti. A parte l'idea ripugnante che la scuola serva a formare lavoratori e non cittadini, anche dal punto di vista del mercato è una stupidaggine. Il mercato del lavoro cambia continuamente, io ho fatto almeno 10 lavori diversi non considerando la cameriera e le varie attività di volontariato. Non dovremmo formare persone capace di rinnovarsi, e anche di rinnovare questo mondo squilibrato, nel duplice senso di pazzo e ingiusto?
6. Dando fondi alle scuole in base al merito, quali saranno i risultati? Le scuole buone resteranno buone e miglioreranno, le scuole in territori difficili peggioreranno, oppure smetteranno di bocciare e abbasseranno il livello, per continuare ad avere finanziamenti. Difficile da prevedere? Evidentemente sì, per i geni de #labuonascuola, scritto con l'hashtag tutto attaccato. Oppure è prevedibile, ed evidentemente desiderabile. La mia permanenza in una scuola inglese periferica me lo conferma, così come testimonianze di molti docenti a cui i supremi dirigenti scolastici chiedono: non bocciate. Non per adesione al credo di don Milani, sia chiaro, ma per evitare ricorsi, riduzioni delle iscrizioni e dei conseguenti finanziamenti.

Quindi, con il presente post, a cui attribuisco un valore legale che evidentemente non ha, mi impegno solennemente a scioperare, manifestare, attivarmi perché #labuonascuola, scritto con l'hashtag tutto attaccato, non diventi legge della Repubblica Italiana. E mi impegno a sostenere un modello diverso di scuola, a partire dal mio quotidiano essere docente, fino al supporto alla legge d'iniziativa popolare sulla scuola, consultabile qui: http://adotta.lipscuola.it/lip-scuola-al-senato.pdf



lunedì 9 marzo 2015

Fol­low Your Bliss

Non scrivo da tanto.
Non ho tempo. Pua, scusa banale. Non so che cosa scrivere. Altrettanto banale.
Non lo so, non ho scritto.
Però ho letto. Sto leggendo Jonathan Franzen, Libertà.
E scopro che il "mio" io è totalmente inattendibile. Leggo vite degli altri, e inizio a non credermi più.
Layers di motivazioni futili, di risentimenti, rancori, paure, egocentrismi mi dominano.
Mi dà un piacere fisico, quasi sessuale, leggere. Da sempre. Giro per casa, per strada, sui mezzi: totalmente obnubilata. Totalmente presente.
Non me ne frega un cazzo. Ho un viaggio da compiere. Qualcuno l'ha già scritto per me. Devo solo trovarlo, e infilarmici dentro.


giovedì 12 febbraio 2015

Mondo gatto. Anche oggi cercheremo una breccia.

In giorni come questi, spesso
la tetraggine m’assale
e il vivere d’ora in ora
mi tortura. Ma arrivi tu
che sconfiggi la noia
coi tuoi discorsi variopinti.
Anche oggi cercheremo una breccia.
Una parola che ci possa salvare
e che ci tenga in bilico
sul confine ideale tra realtà
e fantasia potrà, anche

se per poco, cangiare l’esistenza

Eugenio Montale, da Diario Postumo

Ho un gatto. E' bianco e nero, si chiama Apache. E' arrivato da me poco più di un mese fa. Me l'ha portato Danilo, che mi vuole bene e anche se non lo dice mai poi regala tutto quello che ha.
Il Biondo non lo voleva. Io sì. Sapendo che le mie altre storie con i gatti erano state strane e si erano interrotte bruscamente. 
E, per lo sbalordimento di alcuni, la mia comprensione di me e del mondo da poco più di un mese passa attraverso di lui. Passa attraverso Zampa Lumière detto Apache.
Questa cosa bianco e nera che gira per casa ha subito rischiato di morire per aver mangiato un pezzo di elastico. Incredibilmente non avevo senso di colpa. Eppure io ho sentito, nello sforzo di sopravvivere di un gatto malandato, ho sentito rinnovato, e infine esorcizzato, come bruciato e dissolto in catarsi, il mio dolore per un bambino inaspettato che qualche mese fa ha attraversato la mia pancia, giusto per il tempo di accorgermene e di farmi prendere due chili. Ho risentito il sonno, la fame, l'incapacità di vedere il mondo chiaramente di quel mese di inconsapevole ma chiarissima maternità. Ho visto l'ospedale, gli amici che mi hanno sorriso e consolato, la rabbia crudele che ho provato, lo scherno, il sollievo, Sì, anche il sollievo. Perché stare negli schemi è più facile che starne fuori, più facile che aprire i cancelli, la pancia, l'utero e la vagina. 
Apache poi è stato bene, e io credo di essere pure allergica al suo pelo. Ma è bello dormire con lui, che mi mette le zampe in faccia e fa le fusa come se niente di più importante al mondo esistesse. Insieme a lui ho imparato a muovermi piano, a fare una cosa per volta, a non scattare sull'attenti per ogni minchiata mi passi per la testa. Respiro, e lo lascio respirare. Mi faccio morbida. Ho studiato come rapportarmi con lui, che l'amore è studio e impegno. Ho visto il Biondo guardarlo, e giocare con lui come solo i maschi sanno giocare, precisi, concentrati, divertiti. 
Apache poi è sparito. E io non lo so come fosse possibile, ma io sapevo che cosa gli fosse successo: qualcuno aveva deciso di tenerlo. Per un poco ho ceduto al vuoto della certa incertezza della possibilità. Poi ho capito. Prima di arrendermi, dovevo provarci, trovarlo. Sono uscita, fottendomene del ridicolo interiore, a cercarlo casa per casa e l'ho trovato. E ho scoperto cercandolo che cercavo qualcosa di resistente, vero e puro in me. E ho scoperto che stavo scoprendo che le persone hanno bisogno di amore, e siccome non possono non vogliono non si fidano a consegnarlo agli umani, lo danno ai gatti, senza vergognarsene. E poi ho scoperto un atto d'amore: un'anziana vicina che ha visto Apache andare avanti e indietro sui tetti e un giorno l'ha preso in braccio e l'ha portato da suo marito immobilizzato a letto, e insieme gli hanno dato un nome: Sansone. Come hanno fatto per anni, ribattezzando tutti i gatti che hanno attraversato il loro terrazzo. E ho scoperto che si può volere così fortemente e superficialmente una cosa da prendersela anche quando non ci appartiene, anche se questa cosa non è una cosa ma un animale.
E ora Apache è tornato, e mi ritorna in mente quando leggevo libri di neuroscienze, in cui scoprii che l'ansia e lo stress sono solo la paura che ci resta attaccata addosso senza che riusciamo a scuoterla via. E crescendo la paura che ci cresce addosso ci modifica e deforma, come un glicine deforma il tubo su cui si arrampica.  Guardo Apache e gliela vedo addosso, la paura. E vorrei soffiargliela via. E la vedo addosso a me, per motivi che non so nemmeno più. E so che noi umani siamo solo degli animali capaci di vedere le proprie emozioni, ma spesso incapaci di gestirle tanto quanto un gatto bianco e nero di sei mesi. 
E ho visto che per tranquillizzarlo, devo solo essere lì. Che è quello che tutti gli esseri umani si aspettano dagli altri. Ma essere lì è difficile. E allora stiamo nelle nostre teste, a tendere inutili agguati ai nostri pensieri. Invece di mangiare, bere, fare l'amore, compiere mirabolanti avventure sui tetti e fare le fusa. 


Nella foto: Marina Abramovich, foto della performance The Artist is Present, Moma, NYC, 2010

domenica 8 febbraio 2015

Inner conversation

"Nessuno è perfetto.
Però tu Marilisa sei davvero banale, nell'essere come tutti gli altri. A me di quegli sfigati non importa, ma voglio che tu, tu che vai in giro spacciandoti per me infangando il mio nome e la mia immagine, voglio che tu sia perfetta, e non ti darò tregua."
Firmato:
l'ego.





sabato 31 gennaio 2015

Un post antiborghese

How you see is what you get
Found online

Finalmente ho avuto la controprova che mi serviva per farmi svegliare definitivamente. Proprio mentre mi stavo chiedendo che cosa fosse successo di una parte di me che a fatica avevo reso battagliera e si era trovata una sua dimensione, poi si era affievolita, poi l'avevo sedata e poi si stava andando a fare un giro.
Niente accade mai per caso (seconda controprova).

Sì, ho usato nel titolo la parola borghese (e addirittura la parola antiborghese.)
L'ho usata con il senso che le attribuisco da qualche anno, come mi insegnò, anzi tentò di insegnarmi il siculo ex-fidanzato, ma allora non lo capivo e solamente più tardi ho rielaborato. Borghese è chi vive la vita che va vissuta, tira avanti senza domande, non guarda mai il lato oscuro per non esserne accecato, fa esattamente le cose che vanno fatte, non scarta mai di lato, non crea niente e ricicla tutto paga il mutuo con la rendita e non delude mai.
E sorprende solo in bassezza, e solo idioti come me.
Ma l'ho usata anche con il senso che da Marx in poi gli è stato attribuito: la classe sociale che ha il monopolio per l'utilizzo dei mezzi di produzione, che però non usa, ma fa utilizzare ad altri. Fanculo se la nostra società è smaterializzata. I mezzi di produzione (e soprattutto di diffusione della conoscenza, vero bene della nostra epoca) esistono ancora. Il capitalismo esiste ancora, ed è abbastanza in buona salute, e quindi esistono i borghesi.
E i borghesi, con poche pochissime eccezioni, sono degli stronzi, che pensano, anzi sanno (perché per loro è la verità) che concedendo ai lavoratori, dietro un compenso, l'utilizzo dei propri mezzi di produzione (utilizzo che creerà plusvalore, che prontamente tratterranno) si siano comprati le persone, tutte intere. Nei casi di delirio più grave, pensano di essersi comprate anche la felicità, e addirittura di poter disporre delle risorse di tutti, che tanto loro hanno i soldi.
Il tutto nascosto dietro ottime maniere, accenti puliti e conoscenze giuste.
E ovviamente con la benedizione di Cristo in croce.
Ecco, io sono antiborghese. Ecco, io voglio essere antiborghese.