giovedì 29 agosto 2013

Presa di coscienza

Oggi mi sento la febbre. Quando sono sotto stress mi accade. E sono facile preda dello stress.
Poi penso al fatto che ci sono ancora persone che ritengono Berlusconi un uomo distinto, uno statista addirittura, quando invece è un mega evasore condannato in via definitiva e umanamente un mentecatto, con mentecatti politici che gli si asserragliano attorno per mangiare le briciole dei suoi soldi e del suo potere.
Associo Prince alla tassa formerly known as IMU. E penso che in questo momento dovremmo essere a fare la rivoluzione, per questa ignominiosa presa per il culo.
Mi vengono in mente i bambini morti in Siria, mentre mi risuonano le parole di conoscenti che dichiarano che non comprare i vestiti firmati al proprio figlio equivalga a non dargli tutto quello di cui ha bisogno.
Guardo The Wire, definito un'indagine sociologica sulla civiltà occidentale in forma di serial a tema poliziesco, e vedo uomini rosi da ambizione. Tutti: poliziotti, politici, imprenditori, criminali, boss che non a caso seguono corsi di economia. Tutti ugualmente devastati. Tutti senza speranza. Gli unici che hanno un filo di coscienza e cercano di sottrarsi alle regole del gioco, muoiono assassinati.

Nel periodo buio della mia vita ho pensato spesso di non essere adatta a stare in questo mondo, di essere una sorta di scarto evoluzionistico. Il mondo va avanti e io non riesco a stargli appresso. Arranco e sbuffo.
Pensavo.
Ora invece so che non sono io inadatta allo stile di vita occidentale. Ma che lo stile di vita occidentale medio è inadatto a una vita pienamente umana.
Il problema è che stiamo esportando l'occidentalità, stiamo riempiendo il mondo di occidentalità, quella misera. La buona notizia è che in molti ci accorgiamo che è insostenibile, e non ci adeguiamo, almeno non completamente.


martedì 27 agosto 2013

Una parola al giorno: scotomizzazione

Scotomizzazione. Ho finalmente scoperto che cosa vuol dire.
Deriva da scotoma, a sua volta derivato da una parola greca che significa oscuramento, e in medicina indica parziale cecità. Scotomizzazione in senso psicologico ha a che fare con il meccanismo di rimozione inconscia di contenuti della coscienza e della memoria avvertiti come penosi o sgradevoli.
In senso lato, può indicare l'oceano di precomprensioni che stanno prima della nostra effettiva conoscenza del mondo, e che modellano il mondo nel momento in cui lo guardiamo e cerchiamo di comprenderlo.

Mi si aprono orizzonti di senso ora, che hanno a che fare con temi a cui penso da anni: l'autoinganno elevato ad ars vivendi, gli sforzi per sottrarvisi, la ripetizione delle stesse dinamiche, il tentativo continuamente frustrato di avvicinarsi alla verità e alla realtà, attraversando, come suggerisce Gadamer, i vari strati della nostra precomprensione grazie alla phronesis, ovvero una delle virtù aristoteliche, una sorta di prudenza, saggezza, intelligenza.

Il problema infatti è che la nostra esperienza nel mondo è, o rischia di essere, un girotondo, un cane che si morde la cosa, un uruboro ma non di quelli vitali. Penso alcune cose, per esperienze che ho avuto precedentemente, e all'incontro con la novità, tenderò inconsapevolmente a modellarla e soprattutto la esperirò in virtù delle mie precomprensioni.
Ma se io modello la realtà continuamente, sono quindi artefice del mio destino. Come?
Non posso ovviamente controllare ogni preconcetto nella mia mente, e nemmeno resettarlo, anche perché altrimenti ogni giorno dovrei riscoprire le cose più banali, a partire dal caffé della colazione (che posso farmi perché mi ricordo esattamente che cosa è il caffé, come funziona la caffettiera, dove trovare l'acqua e il barattolo del caffé).
Poniamo però un esempio: cambio casa e le cose sono disposte in un altro modo, ma io continuo a cercare lo stesso barattolo, che ho lasciato nella vecchia casa, e ad aprire il forno per cercare la caffettiera perché quello era il posto in cui lo trovavo ogni mattina.
E mi lamento pure di non riuscire a fare il caffé. Sarebbe assurdo, no?
Ecco, questo è ciò che facciamo ogni volta che non siamo capaci di abbandonare, con phronesis, le nostre precomprensioni inutili, e di lasciarci andare alla realtà e nella realtà per come è.

Per questo dicevo che mi si aprono mondi di senso. Perché ora mi è chiaro che finché mi interfaccio con il mondo pensando che quello che è successo prima capiterà di nuovo uguale uguale, sto evitando di vivere. E sto ponendo le basi per un eterno ritorno degli stessi errori, e pure per lamentazioni fuori luogo. Le cose cambiano, baby. E il pessimismo si paga, perché trasforma il mondo, facendo avverare le cupe previsioni che a loro volta rinforzano le negative precomprensioni di partenza.
Accanto a ciò, però, e tornando all'etimo originario di scotomizzazione, se piena di bieco ottimismo evito di guardare le cose che non hanno funzionato, non posso cambiarle. Devo accettare il dolore derivante dal guardarle, per poterle superare.

Ovviamente questo scritto non può che basarsi sul processo descritto: precomprensione --> mondo --> comprensione di un mondo parziale. Ma almeno ne sono consapevole, e non c'è niente di più importante, almeno credo, sempre secondo le mie precomprensioni.



domenica 25 agosto 2013

Ecco perché non sono più (solo) una figlia

Stamattina mi sono svegliata tardi, ho chattato con il mio amico Alessandro, poi ho fatto yoga e sono andata a bere un Americano con Silvia, e ho incontrato un po' di vecchi amici sotto i portici di RdL.
Nel pomeriggio sono andata nella casa (baracca di lusso, più che casa) in campagna. Mi sono arrampicata sul fico per cogliere i fichi e sul ciliegio selvatico solo per il gusto di arrampicarmi, facendomi un sacco di graffi.
Poi ho mangiato, preso il sole, fatto il bagno in piscina, sono stata limonata a più riprese da Gemma,  il pastore australiano di Marina. Ho giocato al gioco dell'oca e a briscola con Lorenzo e Daniele, fatto mezzo cruciverba e letto un pezzetto di Cuore di cane di Bulgakov. Ho fatto foto e osservato un magnifico temporale estivo.
Ho fatto la doccia, baciato i miei, che mi hanno regalato frutta e verdura, e mi sono messa in macchina per Milano, casa mia.
Nemmeno un secondo della giornata avrei voluto fare altro. Nè che accadesse altro: vincere alla lotteria, che qualcuno mi dichiarasse il proprio amore, che mi chiamasse questo o quell'altra, diventare famosa, assumere droghe, raggiungere l'illuminazione, salvare il mondo, che il PD fosse composto solo da gente come Civati.
E allora prima di partire sono andata da mia mamma. E finalmente le ho detto una cosa, che non speravo più di dire, e che forse non le dicevo per farle un dispetto, e per farmi consolare e proteggere. Le ho detto:  "Mamma, sono felice".

sabato 24 agosto 2013

Meno 3 settimane: invito al gioco

Non essere amati è una semplice sfortuna, la vera disgrazia è non amare.
Albert Camus

Questo fatto che tra tre settimane parto mi ricorda quel gioco, quello in cui ti chiedono: "Che cosa faresti se ti mancasse un mese di vita?"
Ciò che faccio è praticamente lo stesso che facevo prima. Ma con maggior leggerezza e maggior consapevolezza. Quindi in realtà anche se sembrano le stesse cose sono completamente diverse.
Meno pensiero al futuro e al passato. Solo il presente esiste. Maggior capacità di vedere i miei pensieri parassiti e fermarli in tempo, ovvero prima che diventino parole o azioni. Respiro più facile nelle difficoltà, e un accoccolarsi nella felicità, non più spaventevole né foriera di tragedie. Focalizzazione più precisa su ciò che c'e ed è reale e necessario e bello fare. Maggior desiderio di passare il tempo con le persone dell'amore e di dedicare loro più delicate attenzioni. Le difficoltà come semplici fatti da affrontare con creatività per volgerli a mio favore.
Questo tempo che mi separa dalla partenza è come un leggero vento che con precisione si porta via l'inutile e mi lascia solo il necessario. Un vento, che come nel mondo cristiano, rappresenta lo Spirito, la Grazia. Che si porta via tutte le disgrazie, anzi, le annulla, convertendole in pienezza.

Provate anche voi a fare questo gioco.


martedì 20 agosto 2013

Martin Luther King e il chiringuito a Santo Domingo. L'amore ai tempi di Facebook.

Immaginate di essere un attivista per i diritti civili dei neri negli USA.
Avete visto Martin Luther King morire ammazzato a Memphis. Avete portato avanti le vostre battaglie in nome dei suoi ideali, vi ha visitato in sogno dandovi consigli e rimproveri su ogni ambito della vostra vita, il suo ricordo vi ha aiutato a non mollare quando non ce la facevate più, il suo esempio vi ha invogliato a diventare una persona migliore, a ribaltarvi l'anima alla ricerca del vostro più piccolo difetto per poter essere specchiato modello per altri attivisti.
Poi un giorno scoprite che in realtà Martin Luther King non era stato ammazzato, ma aveva messo in scena il suo omicidio per poter andare in incognito ad aprire un chiringuito a Santo Domingo, perché si era stufato di rischiare la pelle ogni giorno senza ottenere risultati.
Ecco. Questo è all'incirca quello che mi è successo oggi quando ho scoperto da Facebook, dico, da Facebook, che il mio ex fidanzato che fino a poco più di un mese fa ancora pensava che forse potevo essere la donna da sposare e si facevano quindi esperimenti in tal senso, si è "fidanzato ufficialmente" e non ha ritenuto opportuno comunicarmelo privatamente.
L'ha scritto su Facebook, dopo 4 anni (due di relazione e due di relazione-senza relazione) fatta di mail interminabili, litigate, costanti punzecchiamenti, prediche ininterrotte (sue, ovviamente) su correttezza e superamento dell'ego, spiegazioni su come fossi meschina e poco evoluta, discorsi mistici, richieste di onestà, domande dettagliate sulla mia vita privata nei mesi di lontananza, tentativi di riconciliazione, promesse di affetto eterno se l'amore non era possibile, cuori rossi portati all'improvviso ecc ecc ecc (per un romantico riepilogo leggere qui).
E mo' che faccio? Cerco di respirare profondamente e sintetizzo le cose principali che posso trarre da tutto ciò, come elenco puntato per il blog. What else? Ah sì, domani è un altro giorno.

1. Gli esseri umani restano un mistero insondabile. Non possiamo arrivare al cuore del loro mistero, soprattutto se non vogliono essere raggiunti. E loro non possono arrivare al nostro, se non glielo permettiamo.
2. Se c'è un carnefice, e non c'è un potere costituito che difende il carnefice e nemmeno una sproporzione di forze tra questi e la vittima, allora la colpa è della vittima che vuole essere tale. La vera babbazza della situazione sono io, che ho fatto in modo di essere vittima di inconsapevoli giochi di potere tra noi due, dandogli la possibilità di essere e sentirsi sempre più forte, più giusto, più avanti di me. Anche se: su Facebook?! Ma veramente?! Dopo 5 giorni? Mi ha detto che sono cose che finché non si vivono non si capiscono, ma io riesco solo a dire: "Su Facebook?! Ma veramente?! Dopo 5 giorni?!"
3. Si può voler bene anche ad un essere imperfetto, quindi: non sopravvalutare nessuno solo perché vogliamo amare la perfezione. E non sottovalutarsi mai solo perché siamo imperfetti. L'imperfezione non è l'orrore. E' solo umana.
4. Aver elaborato, con molto tempo e molta fatica, perché non si poteva/doveva/voleva stare insieme prima di accorgersi che non sarebbe stato più possibile farlo, aiuta abbastanza mentre si legge "Fidanzato ufficialmente". Abbastanza, ma non totalmente. Fa male, un po'. Mi sento sola, scema, abbandonata, rifiutata. Ma solo un po'. So che non è così, le cose semplicemente accadono, e so che insieme sarebbe stato un disastro, anche se ci ho creduto molto. Essere il più possibile coscienti è dunque sempre meglio. E questo l'ho imparato da D. Quindi ancora più forte mi chiedo: "Su Facebook?! Ma veramente?! Dopo 5 giorni?!"
5. Tutto il bene derivato da un bluff come quello descritto, resta un bene. Non ho bisogno di buttare via tutto. Come ha ben detto Guccini in Vedi cara: "Non rimpiango tutto quello che mi hai dato, che sono io che l'ho creato, e potrei rifarlo ora". Sì, perché alla fine anche se alla faccia dei proclami di superiorità morale D. si è schiantato contro Facebook, ne è valsa la pena.
6. Quando un uomo torna puntualmente solo perché teme che un altro ti stia portando via, non bisogna credergli. Non bisogna credergli. Ripeto: non bisogna credergli! E' solo smania di possesso, sua, e volontà di tenerlo legato (mia).
7. C'è un quantitativo prestabilito di lacrime da piangere per qualcuno. Finché non si è raggiunto, non possiamo liberarcene. L'ho raggiunto.
8. Per le prediche bastano il prete e i genitori. Avere D. come amico sarebbe stato meraviglioso. Mi ha portato al di là di molti miei limiti, e gliene sono grata. Ma ha avuto un costo altissimo: per quattro anni mi sono sentita giudicata per ogni parola, gesto, azione. E soprattutto, non è mai stato  un processo biunivoco. Ma qui si torna al punto 2.
9. Non possiamo avere vergogna dei nostri sentimenti, né quelli belli né quelli brutti. E' necessario non farsene travolgere, non identificarci con essi. Danzare con loro e portarli in giro, non farsene portare.
10. Scuserete quindi il gentile "Vaffanculo, tesoro" con cui, mescolando, con scarso garbo e minor fantasia, fastidio e affetto, saluto D. A cui davvero davvero davvero auguro ogni felicità. E so che lui si augura la mia. E so che insieme non riuscivamo a costruirle, le nostre felicità. Quindi: tutto è bene quel che finisce bene. Anche se: su Facebook?! Ma veramente?! Dopo 5 giorni?

venerdì 16 agosto 2013

Occupazioni estive

Nuoto finché  non c'è più nessuno intorno. Mi giro sulla pancia, restando appena sotto il pelo dell'acqua.
Guardo il mio riflesso franto e scomposto sulla superficie dall'acqua. Mi sento come Alice che si osserva, nella parete interna e misteriosa dello specchio. Conosco tutti miei segreti, e sorrido, in pace. Potrei stare così sempre.

mercoledì 14 agosto 2013

domenica 11 agosto 2013

Un certo desiderio di salviette

Allora, c'è una ragazza che conosco che sta facendo successo con un libro e annesse conferenze e blog e interviste sul potere dei desideri.
E io pensavo che fosse senza senso. Che poi comunque i desideri sono pericolosi, perché si basano sulla speranza, e chi visse sperando morì non si può dire.
E invece, i desideri sono inestirpabili dall'essere umano. Senza desiderio siamo morti. Senza quel qualcosa che de sidera ovvero dalle stelle ci scende nel corpo non andiamo da nessuna parte. Io inizio a pensare che devo imparare a desiderare correttamente.
Io tendenzialmente prendo i miei desideri e li butto nel mare magnum della vita, un po' "alla 'ndo cojo cojo" come diceva Serafina Lerose, mia prof di educazione tecnica alle medie, quando ci minacciava di lasciarci segni permanenti tirandoci il compasso da lavagna.
Ma i desideri, quelli veri (della differenza tra desideri benefici e malefici ho già parlato qui) vanno seminati nel giusto terreno, coltivati nei tempi e nei modi corretti, raccolti a maturazione precisa, né in anticipo né in ritardo.
La speranza c'entra poco, c'entra quel tanto che basta per avere il coraggio di piantare il seme, scelto in maniera precisa. Dopo di che entra in gioco la fiducia nelle nostre capacità, nelle persone che incontriamo, nell'universo che ci darà esattamente ciò che ci serve. Perché se arriva una tempesta (il fottuto imprevedibile incontrollabile evento che mi manda di fuori perché sono una Vergine tignosa) e il nostro campo seminato di desideri se ne va all'aria, non è un problema. Perché abbiamo comunque lavorato e imparato un metodo e una disciplina e una fiducia che possiamo riapplicare, con correttivi, ad altri desideri.
Il desiderio vero è come l'opera d'arte: 1% inspiration, 99% transpiration.

sabato 10 agosto 2013

It's all over now, baby blue


“Solo l’inerzia è pericolosa. Poeta è colui che spezza per noi l’abitudine. (…) E dica a tutti chiaramente il gusto di vivere questo tempo forte. Perché l’ora è grande e nuova, nella quale conoscersi di nuovo”
Sant-John Perse

Giri in tondo, per anni. Sempre sulla stessa traccia, come zio Paperone tracci solchi nel pavimento del deposito, dove invece di soldi accumuli tristezza rabbia inutilità e schiavitù, e non lasci uscire niente, e pulisci e rimiri e ringrazi i tuoi carcerieri, oggetti persone o emozioni che siano.
Ogni cosa diversa che fai, è diversa solo esteriormente. La struttura profonda è una, cristallizzata, coercitiva, dolorosa ma senza che ti riesca di vedere l'origine del dolore, è un dolore offuscato e annebbiato, come la tua percezione.
Poi. Un colpo improvviso e il dolore ti prende in pieno. Ti invade, entra nelle ossa e nelle narici. Benedetto dolore. Sei sveglio ora. (Se sei fortunato, ti accade di svegliarti con l'amore, invece che con il dolore, ma secondo me vanno sempre accoppiati).
Che cosa puoi fare? Aggrapparti ancora più saldo alle consuete circolari abitudini. Girare la ruota come un asino al mulino, fino a polverizzare ciò che resta della vita.
Oppure scartare di lato, uscire dalla fossa che ti sei scavato. Scalarla. Faticare. Chiedere aiuto. Uscirne. Girarle ancora in tondo, ma a giri sempre più larghi e lassi e consapevoli. Ogni respiro, una verità. Ogni respiro che manchi, un vuoto che lasci riempire dalla vita.
E ad un certo punto sei come un martello in mano ad un bravo lanciatore: la forza centripeta ti allontana dal centro, dal buco nero della ripetizione coatta e vai, verso dove devi andare. La forza, la direzione, la precisione del lancio dipendono da te. Sei insieme il martello e il lanciatore. E devi decidere: ora mollo. Ora parto. Mi sono allenato abbastanza, lanci di prova ne ho fatti a sufficienza. Lancio il mio io oltre il mio ego. Partendo dal centro, sempre, conservandolo come il punto da cui veniamo, ma superandolo.
Siamo liberi, di costruirci la nostra libertà, o di massacrarla. 




giovedì 8 agosto 2013

10 cose (circa) che mi porto a casa dalla montagna

1. In montagna è impossibile fare due cose contemporaneamente senza ammazzarsi o perlomeno slogarsi una caviglia. Se cammini, cammini. Se fotografi, fotografi. Se mangi, mangi. Se provi a camminare e insieme lamentarti/imprecare per la fatica, un doloroso calcio a una roccia con l'alluce sinistro è il minimo che ti possa capitare. Anche i miei maestri di meditazione me lo dicono sempre: "Fai una cosa per volta". Io gli credo per 5 minuti, poi ricomincio a farne 12 contemporaneamente. E male, per lo più.
2. Per glutei da fighedomani con un touch di ecochic, il trekking è la soluzione. I miei glutei in questo momento gridano vendetta alla carcassa 33enne che li porta in giro. Ho dolori ovunque, ma che orgoglio! E tra 5 giorni vado pure al mare...
3. La salita rompe il fiato. La discesa rompe i polpacci e i cabasisi.
4. Vestita da trekking e con la macchina fotografica davanti al viso, mi hanno scambiato per un ragazzino, nemmeno per un ragazzo (in effetti peli sulle gambe ne avevo pochi). Urge abbigliamento tecnico meno maschile. E ricordarsi di mettere sempre tacchi e push-up in città.
5. Ogni volta che per una serie di coincidenze mi trovo a fare un sentiero diverso da quello programmato, faccio incontri straordinari. L'anno scorso il mio fidanzato storico con cui non parlavo (o, per amor di precisione, non mi parlava) dal lontano 2007, quest'anno uno stambecco. Non siate maliziosi, e non cercate di cogliere somiglianze tra i due. Semplicemente ciò mi ricorda che le cose accadano, se devono accadere.
6. L'attività sportiva è panacea di mali fisici, psicologici e dell'anima. Quanta saggezza vi regalo?! Scherzi a parte, come diamine si può vivere senza muoversi saltare correre nuotare piegarsi avventurarsi? E come si può vivere senza pacificarci?
7. Fare fatica, una fatica che ci porti oltre quelli che pensiamo siano i nostri limiti fisici, ci offre la possibilità di sapere che nei momenti faticosi della vita comune, possiamo andare oltre. Siamo incredibilmente più tosti di quanto pensiamo. Micacazzi!
8. La fatica può causare problemi di stomaco. Basta evitare di pranzare con polenta guarnita da formaggio e brasato di cinghiale e limitarsi a una barretta energetica e Nutella all'occorrenza. Per mangiare senza problemi e senza nemmeno sensi di colpa, per cena il rifugio aspetta te.
9. Il giro che ho fatto si inerpica in valli piuttosto selvagge, ma puntellate di dighe costruite circa un secolo fa, che, oltre a permettermi di usare il computer in questo momento, evitano che il Brembo si porti via i paesi costruiti sulle sue rive. Quindi, nonostante i trascorsi verdi e una spiccata simpatia per Greenpeace, esiste un modus operandi che rispetta la natura e insieme la vita dell'homo tecnologicus. E che permetta di vedere meravigliose stellate e di avere la tecnologia per fotografarle, senza doverle incidere su una pietra.
10. La montagna esige spesso un tributo, come ricordano le poco confortanti croci che puntellano i sentieri. Infatti tra le cose che non mi riporto a casa perché rimasto sulla pietraia al Passo della Stalletta, c'è il mio sacco a pelo in piuma d'oca che mi accompagnava dal viaggio in Palestina nel 1999. Sigh.

In aggiunta: gli unici non bergamaschi incontrati in giro per rifugi, erano due ragazzi di Monaco, e un signore italo francese di terza generazione, con il nonno emigrato proprio dalla Val Brembana. Mi vengono in mente due osservazioni: gli orobici non sanno farsi pubblicità e sono territoriali come gli animali; gli italiani in generale sono un popolo pigro. E si vede.


Nella foto: 3 sassi portati dalla Val Brembana





mercoledì 31 luglio 2013

Take the red pill

Noi giochiamo con cose che spariscono continuamente e, una volta sparite, è impossibile farle rivivere.
Henri Cartier-Bresson

Ecco, poi basta che ricominci a meditare, e mi ricordo precisamente perché faccio alcune cose e altre no, e capisco come dovrei farle, senza nemmeno pensarci. E tutto il mondo riprende a convergere in un senso, fatto di cose facce profumi e colori che si fanno e disfanno come nuvole, senza far male a niente e a nessuno.
Imparare a vedere, niente di più serve. Anzi sì, una cosa in più: non rifiutare ciò che si vede.



lunedì 29 luglio 2013

Di soldi, potere e altre sciocchezze


Prendi senza orgoglio, rinunzia senza difficoltà
Marco Aurelio 

Non so, probabilmente l'argomento è noioso, banale e rischioso nonché decisamente poco usuale per queste mie virtuali pagine. Ma probabilmente questa faccenda dei soldi, del potere e delle scelte di vita sottese di cui sto per parlare è qualcosa che ultimamente mi tocca.

Allora: due fatti da cui partire. Ecco il primo.
L'altro giorno la mia amica Silvia in spiaggia a Santa Margherita Ligure viene avvicinata da un bambino biondo di 6 anni circa, che aveva passato l'intera giornata in compagnia della sua tata di probabili origini sudamericane.
Il bambino le chiede indicando il marmocchio di Silvia: questo è tuo figlio? Sì, risponde lei. Lo sai che è mio amico? ribatte il bambino. Silvia: no, non lo sapevo. Mi fa piacere però. A proposito, chi sei tu?
Il bambino non risponde con il suo nome, che non sapremo mai.  Ma le chiede: Conosci la famiglia xy di N.? (Nascondo i dati rilevanti per non incorrere in problemi di privacy). No, risponde Silvia, dovrei? Il piccolo risponde: mah, mio papà ha un'industria. Silvia, che è proprio la persona giusta per essere titillata da notizie di questo tipo, avvicina la tata, che rivela che il bambino è figlio di seconde nozze di un famoso, anzi famosissimo, imprenditore italiano.

Il secondo fatto riguarda invece un'artista, amica di amici, che ci racconta che un importante museo italiano le ha chiesto di tenere una masterclass di performance a un gruppo di manager selezionati. Ci racconta che ha fatto fatica a trovare il tema, e poi ci interroghiamo sul perché possa essere interessante per dei manager un lavoro del genere.
Perché, è la conclusione a cui siamo giunti, per fare il manager ad alti livelli ti insegnano prima, nelle varie Bocconi, Luiss ecc, a strapparti l'anima di dosso. Poi, quando ti hanno reso una macchina che accumula relazioni, informazioni, dati e soldi con l'unico scopo del successo, si accorgono (insomma, il sistema si accorge e si autoregola di conseguenza) che dell'anima, giusto un po', ne hai bisogno e provano quindi a reinserirtela con attività come questa. Sempre in funzione della produttività s'intende: problem solving, team leadership, responsabilità sociale d'azienda e quelle cose lì.

Ecco quindi nascere le mie domande sul tema, risposte invece come sempre ne ho poche. Ma davvero può essere felice un bambino che a sei anni è totalmente investito dall'aurea di potenza della sua famiglia, tanto da coincidere con essa e non presentarsi con il suo nome? Che ne sarà di lui, della sua identità, dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, del suo io, quello vero, che per il suo ego basta e avanza il cognome paterno?
I soldi non sono lo sterco del demonio. Mi piacciono e sono utili (ne avrei pure bisogno ora) e non credo sia possibile stabilire l'uguaglianza di tutti nella ricchezza. Ma davvero vale la pena dedicare la propria vita al guadagno dei soldi? Non c'è forse un buco che spinge a volerne di più, sempre di più? Non c'è, del resto, un buco anche nello spenderli tutti come a lungo ho fatto io? Non c'è un buco in chi sente di non meritare di guadagnarli, e in chi pensa che valga la pena zittire tutto e dedicare la vita ai soldi e alla loro gestione e al loro accumulo?
Non è un controsenso farsi strappare gli anni migliori senza sperimentarsi in cose nuove, che non si possano pagare e non si possano mostrare s'intende, per poi essere obbligati a 40 anni a farsi quasi spaventare nell'incontrare parti di sé sconosciute? Non è ingiusto che troppe persone al mondo non possano fare altro che sopravvivere?
Banalmente, e vi avevo avvertiti all'inizio che era banale tutto ciò, i soldi sono solo carburante. La macchina in cui metti questo carburante affinché la faccia avanzare sei tu, e con questo dobbiamo fare i conti. Perché guadagno questo carburante? In che modo lo guadagno? Dove sono diretta? Come passo il tempo durante il viaggio? Posso usare un'auto elettrica per rispettare l'ambiente e arrivare lo stesso? Sono domande ineludibili. Confondersi e pensare che il carburante sia sufficiente, mentre ci rubano o vendiamo la macchina, è da idioti.
E poi, e una risposta ce l'ho, non è che soldi, potere ed "essenza vitale" (non so come altrimenti chiamarla) non possano convivere. Per questo ho messo Marco Aurelio in esergo.

mercoledì 24 luglio 2013

Un post che dice la verità, finalmente.

In questa notte di luna piena, con le zanzare impazzite di caldo e Lana Del Rey in loop, sto per raccontare una verità.
Ma non di quelle che dico di solito, cioè le cose che ho capito o, meglio, presumo di aver capito. Ma la verità su ciò che sento.
A settembre, e precisamente il 14, partirò per Spilsby.
E me la faccio sotto dalla paura. Ho paura di ciò che (non) può accadermi a Spilsby e della bruttezza degli inglesi? No, ho paura di ciò che diventerò. Di ciò che resterà di me, di quello che sono abituata a pensare di essere e a chiamare io, in un contesto totalmente diverso.
Senza i miei amici, senza Milano che amo e odio, senza i due uomini che ho amato -amo- negli ultimi anni, senza quelli con cui mi sono divertita, senza il mio analista, senza mamma e papà a 40 minuti di macchina, senza sorelle, senza nipoti, senza il tabaccaio che mi conosce, senza la mia casa blu, senza una casa qualsiasi a cui tornare, senza teatro, senza bicicletta, senza tutti i libri nella libreria, senza le tonnellate di vestiti nell'armadio. Senza tutto ciò che dico mio, e dicendolo faccio in modo che lasci un segno in me, fino a diventare me, in un intrico complicato ma comprensibile di influenze reciproche.
A quasi 33 anni (li compirò mentre sarò già là e quindi sarò pure senza festa di compleanno, che mi piace così tanto organizzare) me ne vado, lascio tutti gli ormeggi. Tutte le certezze costruite, e porto appresso solo me. E la volontà di fare non un'esperienza, come mi dicono tutti quando dico che partirò, ma un esperimento. Scopo dell'esperimento: scoprire chi sono io, al di là di quello che ho e delle relazioni in cui sono già inserita. Quali sono i miei limiti? I miei punti di forza? Che cosa mi piace? Che cosa voglio davvero? Mi verrebbe quasi voglia di cancellarmi da Facebook un'altra volta, affinché l'esperimento sia più completo, ma credo che non avrò il coraggio di farlo.
E ho paura di questo esperimento, nonostante all'estero abbia già vissuto e viaggiare da sola mi piaccia. Ho paura perché una parte di me è convinta che alla mia età dovrei avere già superato la fase sperimentale, e essere madre di famiglia, possibilmente senza conto in rosso ogni due mesi. E avere capito già cosa voglio e cosa posso fare, e avere avuto successo e continuare a coltivarlo.
E invece mollo tutto. Senza essere certa di tornare. Senza sapere chi davvero tornerà. Senza sapere chi e cosa mi aspetterà al ritorno.
Me ne vado consapevolmente a fare l'amore con la paura. Spero sia una buona amante. Spero che l'amore la renda innocua.




giovedì 18 luglio 2013

Ego trippin is making me sick

Ti guardo ma vedo me.
Riflessa, scomposta,
parcellizzata, un pezzo di cuore lì,
una mano là.
Un desiderio a destra e un orrore a sinistra.
Dove sei? 
Perché non ti raggiungo?
Perché debordo invado sconfino prendo possesso inghiotto annullo?
Voglio te.
Ho la nausea di me. 
Fatti scoprire. Annientami.
Non mi voglio più.

 

domenica 14 luglio 2013

Profondità

Ho un desiderio che mi pervade
scritto nelle linee dei polpastrelli
nelle radici dei capelli
nei villi intestinali
nelle stelle che mi abitano.
E non esiste soddisfazione che lo possa placare.
Non cosa, non uomo, non successo, non grandezza.
Il silenzio, forse, e il vento.
Crepita rotola e urla a tratti
ma poi morbido si apre e riposa.
Per lui vivo.
Grazie a lui vivo
Nonostante lui vivo.
E' lui che mi vive.



venerdì 12 luglio 2013

Mistica da salotto

Ieri è stata una giornata faticosa.
Mille decisioni da prendere e problemi da affrontare.
Alla sera non volevo uscire, poi due amici mi hanno convinto e sono andata al Conservatorio per concerto e film all'aperto.
E lì, mentre mi godevo la brezza sulle spalle scoperte (mi ero pure messa un abito a pois di mia mamma, superelegante, ma sdrammatizzato dalla mia vena hipster) e gli uccelli che si rincorrevano sopra di noi in un tramonto morbido come un gelato al pistacchio, un coro ha cantato Veni creator spiritus.
E silenziosamente ho iniziato a piangere.
Ed ero felice di questo pianto che mi riconciliava con il mondo, con me stessa, con le mie memorie di cattolica, con la mia nuova sensazione che il mondo sia pervaso da un divino che è possibile cogliere e distillare, e che anzi, è in attesa del nostro sforzo perché questa trasformazione della realtà avvenga.
Ero felice e amavo tutte le persone accanto a me, principalmente snob del centro di Milano. Ma io li amavo, tutti. E speravo che tutti piangessero con me, e me ne fregavo del fatto di piangere in mezzo a sconosciuti. Perché non erano sconosciuti. Eravamo fatti della stessa materia/energia. Siamo fatti della stessa materia/energia.
E tutto quello che vedo delle persone è solo un involucro. Dentro (oltre) ci sono strati di mondo che aspettano di dispiegarsi e che potranno farlo solo quando io li guarderò con occhi nuovi, aperti, dispiegati, distesi, amanti.
La responsabilità della bellezza o dell'orrore del mondo in cui vivo è sempre e solo mia. E' sempre e solo tua.



martedì 9 luglio 2013

Non studiare, ma vivere.

"Il disinteresse non ha valore né in cielo né sulla terra; i grandi problemi esigono tutti il grande amore e soltanto spiriti rigorosi, netti e sicuri, soltanto gli spiriti solidi, ne sono capaci. Altro è se un pensatore prende personalmente posizione di fronte ai suoi problemi in modo da trovare in essi il suo destino, la sua pena e anche la sua maggiore felicità, altro è se si avvicina a questi problemi in modo impersonale, cioè se li tocca e li attinge solo con pensieri di fredda curiosità. In quest’ultimo caso, niente può risultarne, giacché una cosa è certa, ed è che i grandi problemi, ammesso che si lascino raggiungere, non si lasciano guardare dai deboli e da esseri dal sangue di rana."

F. Nietzsche, La gaia scienza



mercoledì 3 luglio 2013

Esercizi di vita quotidiana

Per motivi che è meglio non raccontare, negli ultimi giorni ho incontrato la meschinità, la stupidità, la pochezza degli esseri umani.
E la cosa che mi stupisce è che mi arrabbio, e mi verrebbe da vendicarmi. Ma poi sorge anche un senso di pena, e vorrei dire a questa persona: "Faccela, ti perdi dietro a cazzate per evitare di guardare la tua tristezza e la desolante condizione umana, che nascondi dietro un senso di superiorità, che tu stessa sai essere precario e posticcio".
Come sempre, tutto quello che vediamo negli altri, è un riflesso di ciò che vediamo in noi: ciò che i comportamenti altrui ci provocano è ciò che proviamo verso gli stessi meccanismi all'opera in noi.
E allora questa rabbia e questa pena le guardo. Mi astengo dal praticare la vendetta (ah, che fatica!) e mi astengo dal dire a questa persona "Faccela". Perché io non sono nessuno per dirglielo, e farlo sarebbe esercitare la stessa identica presunzione che questa persona ha nei miei confronti. E provo a guardare che cosa ribolle più in fondo a me, oltre al fastidio per questa situazione, fatta alla fine di piccolezze, su cui nemmeno per me vale la pena soffermarmi.
Perché poi in fin de conti, questa vita è tutta finta. E' un sogno, non vale la pena prendersela. E io voglio svegliarmi, e per svegliarmi devo uscire da me, dalle mie reazioni istintive. Cercare di far uscire altri da loro stessi non mi aiuterà in alcun modo.
Al massimo l'esempio di una vita vissuta diversamente, in cui a piccolezza non si risponde con piccolezza, li può aiutare. Ma io no lo so, io non sono nessuno per saperlo.
Non essere nessuno è estremamente liberatorio.



lunedì 1 luglio 2013

Fasi

Quando sei piccolo, dai quello che ricevi. Non hai altra scelta. Sei solo il risultato di quello che ti è stato dato e hai imparato. Ti danno amore, e tu sai darlo. Ti danno odio, tu impari a dare quello. Intorno a te rubano, imparerai a rubare. Intorno a te pregano, imparerai a pregare. Intorno a te giudicano, imparerai a giudicare e così via. Alcuni esseri umani si fermano qui, e saranno solo copie di vite altrui, incapaci di scegliere per davvero. Vivranno nella reattività.

Alcuni esseri umani capiscono invece che possono ribaltare il meccanismo, ovvero che si riceve ciò che si dà. Fa malissimo a tratti, è quasi innaturale, ma è il prezzo della libertà. Scegliere che cosa immettere nel ciclo del mondo, di che cosa liberarsi e che cosa nutrire. Questi esseri umani vivranno nello sforzo costante di liberarsi.

Altri umani, pochi credo, fanno un passaggio ulteriore: danno e ricevono quello che c'è, senza chiedersi perché e percome. C'è il sole? Evviva. Piove? Evviva. Mi amano? Evviva. Non mi amano? Evviva. Avranno delle predilezioni per qualcosa e per qualcuno, ma queste non saranno predilezioni scelte in contrapposizione rispetto ad altro, ma semplici inclinazioni. Tendenzialmente ameranno tutto. E vivranno in una beatitudine che non riesco nemmeno a immaginare.



venerdì 28 giugno 2013

Smascherarsi

In questo momento, mentre fumo l'ennesima sigaretta durante il tempo di posa della maschera all'argilla, ho voglia (o bisogno, chissà) di fermare nero su bianco e di condividere le cose che ho capito nelle ultime settimane.
1. Nessun essere umano è funzione di qualcosa altro. In particolare, tutti gli esseri umani che incontro hanno il diritto di essere trattati bene e con amore e di ricevere importanza e delicate attenzioni a prescindere dalla funzione che io vorrei assegnargli nella mia vita. Certo non sono dio e non posso pensare di amare tutti incondizionatamente, ma questo funzionalizzare gli incontri, come ho fatto quasi sempre finora, soprattutto se si trattava di esseri umani di sesso maschile a cui ero particolarmente interessata, mi fa piuttosto schifo.
2. Il modo migliore per perdersi in un problema senza trovarne la soluzione è osservarlo continuamente. Cfr. il principio di indeterminazione di Heisenberg
3. Se si vuole una cosa, la si ottiene. Ma ci vuole molta molta molta pazienza, e serve uno sguardo strategico, e coraggio. Tanto coraggio.
4. Anche se si ottengono le cose che si vogliono, il senso della vita non cambia. Che al massimo riempiamo di soddisfazione qualche minuto, ma questi minuti ci avvicineranno comunque alla morte. E non sarà il successo non ottenuto o i soldi non guadagnati o i viaggi non fatti ciò che rimpiangeremo di fronte alla livella.
5. Vivere per rendere esplicita la propria peculiarità e perché gli altri la ammettano e possibilmente la ammirino. è un modo piuttosto idiota di vivere. Coltivare il proprio nucleo interiore, ciò che rende speciale me, potrebbe più proficuamente portarmi a riconoscere, celebrare, propiziare, ammirare lo stesso nucleo negli altri.
6. Ho un grande desiderio d'amore, ma sono in buona compagnia. Ce l'abbiamo tutti. Molti lo negano, perché è poco in sintonia con la nostra epoca narcisistica. Io ho la fortuna di riuscire a vedere questo desiderio ora, e di poter vivere senza che tutto giri, in maniera inconsapevole, attorno a questo desiderio. Posso darmi tempo, respirare nelle cose. Ad un certo punto questo desiderio diventerà talmente forte e pieno e diretto che da qualche parte porterà, esattamente come opera lo stimolo della pipì in noi. Sappiamo che prima o poi dovremo fare pipì, ma mica viviamo attaccati ad un bagno. Quando ci scappa, andiamo. E non scandalizzatevi del paragone, che amare e pisciare sono suppergiù la stessa cosa: naturali.
7. La vita  politica di questo paese mi interessa veramente molto poco. Ma ciò non vuole dire che sia un'individualista cazzona. Mi interessano le dinamiche profonde, più che le contingenze di cui quotidianamente si parla.
8. Lasciare andare è liberante, Non c'è niente da perdere, e lo si scopre perdendo tutto quello che pensavamo di avere o di dover ottenere.
9. Ho imparato a comprare cose carine senza spendere cifre assurde, e addirittura che esiste il prestito.
10. Credere qualcosa è inutile. Bisogna sentire, provare, sapere quel qualcosa. Credere è come mettere un sottile strato di mattoni, di quelli venduti in comode piastrelle, su un pilastro di cemento armato. Resta cemento armato, ma lo camuffo perché sia più grazioso e accogliente.
11. Dare dare dare dare. Ma senza paracularsi dietro al dare. Dare, e saper dire i sì, i no, esprimere dubbi, alzare la voce, tornare indietro, dire la verità, chiedere, rispondere.
12. Le cose rotte restano rotte. Ma a volte, una volta aggiustate, assumono un fascino ancora più peculiare, come i jeans portati a lungo o la giacca di pelle di quando avevamo 20 anni. Il problema è che oggi quasi nessuno ripara più niente. Ma la crisi ci salvarà.

Grazie a chi, in vario modo, mi ha aiutato a capire, sentire, provare, sapere, esperire queste cose.