venerdì 30 gennaio 2015

Voglio una vita spericolata

La mia vita spericolata consisterà in questo: smetterla di chiedermi perché, fidarmi del mio istinto e mandarlo a fare in culo quando è vigliacco.
Mi sento già un po' come Steve McQueen


lunedì 26 gennaio 2015

Un serio momento di cazzeggio

Il complottismo è parte del complotto mondiale per non farci pensare alle cose serie.
Tipo: sono stata gentile oggi? So amare prendermi cura sorridere divertirmi fidarmi essere affidabile diventare brava in qualcosa uscire da me stessa essere onesta essere giusta essere inflessibile se serve riconoscere le orme di qualcosa di grande?
Oppure penso alle scie chimiche e al grande gomplotto del nuovo ordine mondiale di cui sono schiava, e poi l verità è che sono solo schiava di me stessa?
Oggi sono quindi spacciata: sono complottista al quadrato.
From paranoia to metanoia. A long way to go.



sabato 10 gennaio 2015

Durante la manifestazione a Milano, malata, scrivo.

« Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam. »
« Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla. »
(Giordano Bruno rivolto ai giudici dell'Inquisizione)
Il mio primo pensiero quando il Biondo, tornando da scuola, mi disse che c'era stato un attentato jihadista a Parigi è stato Salvini.
Perché me lo immaginavo felice, a strofinarsi le mani in vista dello stupro che avrebbe compito,  sulla morte dei morti e sulla vita dei musulmani vivi.
Ho avuto paura. E rabbia. E disgusto. E anche odio.
Quando ho visto la Santanché affermare che vorrebbe pubblicare Charlie Hebdo in Italia ho pensato di avere le traveggole, ma ho capito che la situazione era più nera del previsto. Persone che sono state prone ai diktat anti-satira di Berlusconi (do you remember l'Editto Bulgaro, per citarne uno?) e che reagiscono alle decisioni delle scuole pubbliche e laiche italiane di non fare il presepe con la stessa compostezza di un bullo di periferia quando inavvertitamente ti appoggi alla sua macchina ora sono compattamente al fianco di persone che hanno fatto dell'indagine dei confini dalla libertà di satira il motivo principale delle loro vite. Nonché la causa della loro morte.
Quando ancora ero cattolica, litigai con Ernesto Olivero, a casa sua, ovvero il Sermig di Torino, un arsenale militare convertito in "Arsenale della Pace". Un luogo di accoglienza, preghiera, incontro, nel cuore della Torino multietnica. Olivero espresse pareri apocalittici sull'Islam, in parte frutto di esperienza personale (la cultura di base del mondo islamico deve crescere molto per liberarsi di diverse zone d'ombra: diritti delle donne, diritto all'apostasia) e in parte legate al pregiudizio tutto cattolico (forse del cattolicesimo pre Papa Francesco, ma non lo so con certezza) che i cattolici hanno ragione, e quindi ogni discorso interreligioso deve essere comandato da loro.
Trovavo e trovo queste posizioni contrarie alla ragione, e glielo dissi. Non so precisamente come trovai il coraggio, ma lo feci. Io, 22enne bergamasca che ancora adesso a 35 anni nella vita non ha combinato un cazzo, feci la predica a un 60enne che si era inventato un impero (nel senso buono) della solidarietà. Gli dissi che qualsiasi discorso sulle relazioni tra Occidente e resto del mondo che prescindesse dai fatti coloniali, era un discorso monco, incapace di rendere ragione dei fatti contemporanei. Inoltre: i fondamentalisti islamici sono molto amici delle potenze segrete occidentali. Tutti i movimenti jihaidisti sono stati finanziati, cresciuti, addirittura addestrati dall'Occidente con lo scopo di farne una pedina per i loro giochi. Peccato che poi questi gruppi abbiano deciso di giocare un altro gioco. Infine, gli dissi che il mondo musulmano sicuramente è diverso dal mondo di origine cristiana ma  che le generalizzazioni, soprattutto da parte sua,  erano (e restano) sbagliate. Noi cristiani dovevamo amare gli uomini e non la nostra idea (ovvero preconcetto) di uomini.
Ciò che non seppi dirgli, perché non avevo ancora gli strumenti per farlo, era che la libertà di cui mediamente godiamo noi occidentali non la dobbiamo alle radici giudaico-cristiane, ma all'opera di pensatori che hanno, secolo dopo secolo, scalfito la gabbia illiberale di queste tradizioni religiose fantomaticamente liberali. Non serve mica che elenchi le nefandezze della Chiesa Cattolica e nemmeno i morti ammazzati. Dobbiamo la nostra libertà più a Spinoza (ebreo espulso dalla sua comunità) e a Giordano Bruno (cattolico bruciato dalla sua comunità) che ai papi e ai preti.
A me le vignette di Charlie Hebdo, che ho conosciuto in questi giorni, non piacciono particolarmente. Con un giudizio che appartiene sicuramente all'estetica piccolo-borghese di cui fatico a liberarmi, le etichetterei come "di cattivo gusto". A volte fanno ridere, altre no. Ma mi piace, e sposo in toto, l'idea di fondo. Sono talmente antirazzisti, egualitari e iconoclasti da gettarsi su tutto ciò che vale la pena decostruire. Ovvero si gettano come piranhas sul potere di qualsiasi tipo. Evviva! Evviva! Evviva! Il re è morto, ed è giunto il momento di non crearne uno nuovo! Sono con voi! Distruggete tutto con una risata! Fatelo anche per me! Non c'è niente da risparmiare! Per costruire il nuovo, dobbiamo annullare, annientare il vecchio! E farcela con una risata, sarà ancor più entusiasmante!
La questione del potere, centrale per tutti quelli che scrivevano e continueranno a scrivere per Charlie, sarà la questione centrale anche del dopo-Parigi, in Francia e in tutta Europa, non solo per Charlie, ma per ognuno di noi.
Il potere si nutre di paura, che genera asservimento. L'incapacità di ridere è frutto di paura. La paura impone alla mente di costruire schemi mentali estremamente potenti per consentire la sopravvivenza. E' ciò che accade a chiunque abbia subito dei traumi: la mente costruisce un mondo parallelo, seppellisce sotto modellizzazioni e sbarramenti la realtà, troppo difficile da affrontare.
Rischiamo tutti di diventare paranoici (vedremo nemici ovunque), schizofrenici (saremo liberali con chi ci piace, illiberali con gli altri), ossessivo-compulsivi (faremo pratiche che dovrebbero garantire la sicurezza utili tanto quanto gli schemi ripetitivi di chi sistema i libri 200 volte al giorno altrimenti esplode la casa), narcisisti (incapaci di sentire la nostre emozioni e quelle altrui, ci crogioleremo nell'autocompiacimento di "Noi meglio di Loro"), autodistruttivi (distruggeremo i principi liberali di convivenza, restringendo la libertà invece di aumentarla).
Quindi, se avremo paura, faremo il gioco del potere. So che ai potenti il potere piace, ma a chi è sotto, perché piace il potere? Potreste usare le vostre manie schiavo-padrone all'interno di giochi sessuali, che ne dite? Oppure potreste liberarvi delle vostre paure. O ancora: potreste chiudervi in enclavi con persone simili a voi e starci per i prossimi secoli, finché i vostri figli non avranno le code di porco come i parenti di Aureliano Buendia. Fate ciò che vi pare. Ma non toccate la mia libertà. Non toccate la libertà di nessun essere umano.
Tutte le considerazioni sopra riportate sono al netto delle ipotesi complottiste che, nonostante si presentino allettanti, ho deciso di escludere dal mio orizzonte. Se anche tutto fosse una messa in scena all'interno di un'inedita strategia del terrore à la française, non cambierebbe niente. Il portato sulla gente resterebbe uguale. E tutto ciò che posso fare è vigilare su di me, sulla mia libertà interiore. Su come la esercito nella vita di tutti i giorni. Su come provo a non piegarmi a logiche barbariche.
Posso spostare l'asticella, e capire per che cosa realmente mi interessa spendermi. Capire come, per esempio, posso essere un'insegnante democratica e libertaria, che formi un mazzetto di studenti un po' più consapevoli. Capire se c'è qualcosa per cui spendere le 24h al giorno che mi sono date per un numero sconosciuto di giorni in maniera libera. Provare ad avere fiducia nelle donne e negli uomini. E provare ad avere ogni giorno un po' meno paura.




domenica 4 gennaio 2015

Amore2015

Il fottuto dannatissimo banale Caso.
Il posto sbagliato al momento sbagliato.
Inoltre: pervicacia, insistenza. Sfregio del pericolo.
Cazzo.
L'amore mi è esploso tra le mani.
Fuggire fuggire fuggire.
Ospedale. Soccorso.
Alcool. Dimenticare.
E invece, depositate le ceneri
dell'esplosione,
ripartito l'udito smorzato ovattato allontanato dal colpo,
mi ritrovo meravigliosa.
L'amore è entropia al contrario.
Rimette le cose al loro posto.
Basta lasciarglielo trovare, invece di continuare a imporglielo.
Cazzona che non sono altro.



mercoledì 31 dicembre 2014

Buon anno

Buon anno a chi si aspetta tragedie, e vedrà solo quelle.
Buon anno a chi si aspetta meraviglie, e poi rimarrà deluso dalla straordinarietà della vita di tutti i giorni.
Buon anno a chi crede alla crisi, e anche a chi non ci crede.
Buon anno a chi la pensa come Einstein, che la crisi è un'opportunità.
Buon anno a chi è coerente come un sasso, e come un sasso non prova mai l'ebbrezza di scoprirsi diverso, ma può solo rotolare e perdere pezzi.
Buon anno a chi è incoerente come il cielo d'Irlanda, che sia portato dalle nuvole, e che le porti un po' anche lui.
Buon anno a chi odia tutti, e non sente mai l'esigenza della compassione.
Buon anno a chi ama tutti, e non sente mai l'esigenza della rivoluzione.
Buon anno a chi ama la famiglia, e solo quella.
Buon anno a chi famiglia non ce l'ha, e ama solo se stesso.
Buon anno a chi è parte della famiglia umana, anche se ogni tanto vorrebbe andare a fare un giro su Marte.
Buon anno a chi sta male, a chi si ammalerà e a chi guarirà.
Buon anno a quelli che moriranno, perché forse dalla consapevolezza dall'ingiustizia della morte potrebbe nascere un mondo più giusto, prima o poi.
Buon anno a chi nascerà, ed è giusto che lo sappiate: qui è tutto piuttosto figo, ma non è mica una passeggiata di piacere.
Buon anno a chi si chiede perché è nato. E la risposta non la troverà mai.
Buon anno a chi non se lo chiede, e la risposta la troverà facilmente.
Buon anno a chi ha il passaporto, perché non si annoi in un villaggio turistico.
Buon anno a chi non ha il passaporto, perché non muoia durante il viaggio.
Buon anno a chi attraversa frontiere, dentro e fuori di sé.
Buon anno a chi si erge a doganiere di se stesso.
Buon anno a chi non riesco a categorizzare.
Buon anno ai potenti, perché siano così potenti da credere nell'umanità di tutti, e non così deboli da seguire la finanza.
Buon anno a chi mi ha accompagnato, a chi mi accompagnerà, e buon anno a chi perderò per strada.
Buon anno a chi ne farà buon uso.
Buon anno a chi lo sprecherà.


giovedì 25 dicembre 2014

Pensierini di Natale 2014

Sono andata troppo più veloce del mio cuore. Ora rallento, e mi faccio raggiungere

Non sono cattolica, anzi. Però mi hanno consegnato la tradizione di festeggiare il compleanno del figlio di un falegname palestinese, uno che aveva carisma, e soprattutto aveva capito delle cose. Potremmo dire che fosse un illuminato. E anche un rivoluzionario. Uno che vedeva oltre le cose che si vedono. E allora, anche se non sono (più) cattolica e non sono cristiana, anzi, i seguaci del figlio del falegname mi piacciono generalmente poco: buon Natale. Buon momento in cui ci riconosciamo umani, in cui vediamo oltre le cose (anche se spesso c'è ne lasciamo sommergere). Buon Natale di tradizioni vecchie ma non stantie, di cose nuove che potrebbero diventare nuove tradizioni.
Buon Natale in cui sappiamo i essere profughi migranti e stranieri e transitori e transeunti tutti. Buon Natale di crisi che spesso è ancora abbondanza.
Buon natale a tutti, tranne a chi usa gli uomini come fossero cose, e le cose come fossero uomini. Eccetto la "famigghia", ovviamente.  O forse, buon Natale proprio a voi, Che lo spirito del Natale vi tormenti.

Spero che i poveri non mi facciano dormire. Spero che gli uomini e le donne non mi facciano dormire.

Libertà non da cosa, ma in che cosa. Trovarmi il mio spazio. Respirarlo. Farlo trovare agli altri.

Ho accumulato, preso, costruito la tana. Ma non voglio essere l'avara formica. É tempo di ridare.

Ai miei nipoti. Perché siano così felici e pieni da saper riempire il mondo, e non solo arraffarlo. Ai miei nipoti, perché facciano tutto per amore e libertà, e non per obbligo e  senso di  colpa. A me, perché sia uguale a loro.


giovedì 4 dicembre 2014

Stop. Dimentica.

Problemi problemi problemi.
Correre correre correre.
Non dimenticarsi niente.
Essere performante.
Pulire.
Correggere.
Perfezionare.
Sacrificarsi.
Elevarsi.
Spiegarsi.
Divertirsi. Poco.
Lavorare lavorare lavorare.
E poi scoprire che la cosa più importante degli ultimi due mesi, passati indenni come una goccia nel tragitto dal rubinetto allo scarico del lavandino, è che mi sia accorta del merlo con la bacca nel becco che stava sul mio terrazzo ieri mattina.


mercoledì 26 novembre 2014

Trasloco

Sono a casa dei miei, a svuotare la mia cameretta, che in realtà non è la mia ma è quella in cui sono state le mie sorelle finché non si sono sposate, tutte e due nello stesso anno, lasciandomi sola di colpo, con un sacco di spazio a disposizione, che ho riempito di ogni cosa.
Libri, alcuni essenziali, altri buoni per tenere fermo un tavolo ballerino, altri intonsi. Biglietti di auguri dalle zie e da amici persi di vista. Un post-it di un collega ora morto che mi chiede di restituirgli il libro autografato da don Gallo. I diari in cui ho scritto, male, su ogni piega dello vita umana e della mia misera contorta rattrappita psiche. Le preghiere che mi turbavano l'anima, che forse invece non esiste, che mi dava don Ezio. Le cose negli scatoloni da un'altra parte. La lampada da tavolo blu che non trovo.
Libri in spagnolo e in inglese. Addirittura in portoghese, che non parlo, L'orecchino di legno che ho tenuto per anni. I Dylan Dog che regalo a mio nipote Lorenzo.
Guardo i miei, stanchi, che mi hanno comprato-ristrutturato-preparato la casa, con la morte nel cuore perché vado lontano da loro e l'asma nei polmoni di 5 piani senza scale. La crema che ho messo sulle spalle di mia mamma. Il muso di mio papà, che non voglio vivere più, ma mi piega.  Li vedo così vecchi (se sanno che scrivo questo mi ammazzano) che vorrei tornare qui e prendermi cura di loro. Dire loro di non preoccuparsi, hanno fatto il possibile, ma mi hanno fatto testa di cazzo, ma che ce la faccio, ed ho imparato. Non tutto, ma molto. Che la vita fa, e io assecondo. E quando non assecondo non mi schianto, ma cado, rimbalzo e riparto.
Penso alle mie sorelle, alle botte che ci siamo date, a quando mi dicevano che ero arrivata a casa arrotolata in un tappeto peruviano, alle Barbie coni capelli tagliati, ai nostri occhi verdi, in gradazioni diverse. Penso che vorrei vederle di più, e dire loro che io me ne sono andata, ma le amo, siamo uguali e diversissime, amo i loro figli e vorrei respirare il loro odore tutti i giorni.
Penso ai miei amici che non vedo da mesi, perché mi esaurisco per far appassionare i miei studenti all'Espressionismo Tedesco, e faccio i salti mortali per arrivare a sera avendo fatto tutto, non dormo mai, e Milano in questi mesi è faticosissima. E vorrei fare i biscotti con loro la domenica, o andare al centro sociale e invece no. Invece inseguo non so nemmeno bene io che cosa.
Penso al Biondo, e alla nostra timorosa, morbida, fragile, impetuosa, insensata aspettativa di non avere aspettative. E penso che quando la domenica vedo le coppie a passeggio vorrei non essere coppia. E voglio essere io, e voglio che lui sia lui, e che ci incontriamo ogni secondo. Ma che non voglio sapere chi è. Non voglio nemmeno che lui sappia chi sono io. Perché sono certa che non gli piacerei. Il tocco della sua mano, quello lo riconoscerei dovunque. I piedi che mi scaldano i piedi, i bassi della sua voce, pure.
Penso ai ricordi che lascerò a qualcun altro, e tremo all'idea. Tremo anche all'idea che non accada.
Penso a Renzi che ho visto al Tg (non ho la tv, e quando la guardo, mi resta impressa) che parla di futuro. E non si rende conto che è il presente che conta, il presente del futuro nelle nostre teste, un futuro che c'era e non c'è più, e ci mettiamo le pezze e lo rompiamo per sempre. Penso che non resterà niente, e vorrei tenere tutto. Penso al coraggio. E allora butto anche ciò che non avrei buttato mai.
Penso alle placchette cromate che ho scelto per la casa nuova, che sono bellissime, e alla fatica di fare stare tutto. E al fatto che non vorrei niente, perché il passato altrimenti si prende il posto del futuro, ma io senza passato chi sono? E senza futuro, chi sono? Quante persone sono stata? Quante persone sarò? Quante persone sono? Sono ciò che tengo o mi definisco per ciò che butto? Ho amato troppo, ho amato male. Nomi, volti, date si confondono e mi manca la precisione che vorrei. Sono stanca.
Tutto cambia, e sebbene ricordi tutto, non riconosco più niente.
Vorrei vivere senza scegliere niente, e invece ho scelto persino le placchette cromate.
E mi illudo pure che siano mie. Ma non c'è niente di mio. Il vero padrone è il tempo.



lunedì 24 novembre 2014

Niente, e tutto.

Quello che c’è oltre può essere scoperto solo se la mente è silenziosa. Potrebbe esserci qualcosa o assolutamente nulla. L’unica cosa importante è che la mente sia silenziosa. E inoltre, se vi preoccupate di quello che c’è al di là allora non state guardando che cos’è quello stato di vero silenzio. Se per voi è solo una porta verso qualcosa che sta oltre, allora non siete interessati a quella porta, mentre ciò che conta è la porta stessa, proprio quel silenzio in sé. Perciò non potete chiedere che cosa ci sia al di là. La sola cosa importante è che la mente sia silenziosa. E allora che cosa avviene? Quello che ci interessa è tutto qui, non quello che c’è al di là del silenzio.Jiddu Krishnamurti

Devo, voglio, vorrei, mi piacerebbe, lo farà, lo faccio da ora.
Ricominciare a creare il vuoto. La forma di creazione più difficile che esista. Nonché la più bella. 
Senza il vuoto, il tutto non esiste. Esiste solo il troppo. 



domenica 9 novembre 2014

Penso: "Non pensare"

Ascolto Yann Tiersen e Aphex Twin.
Aspetto che finisca il render di Final Cut, leggo delle mail. E penso.
Porca puttana. penso.
Non devo pensare. Niente da fare. Penso
Non devo pensare.
Non
Devo
Pensare
Penso che vorrei non pensare.
Che avrei voluto fare l'orafa, la sarta, la ballerina, l'attrice, la pittrice, la scalatrice, l'insegnante di aerobica, la contadina, la decoratrice.
Tutto, purché non pensare per lavoro. Essere "un'intellettuale", una persona che si guadagna da vivere solo con il pensiero, è una disgrazia.
Vorrei avere il pensiero nel corpo, nelle mani, nelle gambe, invece che in testa. Vorrei non avere cose intrappolate là dentro, che non escono se qualcuno non le fa per me. Vorrei avere le schegge nelle mani, e il giro delle dita sporco. E la mente pulita.
Il pensiero si pensa e si pensa e si pensa. Da solo. Quanta energia per mantenerlo al minimo, non farlo debordare, espandere, inglobarmi e risputarmi.
Ecco, poi adesso penso, però penso una cosa sensata (che il pensiero serve, eh, ma poi spadroneggia, fa il bulletto e devi rimetterlo al suo posto). Penso che l'idea di insegnare "coding e pensiero computazionale" nella scuola primaria sia configurabile come maltrattamento di minore.
Le cose hanno odori, forme, consistenze, resistenze, cedimenti, texture, spessori, volumi, spigoli, morbidezze. Non saper usare le mani per creare è non conoscere il mondo.
Sono un'inetta. Ma non rendete inetti dei bambini di 6 anni. Cazzo.


domenica 2 novembre 2014

Ciò che importa

Ciò che importa è l'importante.
Ciò che importa è così inutile.
Non dirmi dove sei, che lavoro fai,
se mi ami o che cosa cucini.
Dimmi solo perché nei tuoi occhi sta passando un temporale.
Dimmi come aspettare un arcobaleno.
Il tuo colore preferito.
Il suono che fai quando sei felice.
Dimmi ciò che non dovrei sapere.




mercoledì 22 ottobre 2014

Rimirar misteri

Se pensi alle rose, sei un giardino di rose

Hanno detto: “Da ogni parte c’è la luce di Dio“.
Ma gridano gli uomini tutti: “Dov’è quella luce?“
L’ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra; ma dice una Voce:
“Guarda soltanto, senza destra e sinistra!“.

Finora hai tirato male le tue frecce. Ti sei prodigato per lanciare lontano, trascurando ciò che ti era vicino.
Più lontano tiri, più il tesoro ti sfugge!
Credimi, è lo sforzo che ti fa fallire.

Perciò, tira la freccia dolcemente e cerca il tesoro con umiltà. Esso ti è vicino, e non può sfuggirti.

Jalāl al-Dīn Rūmī 


Le cose sono come sono. Non c'è niente da credere. 
Quante volte al giorno me lo ripeto! 
E se invece dovessi solamente rilassarmi, adagiarmi beata nel fatto che ancora non credo che non ci sia niente da credere? Probabilmente spezzerei questo loop che si autoalimenta. E sarei. Sarei. Sarei. Punto. 

Il mio dubbio (che mi fa provare forte, troppo forte, per far sì che le cose siano come credo io, e non come sono)  rende labili i contorni delle cos, che si spezzettano e frangono come le ombre in un piscina d'estate. Che si fanno impalpabili come la calura sull'asfalto in lontananza. Imprecise come il mondo dietro gli occhiali sporchi.

Tanto prezioso è quindi il singolo momento in cui ciò che è si disvela,  si dona, si apre, si arrende, mi fa arrendere e cadere, mi disvela, mi dona, mi apre. 
Così prezioso che non posso raccontarlo. Così abbagliante che per dirlo userò le parole di un altro mistico "Oh quanto è corto il dire e come fioco / al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, / è tanto, che non basta a dicer ’poco’."



sabato 18 ottobre 2014

Doppi fini

L'amore ha a che vedere con l'invisibile. Niente di soprannaturale, intendiamoci. Piuttosto, direi, ha a che vedere con l''invisibile possibilità di assoluta bellezza che ognuno si porta dentro, protetta, nascosta e temuta come l'aculeo nascosto delle mante.
Per amare me stessa, mi devo sforzare di silenziare il mio perfezionismo, e amare e accogliere e far sviluppare il mio inesplorato, prevedibile e al contempo imprevedibile, potenziale.
Ugualmente, per amare qualcuno come compagno di vita, come figlio, come amico, come studente, come collega, come vicino di casa, devo dargli/darle la possibilità di essere al meglio di se stesso. Nonché l'opportunità di sorprendermi. Nonché concedermi lo spazio per immaginare il suo meglio, per sognarlo, per crederlo reale benché non realizzato. Nonché, per quanto possibile, per creare le condizioni affinché il possibile reale diventi una possibilità realizzata.

Stasera ho amato Milano. Sono uscita in bicicletta, passando per zone che di solito evito. E Milano era lì, bella e preziosa. Morbida e precisa. Silenziosa. Avevo il viso fresco, i capelli caldi.
Le coppie erano a passeggio, i ragazzi sulle altalene, i trentenni all'Isola, il vino buono, le birre finite,  le luci nelle case accese, i semafori attenti. Le foglie a terra, gialle. Sugli alberi, verdi.
Tutto prevedibile, tutto imprevedibile. Tutto regalato. Tutto perfetto, tutto come potrebbe essere, ma non può sempre essere.
Infatti, se l'assoluta bellezza delle cose/persone fosse sempre realizzata, le cose/persone non avrebbero bisogno del nostro amore per convincere a svelarsi. E noi saremmo spenti ed annoiati.
Le cose/persone sono imperfette, ma non perché lo sono, e nemmeno perché non vogliono realizzarsi. Le cose/persone sono imperfette, perché desiderano dare a noi uno scopo nella vita: consentirci di fare in modo che esse stesse si realizzino.


martedì 14 ottobre 2014

Ottobre o del mistero

Faccio mille cose e ogni tanto non capisco nemmeno più a che gioco sto giocando, qual è il campo, come si fa punto, se l'importante è vincere o partecipare, se sono ancora in gara.
I giorni sono diversi l'uno dall'altro più per il meteo che per le scoperte che faccio, più per il frigo pieno/vuoto che per le impercettibili gigantesche esultanze della mente che esplora e indaga, più per l'abito che metto che per le parole che regalo e che ricevo.
Sarà il velo grigio di ottobre. Forse sì, e poi del resto, dare la colpa a qualcos'altro va sempre bene, fa sempre bene.
Però poi, un pomeriggio, una piccola rivelazione mi fa fare immaginarie capriole a mezz'aria. Di colpo sono leggera, di colpo piena, di colpo viva.
Capita per caso, o per sforzo, che qualcuno ti racconti i propri segreti. Ciò che più teme, ciò che più desidera, ciò di cui più si vergogna, ciò che più lo logora o ciò che più lo eleva.
E in quell'istante mi è chiaro. L'amore, quel senso di totale presenza comunione affetto reciprocadipendenza destinocomune individualitàsenzaconfini che è la totale mia pienezza, è quando un mistero tale e quale al tuo, ma totalmente diverso, ha il coraggio di dirsi.
Ha il coraggio di indicarti il telo nero che lo avvolge e di dirti: guarda lì, quello sono io. Mi ami ancora? Puoi amarmi nonostante questo?
L'amore è quando il velo nero non fa più paura, è quando non lo vuoi più strappare, è quando lo contempli, è quando anche tu indichi il tuo velo nero e dici: Mi ami ancora? Puoi amarmi nonostante questo?


giovedì 9 ottobre 2014

Certezze

Sono mesi che rincorro la vita che vorrei, e la vita che vorrei è quando voglio la vita che ho.
Io serva non ci morirò.
Lasciar chiuso il cuore, anestetizzarsi, occuparsi solo di "ego" ma per niente di se stessi, ricorrere al "tengo famiglia", lavorare per comprare la macchina per andare a lavorare,  sono i modi più veloci ed indolori per diventare zombie.
Gli zombie governano il mondo. Ma non permetterò che governino il mio.


domenica 5 ottobre 2014

Paradossi, dicono.

La fatica che faccio per essere davvero viva mi ucciderà.
Tutta questa vita che mi tracanno, che mi voglio divorare, mi ucciderà.
La mancanza di vitalità, nel frattempo, mi uccide. 
Un po' più in là, un po' più in là.
Voglio almeno morire felice. 


martedì 23 settembre 2014

Senzasoluzionedicontinuità

Ieri mi sono messa in contatto con l'Universo.
Mi ha detto che devo fidarmi di lui, e che mi aiuterà, ma che un po' mi devo impegnare anche io, che qualche cosa in cambio gli devo dare. Ci siamo accordati per tre caramelle gommose, ma non gli orsetti che non gli piacciono, e un mottarello.
E insomma, lo ammetto: forse  ho semplicemente parlato con me stessa, forse con dio, forse con Dio o forse con nessuno. Non lo so.
E poi oggi ho visto su l'Internazionale la foto di Laniakea, il superammasso di galassie in cui si trova anche la via Lattea, in cui si trova anche il Sistema Solare, in cui si trova anche la Terra, in cui si trova anche l'Europa, in cui si trova anche l'Italia, in cui si trova anche Milano e in cui vi trovate anche voi, e anche me.
E mi sono chiesta come fosse possibile fotografare se stessi così da lontano, e mi sono chiesta se anche una foto di Laniakea fosse in fondo un mio autoritratto. E un autoritratto di Francis Bacon forse è anche un mio autoritratto, e anche un tuo, e anche di un abitante dell'Universo, e dell'Universo stesso e di dio/Dio?
E poi Laniakea si sta allontanando, espandendo. Allontanando da che cosa? Espandendo dove? In un Nulla in cui l'Universo avanza?
E non trovo risposte. Ma le domande, quanto sono più belle di una qualsiasi risposta?
Forse l'Universo si espande semplicemente perché è curioso.


venerdì 19 settembre 2014

Vivere vs. riflettere sul vivere

Ho creduto a lungo che il senso della vita fosse cercare il senso della vita.
Riflettere, comparare, analizzare i massimi sistemi, rispondere a "chi siamo?" "da dove veniamo?" "dove andiamo?" "perché viviamo?"
Di colpo mi rendo conto che tutto ciò è divertente e fa sentire fighi e tieni vivi intellettualmente e dà un senso di spessore alla vita.
Ma le vere domande sono: "come tratto me stessa?" "come tratto gli altri?" "che scopo do al mio lavoro?" "riesco ad uscire da me stessa?" "preferisco la novità o le abitudini?" 
E le risposte a queste domande risiedono nell'uso che faccio di ogni secondo della mia vita. 

A questo punto, se tralascio l'epifania e torno alla riflessione, emerge un fatto critico:  i massimi sistemi sono evidentemente meno impegnativi. 


mercoledì 10 settembre 2014

Note a margine

Il matto in insospettabile completo grigio che mi si siede accanto in tram. La cravatta gialla che alla seconda occhiata mi spiega tutto di lui.
Il tunz tunz dagli auricolari della vicina dall'altro lato.
Gli ingegneri che vestiti da ingegneri parlano di altri ingegneri, chiamandoli per cognome.
I pendolari. Gli amanti. Gli iscritti al corso di yoga, prima lezione, che vedo dalla finestra.
Lo status di Facebook da aggiornare, mia massima attività creativa, dopo la scelta dell'outfit.
Dalle 18 alle 20 sono sempre triste.
E capisco meglio tutto. Trovo pure delle soluzioni. Meravigliosamente difficili e melodrammatiche.
Il vero problema è che quando sono felice non capisco un cazzo.

martedì 2 settembre 2014

Niente è come sembra ovvero della capoeira come imago roboris ac potentiae

Those who prefer their principles over their happiness, they refuse to be happy outside the conditions they seem to have attached to their happiness.
Albert Camus

Una capoeira.
La vita interiore mia, la vita dell'amore che vuole durare e non morire di troppa bontà o troppo cinismo, è una capoeira.
Una danza di schiavi, che si preparano, a ritmo di musica, a lottare per la loro libertà.
Forza e leggerezza. Ritmo e precisione. Gesti che sembrano solo aggraziati, che devono essere aggraziati, ma sotto l'apparenza di pura bellezza parlano di auto-dominio,  di determinazione, di ansia fame desiderio di libertà, di sogni più grandi,  di conflitti che, gestiti, fanno avanzare la vita.
Come i capoeiristi, come il samurai, come il guerriero di tutte le tradizioni mistiche: mantenersi forti, pronti a lotta, con il corpo vigile e la mente lucida, e decidere di astenersi, di portare la guerra ad altri livelli. Interni, superiori e solo in casi estremi, e quando si è pronti, portarlo all'esterno. Una volta individuati con precisione i nemici.
Potremmo essere come  un leone domato, che si è domato da sè.
Perché sa che la sua forza gli serve tutta intera, ma potrebbe anche fregarlo. E allora impara a gestirla.
E insomma, credo che Atena, la saggia dea guerriera, sia ancora con me.