venerdì 25 ottobre 2013

Al cor gentile rempaira sempre amore ovvero che titolo della madonna

Tutti voi che abitate il mio cuore
chi siete
dove siete.
Siete me travestiti da voi.
Siete voi travestiti da me.
Volteggiate e giocate a nascondino
e.
Vi fate solidi e inamovibili.
E.
Ma sono io, che gioco ad essere voi.
Siete voi, che vi giocate di me.

Morbida e tiepida
come un rifugio antiaereo,
la caverna del mio cuore.
Rustica e solida
come una malga d'alpeggio.
Vi nutro, inondo e tengo il ritmo dei (per i) vostri abbracci.
Non c'è scelta nello scegliere,
non c'è essere nell'essere scelta.

Soffro il solletico.
Gradisco le grattate.
Fermo le ferite.
Sorrido i sospiri.

Ombre nell'Ade.
Se mi volto a cercarvi ve ne andate.
Se ve ne andate, mi volto a cercarvi.
Se mi cercate, mi volto a guardarvi.
Confondo i nomi, le storie, le date. Intreccio
amori e disfo legami. Mi confondete.
Mi rendete confusa.
Ma è chiaro infine. E il sangue si fa trasparente
e potente.
La perfetta somma della parti. La parte perfetta della somma.
La perfezione della somma della parti.
Tutto traspare. Tutto risuona.
Tutto tace.
Tutto, non vinto, soggiace.
Tutto rinasce.







martedì 22 ottobre 2013

La lingua madre (e matrigna)

Do you think I know what I'm doing?
That for one breath or half-breath I belong to myself?
As much as a pen knows what it's writing,
or the ball can guess where it's going next.

Jelaluddin Rumi

Mi accorgo che il mio inglese è migliorato, perché da quando sono sola e penso in italiano a quando riesco a far fluire una conversazione in inglese, il tempo si sta notevolmente riducendo.
Lo switch è più veloce e meno traumatico, e la conversazione sempre più spedita.
Riflettere sulla padronanza di una seconda lingua mi ha fatto accorgere di una cosa, che ho sempre sospettato.
Il linguaggio, di qualsiasi tipo, è il nostro unico strumento per comunicare il nostro mondo, la nostra esperienza interiore. Non ne possiamo fare a meno perché abbiamo bisogno di avvicinare gli altri alla nostra realtà (nonché di provare a intuire quello che gli altri sentono), ma il linguaggio è sempre un tradimento della realtà.
Così come la traduzione da una lingua all'altra è un tradimento.
E mi accorgo che parlare una lingua che non è la mia, e mai lo sarà, (guardate questo splendido reading di una poesia di Sujata Batt) mi sta riportando ad una semplicità e ad una maggiore aderenza al reale.
Non posso nascondermi dietro complicate evoluzione verbali, sintattiche o retoriche in inglese. I can but keep it simple. And real.
Il godimento di avvicinare una qualsiasi questione e analizzarla da molti punti di vista grazie al linguaggio è innegabile, ed anche un processo certamente utile. Ma  spesso scambiamo la decorazione, l'analisi, la sofisticatezza per la realtà. Che stupido errore, la realtà è semplice. Davvero semplice.
Come il mio inglese, come il linguaggio dei bambini.
Come qualcosa a cui abbandonarsi. Come una tigre nella foresta, agile e scattante e totalmente presente in ciò che fa. E una tigre, in punta di penna e in punta di lingua non la potremo mai addomesticare. E se anche riuscissimo, in punta di frustino, ad addomesticarla, l'avremmo solo privata della sua grandiosa bellezza e ridotta ad uno spettacolo da circo.
E' questo che vuoi, dalla realtà?



domenica 20 ottobre 2013

Che a volte mi devo dire che sono bravona!

Per la prima volta dopo molto, troppo tempo, so precisamente chi sono, a che punto sono, che cosa sto facendo e perché, e apprezzo anche il come.
È magnifico. È magnifico che sia ancora possibile.


martedì 15 ottobre 2013

Se il mondo non scompare in un buco nero


You must have chaos within you to give birth to a dancing star.
Friedrich Nietzsche, allegedly

Se il mondo non scompare in un buco nero è grazie ai bambini che sbagliano per imparare, agli adolescenti che vogliono solo crescere davanti ai tuoi occhi adoranti e vederti con un sorriso una volta ogni tanto, ai migranti che rimescolano lingue razze usanze che altrimenti andrebbero a male, a chi ci prova fortissimo, ai cercatori di pepite d'oro, agli incontentabili sempre soddisfatti delle loro ricerche e mai dei loro risultati, ai cacciatori di formiche, a chi non ammazza le api pigre intrappolate a ottobre in una stanza,  a chi trova forme nelle nuvole, a chi si da dello stupido e poi per consolarsi si mangia la nutella, a chi balla da solo in camera, a chi crea dal nulla, a chi annusa il fieno e lo smog, a chi coltiva gerani in città.
Se il mondo non scompare in un buco nero istantaneo è per lo spazio che creiamo in noi per accogliere follia, bellezza, insensatezza, gratuità, amore, capriole e stelle.


sabato 12 ottobre 2013

Faber est suae quisque fortunae

Come è possibile non credere al karma? O perlomeno non credere che le cose che dobbiamo affrontare ci si presentino sempre, e in forma sempre più difficile, se non le affrontiamo la prima volta?
No, perché per me è impossibile. Io non mi so spiegare altrimenti questo pezzo di vita in cui sono adesso.
Sono nella versione inglese di RdL, il mio bergamasco paese d'origine di cui molte volte parlai in questo blog. Pianura, freddo, campagna, vaga noia. Ciò che devo affrontare è chiaro: trovare un senso non nella frenesia della vita, ma nella vita.
Vivo con una coppia di signori che, cattivo gusto nell'arredamento a parte, mi ricordano molto i miei. Gran lavoratori, semplici, battuta pronta, nazionalismo di facciata, orto e poche pretese culturali. Ciò che devo affrontare: la mia spocchia para intellettuale e artistoide.
Non ho veri e propri amici finora, e cerco di evitare di vivere incollata alla tecnologia per parlare con gli amici italiani. Ciò che devo affrontare: la solitudine, l'aspettarmi sempre che qualcuno si occupi e preoccupi per me.
Ho la sensazione che questa non sarà la mia condizione di vita per sempre, ma che sia una specie di purgatorio in cui, mentre mi purifico da scorie passate, riesco a mettere a fuoco il mio futuro, e a gettare semi perché fiorisca.
Del resto occuparsi del proprio karma è proprio andare a ripescare le cause dell'attuale sofferenza, e con atti volontari benefici, far sì che smettano di proliferare, piantando invece semi di futura felicità.
Let's get the job done.


sabato 5 ottobre 2013

Lampedusa

Questo disastro di Lampedusa è, per me, una sorta di tragica epifania, così potente che vorrei fingere di non curarmene, perché mi devasta ogni volta che la incontro nei miei pensieri o nelle mie letture.
Mi sconvolge le priorità, gli interessi, le prospettive. Mi fa piangere tutte le lacrime che non ho versato nemmeno per amore o per rabbia o per dolore. Mi fa riconoscere, ricordare, realizzare ciò che è davvero importante e ciò che è vacuo. Che gli esseri umani siano trattati da esseri umani, che siano messi in condizione di poter essere umani e non solo di essere vivi, questo è l'importante. Tutto il resto conta poco. Conta come il due di coppe quando comanda bastoni, avrebbe detto la mia amata nonna Maria, che era saggia e adesso se fosse viva sgranerebbe rosari per quei poveri negretti sconosciuti.
E mi è ben chiaro ciò che dice Michele Serra. Ed è questo sentimento di superiorità di cui lui parla a farci tracciare la linea di demarcazione tra noi e gli stranieri. La linea che mi attraversa, e che mi vorrebbe dire che io ho più valore se faccio e vivo in un certo modo piuttosto che in un altro, invece di dirmi che ho valore in me. E come io, tu, e gli "altri". Quegli altri che ci infastidiscono, in Lombardia come nel Lincolnshire, dove  sono spaventati da polacchi, lituani e portoghesi che lavorano nella "loro" terra. Perché poi quando si aggirano per Boston, hanno pure l'ardire di parlare la "loro" lingua, invece della nostra.
Ma questa ricchezza che, frutto di lontane origini predatorie, ci intontisce perché così diffusa, data per scontata, rivendicata e sprecata non durerà per sempre, anzi, sta già mostrando la corda. Il capitalismo, come Marx aveva previsto, ce lo metterà in quel posto a tutti. Loro, coloro che sono già ricchi oltre l'immaginabile e che lo diventeranno via via sempre di più, fanno il loro gioco "divide et impera" e noi ci caschiamo come polli. Poveri noi. Poveri i nostri figli. E poveri anche loro, pieni di soldi e potere e civiltà e privi di umanità.
E allora mi viene in mente questo:
When they came for the Jews and the blacks, I turned away
When they came for the writers and the thinkers and the radicals and the protestors, I turned away
When they came for the gays, and the minorities, and the utopians, and the dancers, I turned away
And when they came for me, I turned around and around, and there was nobody left.

mercoledì 2 ottobre 2013

Don't carry the world upon your shoulders

Non sono io che devo cercare la verità (il senso, l'amore, Dio). Anche perché c'è il concreto rischio che strangoli la verità mentre cerco di fermarla, nel fugace momento in cui mi passa davanti.
Forse è la verità (il senso, l'amore, Dio) che mi deve cercare. E io? Io che cosa devo fare? 
Io posso semplicemente non nascondermi, lasciarmi trovare e arrendermi. 

martedì 1 ottobre 2013

Da grande

Sono qui in un posto sperduto, a fare una sorta di training come insegnante, e mi chiedo se nella mia vita voglio davvero fare la prof fino alla pensione (o alla morte, visto che la mia generazione la pensione probabilmente non l'avrà mai).
Insegnare mi piace, ma considero alternative. Vedo una parte di me che ha voglia di fare altro, di cimentarsi, che teme la frustrazione di ambizioni abbandonate, la noia di una vita sempre nello stesso posto, la fatica di uno stipendio non esattamente esaltante, la patina di naftalina e lo scarso appeal associato agli insegnanti.
Vedo e so che ho talenti in abbondanza, e che anche se non sono esattamente un genio a metterli a frutto, sono lì. E mi fa strano ammetterlo, ma ho finalmente smesso la falsa modestia che sempre si accompagna alla vanità, e so riconoscere sia le mie capacità sia i miei limiti.
Poi leggo di persone che come me (ma molto meglio di me come risultati)  hanno fatto lavori nell'ambito creativo. E che sono a spasso. Perché non c'è lavoro, e per quello che c'è le aziende preferiscono gli stagisti o le persone molto giovani, che si possono permettere di farsi pagare poco.
E vedo la fatica per mettere via due soldi per autofinanziarmi un progetto.
E vedo la fatica di chi ce la fa a lavorare nel settore, che non può fermarsi un momento altrimenti è fuori dal giro e devo fare pubbliche relazioni costantemente e diventare un paraculo e essere on 24/7. Per fare alcuni lavori bisogna diventare indispensabili, e diventare indispensabili è un lavoro duro e quasi totalizzante.
E vedo le statistiche sulla disoccupazione in Italia, nonché percepisco aria pesante anche qui in Inghilterra, e quindi dovrei considerarmi fortunata se troverò un lavoro come insegnante.
Quindi di nuovo mi chiedo: che cosa voglio? Ed è una domanda che mi spaventa, perché mette in gioco moltissimi parametri che vanno poi inseriti in una scala di priorità ben chiara: i soldi, la felicità, il tempo libero, l'idea di una famiglia, il senso di utilità, la volontà di ricevere complimenti o sentirmi speciale (chiamasi anche ambizione), la serenità, l'immagine di me, l'autorealizzazione vera o presunta e molti altri. Scegliere che cosa fare da grandi, pur nella consapevolezza che le cose possono sempre cambiare, è in qualche forma scegliere chi si vuole essere. E le scelte mi fanno paura, da sempre. Sono la potatura di una parte, potenziale o reale, di me.
Però non riesco a non pensare che è indispensabile fare come nella frase cantata dal buon vecchio Guccini in Eskimo (Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà), e mi considererò brava solo riuscirò a scegliere invece che a farmi trascinare lenta in una vita arrivata per caso o per ripiego.
Che la vera povertà alla fine è una cosa sola: non avere la possibilità di scegliere (o, anche, non riuscire a scegliere quello che c'è)
Il problema è, per me e per i miei limiti caratteriali, la consapevolezza che a volte, pur scegliendo qualcosa, non lo si ottiene. And it sucks.
PS: Stavo per pubblicare questo post, ma ero insoddisfatta. Perché non mi piace granché ed è pure realmente pesante e depresso, sarà perché oggi è il primo fottuto ottobre. Mentre ci riflettevo lasciandolo riposare come la pasta per la pizza, ho trovato pubblicata su FB questa frase di Mordecai Richler: "Un ragazzo può essere due, tre, quattro persone potenziali, ma un un uomo una sola: quella che ha ucciso le altre".
Ed è vera, perfettamente scritta e poco consolatoria. Ma ciò che mi consola è il fatto che ancora una volta mi guardo intorno e ciò che trovo è esattamente quello che mi serve.
Quindi, mi sembra più facile scegliere, ora che ho di nuovo fiducia nell'universo.

Ricordarsi le domande per coltivare le risposte

Non c'entra niente con le cose che ho vissuto e fatto oggi.
Eppure, o proprio per questo, so che questo video è l'unica cosa sensata della giornata.
Sensata perché insensata, rivoluzionaria, folle e facilmente travisabile. Delicata, anche se sembra solo una boutade.
Chi sono io? Che cosa me ne faccio del mio io? Chi è l'altro? Che cosa me ne faccio dell'altro? Che cosa gli faccio? Come sto dentro l'inevitabile insensatezza di essere viva? Che cosa desidero? Come ottenerlo? Come trovare i modi giusti per arrivarci, che ormai so che contano più quelli dell'obiettivo? Come si fa a costruire un aquilone e a farlo volare?

martedì 24 settembre 2013

Della comprensione

La vita è maestra di vita. Ogni giorno è possibile capire qualcosa in più del precedente, restando aperti, vigili, sereni e consapevoli. (Jesus Christ, come sono noiosa!) 
Ieri pensavo di aver capito che c'è sempre una possibilità di riscossa per tutti. Avevo infatti visto la versione inglese di X-factor e mi ero resa conto che quel bell'uomo della giuria altri non era che Gary Barlow, il ciccione dei Take That, back in the early '90s. 
Poi ho pensato di aver capito che la questione: "Non mi chiama? Perchè? Che cosa devo fare?" fosse ormai decisamente irrilevante per me, e che l'unica risposta che volevo dare alla 40enne totalmente esaurita che mi faceva queste domande era "La verità è che non gli piaci abbastanza. E coraggio, adesso fatti una vita."
Poi invece ho capito che la vera lezione della giornata era contenuta nella foto qui sotto, trovata su FB. E ho smesso di cercare, almeno per un po'. Mi sono messa piuttosto a pensare a che cosa avrei cambiato del mio comportamento del passato, se avessi compreso questa verità in tempo. Ma ho smesso subito, perché mi sono sentita una cretina. Avrei cambiato millemila cose in me, e capito da chi stare alla larga in meno di un secondo. 
E allora ho capito che avevo davvero capito che quello che si capisce è solo quello che si può capire quando lo si capisce. Capito?


mercoledì 18 settembre 2013

Dell'essere single

Allora, mica è facile scrivere questo post.
Perché una parte di me è piuttosto addolorata per non essere amata e, ancor di più forse, per non poter amare nessuno in maniera non dico esclusiva (non lo dico più, perché non ha senso) ma preminente, peculiare, con uno scopo comune benché in libertà.
Però, cari amici che mi scrivete o mi chiamate, io ve lo devo dire. Essere single non è una malattia, almeno, se lo è, mica lo sapevo. Quindi evitate di auspicarmi un prossimo fidanzamento perché a) mi ricordate che non sono fidanzata e che anzi, in forma diverse sono stata mollata da due persone nel giro di 6 mesi b) mi fate riavvicinare pericolosamente ad una parte di me che ha il terrore dell'abbandono, motivo per cui mi sono sputtanata un sacco di anni di vita, e ora che questo piccolo mostro dentro di me, vorrei lasciarlo dormire c) mi fate venire voglia di dire che non me ne frega niente.
E non sarebbe vero, ovviamente.
Mi fidanzerò se (anzi, quando) mi innamorerò di qualcuno, che a sua volta si innamorerà di me. No matter what, in entrambi i casi. Ovvero senza se e senza ma. Senza trattenersi e senza rincoglionire. Ma su quest'ultima possibilità, quella del rincoglionimento, sono tranquilla: ho un'età, quasi critica oltre che cristica ormai, per cui non ci si innamora di un coglione qualsiasi come a 20 anni.
Ma certamente non accadrà che mi fidanzi con qualcuno giusto per non rimanere da sola.
Non ho ribaltato la mia vita, provando a non essere "borghese" nel senso specifico che io attribuisco a questa parola (conformista, incapace di osare, timoroso del giudizio altrui, spaventato dalla diversità e dalla creatività, noioso non perché stabile ma perché sprovvisto di curiosità) negli ultimi 2 anni per arrivare a questo. Proprio no.
So, leave me alone. Auspicatemi di innamorarmi piuttosto, e di essere ricambiata, ma anche questo auspicio, tenetelo per voi. I would appreciate it.


martedì 17 settembre 2013

Punk never die

Dopo aver scritto a tutti quelli che stanno affittando casa a Boston, ma proprio tutti (ovvero circa 7 persone), scrivo il mio primo misanderstanding dall'Inghilterra.
E insomma, un po' mi sembra ridicolo quello che sto per scrivere. Sto diventando una persona noiosissima, era così bello quando ero arrabbiata con tutti e tutto e odiavo l'universo e vi odiavo, oltre ad odiarmi.
Comunque, tra le cose noiose che ho imparato a fare c'è la pratica dell'assecondare le cose che arrivano, semplicemente lasciandole essere e dispiegare, il più possibile.
Quindi, con un briciolo di rimpianto per la Marilisa punk che ha avuto il suo momento di splendore ma che ormai si è ritirata e la mattina beve succo d'ananas invece che i resti caldi della lattina di birra della LIDL, vi dico che tutti i messaggi pre e post partenza ricevuti da moltissime persone sono qualcosa che mi commuove.
Mi commuove profondamente. E forse c'è una parte di me totalmente vanagloriosa ed egocentrica che vede come una giusta ricompensa il vostro affetto (io non sono nessuno per escludere questa possibilità, che il nostro cuore è un abisso di bellezza quanto di nefandezza) ma la cosa bellissima è che vedo, sento, percepisco, riconosco come reale questa rete di affetto.
Esiste, concretamente. Non perché mi aiutate o mi avete aiutato a fare questo o quell'altro o perché non ho la malinconia (finora non ne ho avuto né il tempo né l'occasione, sinceramente) ma proprio esiste, come questa tastiera su cui sto scrivendo esiste secondo le leggi della fisica newtoniana. Che se mi butto, questa rete d'affetto mi sorregge.
E ora, chi nega l'esistenza reale dell'amore è un povero coglione che non ha capito un cazzo e per quanto mi riguarda si può impiccare.


PS: scherzo. Vi amo tutti. Comunque.  (questo ps è la cosa più triste e meno autoironica e più didascalica dell'universo)

lunedì 9 settembre 2013

Una cosa che invece posso imparare

Posso imparare a vivere leggera. Poche cose, pochi ricordi, pochi pensieri, poche paranoie.
Ogni cosa che possediamo è un ricordo, ogni ricordo ci vincola a qualcosa che non siamo più, ma che ci viene prepotentemente sbattuto in faccia, ogni ricordo genera un pensiero, che se non siamo capaci di controllare diventa una paranoia.
Noi siamo anche il nostro passato, ed è quindi bellissima l'idea della madeleine di Proust, ma credo sia meglio che sia la vita a sbattercela davanti, invece di collezionare potenziali madeleine dentro ogni armadio, cassetto, borsa, valigia.
Mia mamma accumula accumula accumula ogni cosa, ogni armadio che si è liberato in casa man mano che noi figlie ce ne siamo andate è stato invaso da vestiti, fogli, oggetti, regali mai aperti e regali inutilizzati. Non riesce a liberarsi di niente.
Io sono un po' come lei, ma poi per la paranoia opposta mi viene voglia di fare come San Francesco e dare tutto quello che ho ai poveri.
Ecco, magari diventare saggi è trovare una via di mezzo. Ci proverò. Però la maglietta rossa, quella che ho comprato a Valencia, no, non la butto. E nemmeno il quaderno di italiano delle medie, e forse nemmeno il mixtape che mi ha regalato Alberto quando avevo 14 anni, e nemmeno il vestito che avevo quando sono uscita per la prima volta con quell'idiota, e nemmeno Vogue di due anni fa, perché mi può sempre essere utile per i collage...
Maledetto passato che non passa!
Ma insomma: Proust ha scritto la Recherce, che se è stata letta integralmente da 25 persone che non siano studiosi di letteratura francese è un miracolo. Ed era pure un certo esaurito che viveva in una camera insonorizzata. Quindi riassumendo:

domenica 8 settembre 2013

I miei amici

Sono a letto con la luce spenta per via di un discreto hangover. 
E penso che i miei amici mi hanno salvato la vita. E non solo ieri sera, non facendomi guidare. E non solo quelli che c'erano ieri sera.
E penso che una vita è troppa roba perché una sola persona, di solito colui o colei che definiamo l'uomo o la donna della nostra vita, la possa salvare. Ma che se anche è vero che solo noi possiamo salvare le nostre vite, è indispensabile che ci sia qualcuno intorno. Qualcuno che la vita te la salva mentre mangi le patatine e dici le cazzate e vai al mare e guardi un film e ti presti i libri. 
È penso che questi saluti siano la presa di coscienza di quanto di loro ci sia in me, che alla fine anche chi ho amato 10 anni fa verrà in qualche forma con me a Spilsby e ovunque andrò.
E penso che sono la mia nuova famiglia, i miei amici. Ne ho un'altra, ne ho molte altre. 
E penso che mi piacciono le persone, tutte, anche quelle che non conosco, perché ho finalmente capito che quando si vuol bene a qualcuno non è per meriti speciali, perché questo o questa se lo meritino più degli altri, ma semplicemente capita e ci si deve rassegnare. Ho degli amici che reputo un po' scemi, ma restano amici, desidero il loro bene, voglio che ridano e siano felici. Voglio farli ridere io. E allora posso desiderare il bene anche per gli sconosciuti. E forse qualcuno può voler bene pure a me, visto che non serve essere perfetti per essere amati. 
E penso che tutto questo amore io non lo sapevo vedere. 
E penso che ero proprio una cretina. E che se finalmente lo sono un po' meno, lo devo anche e soprattutto ai miei amici. Vicini lontani passati e attuali. 

sabato 7 settembre 2013

Una cosa che non si può imparare. F**k!

Puoi uscire con un sacco di persone.
Capire già dopo due volte, abbondando, se vale la pena oppure no.
Piangere per i tuoi ex.
Rallegrarti che siano tali.
Andare oltre tutti i rancori e i rimpianti.
Ascoltare le storie tristi o felici altrui.
Dare consigli, sciocchi in quanto saggi e quindi inutili.
Amare molti e molte, ovvero volergli del bene sincero.
Accettare il loro affetto sincero.
Superare l'imprinting paterno/materno.
Puoi essere felice da sola.
Puoi non fare dell'amore di coppia una tragedia o lo scopo della vita.
Puoi esplorare, sperimentare, conoscere, essere grata. Divertirti.
Puoi ascoltare canzoni romantiche e studiare l'amore.
Ma c'è una cosa non si impara. Ed è l'unica veramente bellissima.
L'unica che vorrei davvero.
Come cazzo si fa ad innamorarsi?


giovedì 5 settembre 2013

Vorrei dipingere di rosso la mia stanza

Un vecchio contadino aveva un vecchio cavallo per il lavoro dei campi. Un giorno il cavallo scappò in montagna, e quando tutti i vicini del contadino deplorarono la sua sfortuna, il contadino rispose: "Fortuna? Sfortuna? Chi lo sa?".
Una settimana più tardi il cavallo tornò dalla montagna con una mandria di cavalli selvaggi e questa volta i vicini del contadino si congratularono con lui per la sua fortuna. La sua risposta fu ancora: "Fortuna? Sfortuna? Chi lo sa?".
Quando il figlio del contadino tentò di domare un cavallo selvaggio, cadde da cavallo e si ruppe una gamba. Ognuno considerò ciò come una grossa sfortuna. Non però il contadino, che disse solo: "Fortuna? Sfortuna? Chi lo sa?".
Un paio di settimane più tardi l'esercito marciò sul villaggio e reclutò ogni giovane utile che poté trovare, ma quando videro il figlio del contadino con la sua gamba rotta, lo rimandarono indietro. 

Racconto tradizionale cinese

Ho passato minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni a etichettare ciò che mi succedeva come una benedizione o una maledizione, provando a ricostruire con lunghissime sequenze mentali quali sarebbero state le conseguenze nel breve, medio e lungo periodo di ciò che stavo vivendo e facendo. 
Di previsioni ne ho azzeccate veramente poche. Perché non si può sapere. Le cose accadono, e l'attribuzione di un senso di sfortuna/fortuna è solo uno spreco di energie. Che ci consegna all'eterna infelicità in cui sospirando "Ah, se fosse successo questo!" "Ah, se potessi avere quello!" ci alieniamo da quello che veramente abbiamo: il presente.
Nel presente decidiamo tutto, e possiamo essere presenti nel presente se evitiamo la valutazione buono/cattivo, fortuna/sfortuna, se anche nel presente siamo liberi dal giudizio, che è frutto del mero attaccamento o della mera avversione. Certo che ci piacciono le cose gradevoli, facili e belle, ma queste possono farci pagare frutti amari in futuro, quindi non vale la pena restarci attaccati. Certo che non ci piacciono le cose sgradevoli, brutte o faticose, ma queste possono ricompensarci grandemente in futuro. Ma non lo possiamo sapere, quindi il distacco, da ciò che ci è accaduto, da ciò che ci accade e da ciò che ci accadrà è essenziale.
E per me questo non significa non avere passioni, entusiasmi, obiettivi, desideri. Anzi, in questo modo mi è possibile vederli in modo più pulito, perseguirli con maggior facilità, lasciarli andare con grande tranquillità. Perché niente di ciò che mi è accaduto, mi accade e mi accadrà sono io, la vera io. 
Serve una presenza fortissima e pienissima per vivere nel distacco, nel perenne sorriso di chi vede le cose arrivare, le vive, ed è pronto a lasciarle andare. Il risultato è una rotonda felicità, che però non assomiglia più all'up del bipolare, a cui seguiva sempre un down devastante, ma ricorda invece qualcosa che rotola morbido, in accordo con il costante mutare del mondo. 

martedì 3 settembre 2013

Mio papà

In questa estate, che ormai vede le nottate arrivare con troppo anticipo, ho passato molto tempo a casa dei miei.
E ci sono stata bene. Finalmente. RdL è sempre un pantano, dolce e tranquillo, ma che nasconde sabbie mobili. Tutto sommato però ho imparato a starci senza farmene risucchiare.
In questo periodo mi è capitato spesso di vedere mio papà fare una cosa banale, che avevo dimenticato ma che in realtà ho sempre notato.
Lui si addormenta sul divano. Sempre sdraiato nello stesso punto. Ad un certo punto si sveglia. Si siede sul bordo, con la testa china. Si ferma lì qualche secondo, poi fa un sospirone, si alza e barcollando va verso il bagno e poi a letto.

Ecco, in quei secondi in cui sta seduto probabilmente non pensa a nulla, è solo intontito dal sonno. Eppure.
Eppure a me piace immaginare che in quei secondi stia considerando la sua vita. Da dove arriva e dove deve andare. Non filosoficamente, non per speculazione. Ma che nella fatica che lo abita senta che cosa è andato nella giornata e che cosa no, si pacifichi prima di andare a letto e decida per che cosa dovrà svegliarsi la mattina seguente.
In quei secondi, ogni notte, trova motivazioni per andare avanti, un giorno dopo l'altro, non più di un giorno dopo l'altro. Può andare a dormire ora, perché ora sa che si sveglierà, ormai l'ha deciso, perché sa perché lo farà.
E in quel gesto io, insieme a lui, finalmente trovo il senso e la bellezza, la piccola enorme bellezza, di una vita che per troppi anni pre, durante e post adolescenza ho considerato inutile e sprecata. Perché, accecata dalla presunzione di essere migliore di lui perché più intellettuale, non capivo che l'insegnamento non era: "Vai a letto e svegliati per lo stesso motivo per cui lo faccio io", ma "Trova il tuo motivo per andare a letto e svegliarti, come faccio io. E fallo, con fatica e forza, ogni giorno che dio ci manda in terra".


sabato 31 agosto 2013

Come on, take a bite out of it! It's just life, and love.

Il mondo è ripieno d'amore.
Come un panino imbottito. Come un letto morbido ma sostenuto. Come una Rossana, caramella ripiena dolce e cremosa. Come il peluche con cui parli da piccola. Come il mare pieno di pesci, e l'amore è il plancton invisibile.
Come un amico che ti compra un regalo, proprio ciò che volevi. Come un bambino che ti sorride per strada, e tu gli rispondi, anche se i suoi ti guardano male. Come un messaggio che ti dice, Ehi, come stai? Come una pianta a cui dai da bere. Come un albero che si beve la pioggia.
Come un albero su cui ti arrampichi.
Come i vestiti ben piegati nell'armadio. Come due persone su una bici, che fanno sorridere i passanti. Come una luna che è proprio dove dovrebbe essere. Come un leone che si mangia la gazzella. Come una mucca che liberata dalla stalla è felice. Come un vaffanculo, a quello che non fa bene, e che lasci andare. Come un benvenuto, a ciò che ti fa bene, e lasci entrare.
Come la fatica di arrivare in cima. Come il piacere di tornare a casa. Come la bellezza di partire. Come il languore della malinconia. Come il sapore delle lacrime, che non è mai lo stesso. Come il sorriso di fronte a ciò che eravamo 10 anni fa, e per fortuna non esisteva Facebook, e non ci sono le prove. Come sapere di aver sbagliato, e perdonarselo. Come sapere che gli altri hanno sbagliato, e perdonare.

Stanotte ho fatto un sogno pazzesco. Un sogno in cui affrontavo tutte le mie paure. Guidata da qualcuno che nemmeno sapevo chi fosse, andavo nel buio più buio che nemmeno è più un posto. Mi affidavo alla speciale centrifuga brevettata dalla mia guida. E il tempo tornava indietro, contraendosi nei miei atomi, che si mescolavano con quelli di altre persone, e con il buio, e diventavo un feto. E aprivo gli occhi, e nel sogno rinascevo. Ed ero io come sono ora, ma tutta nuova. Poi mi sono svegliata. Ed era successo davvero.

E per scoprirlo, questo panino pieno d'amore, devi fidarti che non ti ucciderà. E dargli un morso. Ringraziando l'Universo.




giovedì 29 agosto 2013

Presa di coscienza

Oggi mi sento la febbre. Quando sono sotto stress mi accade. E sono facile preda dello stress.
Poi penso al fatto che ci sono ancora persone che ritengono Berlusconi un uomo distinto, uno statista addirittura, quando invece è un mega evasore condannato in via definitiva e umanamente un mentecatto, con mentecatti politici che gli si asserragliano attorno per mangiare le briciole dei suoi soldi e del suo potere.
Associo Prince alla tassa formerly known as IMU. E penso che in questo momento dovremmo essere a fare la rivoluzione, per questa ignominiosa presa per il culo.
Mi vengono in mente i bambini morti in Siria, mentre mi risuonano le parole di conoscenti che dichiarano che non comprare i vestiti firmati al proprio figlio equivalga a non dargli tutto quello di cui ha bisogno.
Guardo The Wire, definito un'indagine sociologica sulla civiltà occidentale in forma di serial a tema poliziesco, e vedo uomini rosi da ambizione. Tutti: poliziotti, politici, imprenditori, criminali, boss che non a caso seguono corsi di economia. Tutti ugualmente devastati. Tutti senza speranza. Gli unici che hanno un filo di coscienza e cercano di sottrarsi alle regole del gioco, muoiono assassinati.

Nel periodo buio della mia vita ho pensato spesso di non essere adatta a stare in questo mondo, di essere una sorta di scarto evoluzionistico. Il mondo va avanti e io non riesco a stargli appresso. Arranco e sbuffo.
Pensavo.
Ora invece so che non sono io inadatta allo stile di vita occidentale. Ma che lo stile di vita occidentale medio è inadatto a una vita pienamente umana.
Il problema è che stiamo esportando l'occidentalità, stiamo riempiendo il mondo di occidentalità, quella misera. La buona notizia è che in molti ci accorgiamo che è insostenibile, e non ci adeguiamo, almeno non completamente.


martedì 27 agosto 2013

Una parola al giorno: scotomizzazione

Scotomizzazione. Ho finalmente scoperto che cosa vuol dire.
Deriva da scotoma, a sua volta derivato da una parola greca che significa oscuramento, e in medicina indica parziale cecità. Scotomizzazione in senso psicologico ha a che fare con il meccanismo di rimozione inconscia di contenuti della coscienza e della memoria avvertiti come penosi o sgradevoli.
In senso lato, può indicare l'oceano di precomprensioni che stanno prima della nostra effettiva conoscenza del mondo, e che modellano il mondo nel momento in cui lo guardiamo e cerchiamo di comprenderlo.

Mi si aprono orizzonti di senso ora, che hanno a che fare con temi a cui penso da anni: l'autoinganno elevato ad ars vivendi, gli sforzi per sottrarvisi, la ripetizione delle stesse dinamiche, il tentativo continuamente frustrato di avvicinarsi alla verità e alla realtà, attraversando, come suggerisce Gadamer, i vari strati della nostra precomprensione grazie alla phronesis, ovvero una delle virtù aristoteliche, una sorta di prudenza, saggezza, intelligenza.

Il problema infatti è che la nostra esperienza nel mondo è, o rischia di essere, un girotondo, un cane che si morde la cosa, un uruboro ma non di quelli vitali. Penso alcune cose, per esperienze che ho avuto precedentemente, e all'incontro con la novità, tenderò inconsapevolmente a modellarla e soprattutto la esperirò in virtù delle mie precomprensioni.
Ma se io modello la realtà continuamente, sono quindi artefice del mio destino. Come?
Non posso ovviamente controllare ogni preconcetto nella mia mente, e nemmeno resettarlo, anche perché altrimenti ogni giorno dovrei riscoprire le cose più banali, a partire dal caffé della colazione (che posso farmi perché mi ricordo esattamente che cosa è il caffé, come funziona la caffettiera, dove trovare l'acqua e il barattolo del caffé).
Poniamo però un esempio: cambio casa e le cose sono disposte in un altro modo, ma io continuo a cercare lo stesso barattolo, che ho lasciato nella vecchia casa, e ad aprire il forno per cercare la caffettiera perché quello era il posto in cui lo trovavo ogni mattina.
E mi lamento pure di non riuscire a fare il caffé. Sarebbe assurdo, no?
Ecco, questo è ciò che facciamo ogni volta che non siamo capaci di abbandonare, con phronesis, le nostre precomprensioni inutili, e di lasciarci andare alla realtà e nella realtà per come è.

Per questo dicevo che mi si aprono mondi di senso. Perché ora mi è chiaro che finché mi interfaccio con il mondo pensando che quello che è successo prima capiterà di nuovo uguale uguale, sto evitando di vivere. E sto ponendo le basi per un eterno ritorno degli stessi errori, e pure per lamentazioni fuori luogo. Le cose cambiano, baby. E il pessimismo si paga, perché trasforma il mondo, facendo avverare le cupe previsioni che a loro volta rinforzano le negative precomprensioni di partenza.
Accanto a ciò, però, e tornando all'etimo originario di scotomizzazione, se piena di bieco ottimismo evito di guardare le cose che non hanno funzionato, non posso cambiarle. Devo accettare il dolore derivante dal guardarle, per poterle superare.

Ovviamente questo scritto non può che basarsi sul processo descritto: precomprensione --> mondo --> comprensione di un mondo parziale. Ma almeno ne sono consapevole, e non c'è niente di più importante, almeno credo, sempre secondo le mie precomprensioni.