sabato 4 maggio 2013

Metta!


O buio buio buio. Tutti vanno nel buio,
nei vuoti spazî interstellari, il vuoto va nel vuoto,
i capitani, uomini d’affari, gli eminenti letterati,
i generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti,
gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,
i capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio
e buio è il Sole, e la Luna, e l’Almanacco di Gotha
e la Gazzetta della Borsa, l’Annuario delle Società Anonime,
e freddo il senso ed è perduto il motivo dell’azione.
E noi tutti andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.
Ho detto alla mia anima: taci, e lascia che il buio scenda su di te,
sarà l’oscurità di Dio. Come in un teatro,
si spengono le luci per poter cambiare la scena
con un cupo rombo d’ali, con un movimento dell’oscurità sul buio,
e noi sappiamo che le colline e gli alberi, il panorama lontano
e l’imponente ardita facciata, tutto, tutto viene arrotolato e messo via –
O come quando un treno della metropolitana si ferma troppo a lungo tra due stazioni
e allora la conversazione cresce, poi un po’ per volta svanisce nel silenzio.
E vedi che dietro ad ogni faccia si spalanca il vuoto mentale
lasciando soltanto il terrore di non avere nulla a cui pensare;
o quando, sotto l’etere, la mente è cosciente, però cosciente di nulla –
Ho detto alla mia anima: resta in silenzio, e attendi senza speranza
perché la speranza sarebbe speranza mal riposta: aspetta senza amore
perché l’amore sarebbe mal riposto; resta la fede
ma la fede e l’amore e la speranza sono tutte nell’attesa.
Attendi senza pensiero, perché tu non sei pronta al pensiero:
cosí l’oscurità sarà luce, e la quiete danza.
Brusío di rapidi ruscelli, e lampi d’inverno.
Il timo selvatico non visto, e la fragola di bosco,
le risa nel giardino, eco di un’estasi
non perduta, ma che richiede, protesa all’agonia
della morte e della nascita.
 Voi dite che io ripeto
qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò un’altra volta
dovrò dirlo un’altra volta? Per arrivare là,
per arrivare dove siete voi, per andare via da dove voi non siete,
 dovete passare per una strada dove non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
 dovete passare per una strada che è la strada dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
 dovete passare per la strada della privazione.
Per arrivare a ciò che non siete
 dovete passare per la strada in cui non siete.
E ciò che non sapete è la sola cosa che sapete
e ciò che avete è ciò che non avete
e dove siete è dove non siete.

T.S. Eliot - East Coker


Metta è un imperativo, ma non è voce del verbo mettere.
Si tratta della gentilezza amorevole non condizionata, una delle virtù buddiste che coltivate fanno "giungere alla riva opposta".
Praticarla è spesso nuotare contro corrente, ma altra strada non c'è, o meglio forse c'è e anzi mi tenta, ma non voglio più percorrere altre strade. Ma del resto anche il concetto di opposizione posso dimenticarlo, se riesco a ricordarmi che "rinunciando all'ego, l'universo diventa io".
Mi hanno detto che sono presuntuosa nel pensare che io sia l'universo, e forse è vero, rispetto al mio stadio di consapevolezza attuale. Ma vorrei giustificarmi dicendo che so che è il destino di tutti, non solo il mio.
Buon viaggio.



Nella foto: Loch (Hole) di Fabian Bürgy

domenica 21 aprile 2013

Solo gli stupidi non cambiano idea - Time in space


Buco voragine precipizio
è la tana della mia anima.
Inopportuno accessorio per una giostra
senza gettone.
Nel sepolcro che vorrei vuoto,
una volpe che vorrei scacciare
predare. Stanare. Infilzare.
Fumi di di disperanti felicità
- inappuntabili discorsi improbabili, gambe aperte
a un amore che non ama,
consigli proverbiali,
passi teorie lenzuola orari posti cose cose cose
letture che esplodono il reale
tu, tu, tu: chi sono?
specchi che non riflettono gli inevitabili cadaveri
stolide virtù in confessabili vizi
previsioni meteo e sogni
che la banalità chiede di interpretare.

Accovacciarsi nel vuoto 
in quel vuoto che conosciuto riconosciuto riconoscente riempie.
Mollare la presa
decontrarre il tempo che a giri infiniti avvolge. 





martedì 26 marzo 2013

La scuola, gli studenti, la politica. Ma alla fine di nuovo io.


Prefazione: tout se tient. Non sono capace di parlare d'altro se non di me e dei miei percorsi. Perché io sono il mondo, e il mondo sono io. Scusatemi, se potete.

Ultima ora del primo venerdì di primavera. Lo sciopero dei mezzi pubblici ha decimato la mia classe, una terza. La terza C. Nemmeno lo sanno, ma per me sono “I ragazzi della Terza C”. Ogni volta che ci penso muoio dal ridere ricordandomi del rosso ciccione, della figona bionda e del commendator Zampetti in onda sulle reti Fininvest nei tardi anni '80.
Sono meno di una decina, quelli bravi e diligenti (dovrei dire quelle) e quelli che non possono più fare assenze nemmeno se gli viene l'appendicite, perché hanno esagerato nel “balzare” e ora stanno cercando di non farsi bocciare.
Dopo aver messo una nota e fatto una lavata di capo ad una delle mie seconde (perché ho messo una nota ve lo racconterò un'altra volta) li cerco nei corridoi e come da accordi presi nell'intervallo ci avviamo all'anfiteatro che sta davanti alla scuola, una di quelle cose brutte che negli anni 70 sembravano geniali, tutte gradoni in cemento armato e muschio verdognolo.
Stiamo lì un attimo a goderci il sole, e poiché lezione non la posso fare, ma nemmeno mi va di farmi i fatti miei, chiedo loro cosa pensano del progetto che stiamo portando avanti insieme, ovvero la realizzazione di un corto per partecipare ad un concorso.
La risposta è unanime: “figata”. Perché? Perché ci sentiamo coinvolti. Perché è un progetto, ha uno scopo.
D'istinto, colpita dalla precisione di queste risposte chiedo: “Ragazzi, voi lo sapete vero che io sto seguendo un corso abilitante all'insegnamento?” Sì, dicono. E allora mi aiutereste a capire come deve essere un buon insegnante?
La prima risposta: giovane, come lei. Al che dico che sono meno giovane di quanto appaio (al massimo sembro giovane perché sono cazzona, ma questo non glielo dico) e che comunque prima o poi invecchierò anche io.
Sì, ma un bravo prof deve essere amichevole. Ma non per finta. Per mezz'ora, tra cioè e capito ed esempi, mi elencano una serie di attributi che il bravo docente dovrebbe avere. Senza mai contraddirsi. Mai.
  • dovrebbe guidarci passo passo, darci consegne precise, così può anche sgridarci se non le seguiamo
  • dovrebbe sapere dove vuole portarci
  • dovrebbe ascoltare gli alunni
  • dovrebbe ammettere i propri errori
  • dovrebbe relazionarsi al di fuori della propria materia
  • dovrebbe relazionarsi con ognuno di noi
  • dovrebbe permettermi di fumare, come adesso (e capisco cosa vuol dirmi M., vuol dirmi, dovrebbe essere flessibile)
  • dovrebbe essere chiaro
  • dovrebbe avere passione (e questo lo dicono tutti)
  • dovrebbe saper gestire la classe, non farsene gestire
  • dovrebbe fare altro, se non gli piacciono i ragazzi
  • dovrebbe incoraggiarmi ad andare bene
  • dovrebbe spiegare perché noi capiamo, perché io capisca, e non per finire il programma
  • dovrebbe portarci lo stesso rispetto che chiede a noi
  • dovrebbe stare attento a quello che pensa di noi, perché se pensa che siamo scemi, noi gli mostriamo che ha ragione. Se invece pensa che siamo bravi, noi, magari con calma, glielo dimostriamo. 
  • dovrebbe essere severo, chiedere molto. Ma non severo perché urla, perché quello è essere stronzo
  • dovrebbe stare attento al primo incontro con la classe, perché da lì nasce tutto
  • dovrebbe capire che la sua comunicazione non verbale ci dice tutto
  • dovrebbe sforzarsi di portare la sua materia nella vita di tutti i giorni
  • dovrebbe provare a capire quello che ci piace (e su questo mi rincuoro, perché scopro che alla sera vorremmo andare allo stesso concerto)

E io, strabiliata e commossa e quindi ironica per nascondere le mia commozione, prendo appunti come una matta. Seduta per terra. E dentro di me le domande, e l'immagine di me come insegnante.
Ed è incredibile, perché io questo lavoro lo sto facendo per caso. Mi sono rifiutata per anni di farlo, ho pure mollato il mio primo amore che si era immaginato per noi, ma per conto suo, il mondo di Barbie professoressa&mamma e Ken manager di successo.
E poi mi ricordo la domanda di uno di loro, un po' più grande, che mi chiede a bruciapelo mentre fumiamo una sigaretta: “Prof, ma quando mi dicono che devo maturare, cosa intendono? Perché io li guardo gli adulti, e non capisco”. A me lo chiedi, tesoro della zia? Che cosa vuoi che ne sappia, visto che per me “adulto” e “morto” coincidono (entrambi participi passati sono, e senza presente, senza divenire, non c'è vita).
Magari insegnerò quest'anno e poi mai più, o magari lo farò tutta la vita. So per certo che mai più sarò la stessa. Perché me li ricorderò uno per uno, questi giovani esseri umani che mi dicono che sono tenera, e insieme vogliono che io li guidi. Io. Che li guidi. Io, che non so nemmeno mettere un passo dopo l'altro senza inciampare. Io. E allora mi ricordo di me alla loro età, e di come disperatamente cercavo un senso, e come ancora lo cerchi e come questo senso, un pezzo perlomeno, fiorisca dentro un fatto inaspettato della mia vita: insegnare. E mentre insegno cinema, insegno a me stessa come essere una persona migliore, imparo di nuovo a farmi domande, divento egoista perché mi piace e mi fa stare bene e insieme, quando riesco, mi rende totalmente altruista, perché voglio il loro bene. Dando così un senso concreto alle elucubrazioni mistiche etiche degli ultimi anni. E vedo la possibilità di un posto in cui se qualcuno diventa più bravo di me sono felice. E vedo che insegnare è potenzialmente l'attività più rivoluzionaria che si può fare. Potrei smetterla finalmente di sognare di mettere bombe contro una società senza senso, e sognare di educare alla libertà. Esiste una rivoluzione più grande?
E al di là delle contingenze della mia vita e della loro, sento che questa richiesta di senso va accolta, che la scuola deve avere un senso, molti sensi, affinché i ragazzi li mastichino, li digeriscano e li assimilino.
E allora accade che di fronte all'apertura dei TFA Speciali (corsi abilitanti per insegnanti già in servizio, a cui si accederà senza test d'ingresso) ammorbi per un pomeriggio e una sera i miei amici, spiegando che è ingiusto. Perché se anche insegni da 10 anni ma a luglio 2012 non hai passato il test, per quanto mi riguarda devi rifarlo finché non riesci a passarlo. E i miei amici, che un po' mi invidiano e un po' mi prendono in giro perché insegno, finalmente mi vogliono ministro dell'istruzione subito (del resto mi hanno già acclamata sindaco di Corvetto).
Insomma, la scuola non può essere un'accolita di laureati falliti che vogliono un posto fisso, un obbligo poco simpatico per lo Stato che non può lasciare i ragazzi a casa davanti alla tv, una baby sitter 14enne cannaiola ma necessaria perché mamma e papà devono lavorare, un luogo di trasmissione di saperi vecchi ammuffiti e inutili, una cattedra su cui erigere monumenti all'ego e nemmeno un centro di formazione di futuri lavoratori. No. Deve essere un laboratorio di senso. E mi costa dirlo, ma se è evidente che al ministero e al governo importi poco, è pur vero che anche i sindacati si allontanano molto da questa visione. Io, ai diritti dei lavoratori precari antepongo il diritto degli studenti ad avere insegnanti bravi, preparati, appassionati, che abbiano voglia di formarsi, che si mettano in gioco come esseri umani di fronte ad altri esseri umani di uguale valore, anzi maggiore valore.
Se mai insegnerò ancora (e tra parentesi dico che di tutti i lavori che ho fatto questo è il più faticoso, perché richiede una presenza mentale costante e altissima) vorrei essere valutata nel mio insegnamento. Vorrei essere valutata perché vorrei che qualcuno mi invogliasse a fare sempre meglio e perché vorrei sperimentare. Vorrei più soldi, e vorrei che se non fossi più capace di insegnare mi dicessero “vai a fare altro”. Non vorrei diritti che permettano a qualche collega di non fare niente. Vorrei un sistema che mi dica: brava, continua così. O un preside che mi dica, sei stanca, prenditi delle ferie.
Vorrei il diritto all'anno sabbatico. Vorrei che non si spiegasse solo da dietro una cattedra in scuole che sembrano caserme. Vorrei che si chiarisse all'opinione pubblica che l'insegnante non può vivere a scuola 11 mesi all'anno per 40 ore alla settimana, come molti vorrebbero, perché altrimenti finirebbe per insegnare solo le cose che già sa, esaurendo la sua curiosità nel breve giro di pochi anni.
Vorrei che qualcuno anche in Italia facesse come Mr.Obama, che ha investito 4 miliardi di $ per scoprire quali sono i segreti di un bravo insegnante.
Vorrei che i miei figli o i miei nipoti o i figli di un migrante sconosciuto possano diventare persone. Né servi asserviti del sistema, né lavoratori lavorati e spesso pure ignorati dal mercato del lavoro.
Vorrei che questo lavoro mi facesse cambiare, in meglio, ogni giorno. Perché senza rivoluzione interiore, non esistono rivoluzioni. E io la rivoluzione la voglio ancora, ma con altri mezzi e altri scopi. 


Moebius, Autoritratto

sabato 8 dicembre 2012

L'ultimo post di questo blog

C'era una volta una fata.
Tutta ricciolina, con le ali trasparenti e iridescenti, come quelle di una libellula. Volava sopra il pezzo di mondo che le era stato assegnato, e pensava che non ne esistesse altro.
Vedeva sempre le stesse persone danzare assurde e precise geometrie sotto di sé, gli stessi campi verdi in primavera gialli d'estate grigi in autunno e neri di terra smossa in inverno. A volte bianchi di neve.
Respirava l'odore del letame. Non lo sentiva quasi mai, solo qualche sera in maggio le prendeva la gola e la faceva tossire. E tossendo le sue ali tremavano nel sole o scrollavano le gocce di rugiada tutto intorno.
Conosceva le voci delle persone, e riconosceva il fruscio di ogni albero o cespuglio. Si avvicinava ai cani addormentati, e questi nel sonno cercavano di prenderla, ma non ci riuscivano mai.
Stava nel sole, con gli occhi cangianti semiaperti nella luce. Sentiva avvicinarsi i camion, li seguiva per un po' tremando nello spostamento d'aria, poi tornava indietro. I treni la lasciavano estasiata. Dritti sotto di lei, tagliavano la nebbia o l'afa, come un pendolo, avanti e indietro. Un sibilo li precedeva, lei volava più forte che poteva insieme a loro, poi si fermava, senza forze e con il cuore impazzito, nel rombo che si lasciavano dietro. Lo spostamento d'aria la stordiva, e le piaceva. Vedeva dei volti dai finestrini a volte, quando volava alla stessa velocità del treno. Erano distratti. Assorti. Ma come? Erano sul treno, il mezzo più veloce che potesse immaginare, e non erano entusiasti, estasiati, rapiti all'idea di essere tutto ad un tratto altrove? Come si fa ad annoiarsi?
Lei in effetti non sapeva cosa volesse dire annoiarsi. Non dava il tempo alla noia di entrare. La teneva lontana. Ogni giorno era un giorno nuovo: a volte dormiva fino a tardi, nascosta nelle pieghe di un tronco, a volte andava a svegliare il sole nella campagna vicino al cimitero.
A volte beveva dal fondo di una tazzina di caffè abbandonata sul tavolino di un bar sotto i portici di mattone, e tutto girava più velocemente. Altre volte invece da un bicchiere di vino. Il mondo diventava colloso, come la sua bocca senza labbra.
Ma un giorno, senza motivo né preavviso, la fata conobbe la noia. Da giorni volava nel sole di giugno, ormai polveroso. Quel pomeriggio il paese di mattoni e cemento riposava nel dopopranzo. La fata si fermò sul balcone di un appartamento (bello, con il camino che riposava e le luci calde, le tende morbide e lucenti, immobili) e si chiese: e adesso cosa faccio? Aveva scoperto la noia, oppure la noia aveva scoperto lei. Chi può dirlo?
Nei giorni successivi volo stanca e non andò alla fontanella per togliersi la polvere dalle ali. Non salutò gli alberi, né li riconobbe. Il terzo giorno bevve 4 fondi di vino. Si svegliò la mattina dopo arruffata, opaca, tremolante. Si andò a lavare, mangiò mezzo chicco di grano e si rimise a volare. Guardava ogni cosa con attenzione. Era come se tutto fosse nuovo. Le piaceva. Ma era stanca. Era come se una patina fosse scesa sui suoi occhi, e guardare per bene le costava un'enorme fatica.
Poi si ricordò di un gioco che aveva inventato. Sapeva che virando veloce accanto a quella casa laggiù, con l'intonaco rosa sporco, sarebbe riuscita a fare la gincana tra la palma e il cipresso, così ridicoli vicini, così ridicolmente vicini. Lo fece, sempre più veloce, contando mentalmente il tempo. Alla fine era senza fiato, stremata, ma orgogliosa. Era stata velocissima. Vide un bambino in una culla, sotto di lei. La fissava ridendo. Ogni tanto accadeva, qualche bimbo poteva vederla. Niente le dava più gioia. Essere vista. Dare gioia. Dormì bene quella notte. La fatica fece diventare buio in fretta, e fece scendere il silenzio. Sognò il bambino.
Ma la mattina seguente, bevendo la prima goccia di rugiada, di nuovo. La noia era tornata a trovarla. Era spossata eppure irrequieta. Cercava un posto dove andare, ma restava ferma, incapace di andarci. Volò per un po' nei dintorni, poi si confuse nel vento e si spaventò per un cane lontano.
Torno all'albero in cui si era svegliata, un salice piangente nel parco davanti alla scuola. Chiusa. In un attimo capì. Non era annoiata, era sola. Doveva fare amicizia.
Con chi? “Fate nei paraggi non ce ne sono, il ministero ha fatto dei tagli e la prima sta a 2 giorni di volo da qui. Elfi, gnomi, folletti sono in sciopero da anni, ormai si sono trasferiti tutti ai Caraibi, vivere nei boschi di pioppi allineati era diventato insopportabile. Gli umani non mi vedono, a parte i piccoletti che però non parlano e nemmeno si muovono. I cani nemmeno mi possono vedere, ma mi vogliono mangiare lo stesso. Le bestie selvatiche corrono tutto il tempo. Gli animali nelle stalle sono tristi. Gli alberi mi amano, ma nel loro modo così distaccato, devo essere sempre io a mettermi nel punto giusto per farmi fare le coccole dalle foglie. Gli insetti vivono troppo poco, mi affeziono e già non ci sono più. Chi manca? Ma certo, gli uccelli!”
Così la fata decise che avrebbe conosciuto tutti gli uccelli del cielo (del cielo che lei conosceva, mica tutto). Andò dalla rondine, nel nido sotto la grondaia. E questa, mentre andava e veniva dal prato dove trovava vermi prelibatissimi, le raccontò la fatica dell'andare e del tornare, e del nido da costruire e mantenere, e dei piccoli da allevare e poi salutare. Ogni anno, portata via dall'istinto e costretta a tornare. Era buona, la rondine. Ma troppo, troppo seria. Lei voleva soprattutto giocare.
Andò dal piccione, ma fu un disastro. Continuamente scappava, attratto da pezzi di focaccia, o spaventato dai passi umani. E quando stava fermo, il dondolio continuo la frastornò a tal punto che lo saluto discretamente.
Volò allora verso il passerotto. Viveva nei tigli vicino alla fontana. Una vita di moscerini e briciole cadute dalle tovaglie sotto le finestre, o lasciate per lui sui davanzali. Piccola, come lui. Semplice, esattamente come lui. La sua compagnia era deliziosa, pacificante, ma lui era troppo pesante per andare con lei nelle scorribande ai limiti del mondo.
Andò quindi dal fagiano, nascosto nei campi, non li avrebbe mai lasciati. E dagli storni, che si raccontarono tutti insieme, un corpo unico di coreografie velocissime, lontane e bellissime e ondulatorie. Sarebbe finita schiacciata lì in mezzo.
Non conosceva altri uccelli lì. Aveva imparato ad apprezzare quelli che aveva conosciuto, ma ciononostante giorno dopo giorno, la noia si trasformava in tristezza. Le ali ingrigite, le orecchie incapaci di ascoltare, la bocca come un taglio orizzontale, chiusa.
Poi, in una notte di silenzio senza sonno, incontrò il gufo. Che le raccontò delle attese. E di ciò che i suoi occhi gialli gli permettevano di vedere. Ombre, vere, nella notte, che si facevano suoni incomprensibili e odori indecifrabili, senza cambiare forma. Dedito ai misteri, il gufo affascinò la fata, che rimase con lui ad esplorare la notte. Per molte notti di seguito.
Il gufo le spiegava, paziente, le teorie che aveva elaborato. La fata lo stava ad ascoltare, rapita. Timidamente provò ad avanzare le sue teorie, ma il gufo non era mai d'accordo. Gliele smontava tutte, con argomenti inoppugnabili, almeno per la nostra fata. Che notte dopo notte iniziò a deperire. Senza la luce del giorno, la bellezza del sole, le corse a perdifiato, chiusa nella notte e incapace di penetrarne i misteri insieme al gufo (che era sì suo amico, ma troppo assorto nelle sue ricerche per preoccuparsi per lei) si sentiva sempre più stanca. Non era noia, con il gufo non ci si annoiava. Era mancanza, desiderio di vita, lontananza.
Un'alba fredda di novembre decise: tornò a vivere nella luce, di luce. Si prese in faccia la nebbia e le brine dell'inverno, guardò il bianco della neve posarsi ovunque, seguì i vapori dei fiati di bimbi e animali nel freddo per un lungo inverno. La luce era poca, ma più di prima. Resistette, finché la neve si dissolse. Ogni tanto andava a trovare i vecchi amici, tranne la rondine che aveva lasciato il nido vuoto, ma presto sarebbe tornata dalla sua Africa invernale. La noia era sempre con lei, ma la fata iniziò a conviverci. Guardava il mondo, ascoltava, gioiva di cose piccole e contemplava le grandi. Seguiva i treni con i vetri appannati, spiava i bambini nelle case.
Nel primo giorno caldo di maggio si spinse lontano, ai margini del posto che le era stato assegnato. e incontrò un'upupa. Un uccello raro da incontrare, con una cresta spettinata e un abito a righe un po' serio un po' clown. Un nido minuscolo, in un sottotetto pieno di libri. L'upupa leggeva tutto quello poco per volta lei e i suoi genitori prima di lei e i suoi nonni e i suoi trisavoli erano riusciti ad accumulare in quello strambo nido.
Leggeva e poi volava via, per capire se c'ere un modo di accordare i suoi voli al ritmo delle pagine. A volte ce la faceva, e tornava felice. A volte no, ed era imbronciata, chiusa, dolente. La fata andava e tornava dal nido, era incuriosita da questo uccello. E si divertivano a raccontarsi, a scambiarsi opinioni, volarsi intorno.
L'upupa era imprevedibile e libera, tanto che una volta se ne stette via dal nido per una settimana intera.
La fata torno al suo solito salice. La noia era tornata forte a sgranocchiarla. Per togliersi il tormento andò fare la solita gara tra la palma e il cipresso. Una, due, tre, cinque dieci volte. Sempre più veloce. Finché dalla casa sentì levarsi un lamento alto. Corse, e vide il bambino che qualche mese prima rideva con lei, pallido, nelle braccia della mamma che disperata lo chiamava. Lui non rispondeva. La fata in un attimo, mentre ancora respirava forte per i voli velocissimi tra palma e cipresso, sentì un dolore fortissimo attraversarle ogni atomo. Una rabbia per l'ingiustizia a cui stava assistendo. Un orrore per il mondo. Tremante fuggì, per cercare conforto da qualche suo amico. Stava pensando a cosa dire, e come dire quello che stava provando. Dargli una forma per non soccombere.
Ma mentre volava, si trovò, senza accorgersene, di nuovo davanti alla finestra. Respirò forte, a lungo. Poi si infilò tra le tende, si avvicinò alla mamma disperata e le volteggiò attorno. Non la vedeva, e nemmeno il bimbo, che era ancora immobile.
Dietro l'ordine di un impulso fortissimo, volò nella minuscola narice del bambino. Era buio, stretto, freddo. Faceva fatica. Andò a tentoni, le mancava l'aria. Era spaventata, oppressa. Si appoggio da qualche parte e chiuse gli occhi.
Basta, pensò. Voglio uscire.
Aprì gli occhi. Vide la donna. Sentì una voce, piccola e che le vibrava ovunque, dire mammamamama. Era la sua. Ma era il bambino che parlava. La mamma le saltò addosso. Baciò il bambino ovunque, e lei, piccola com'era, sentiva i suoi baci ovunque. Sentiva l'odore della donna, di pianto, di tristezza che se ne andava, e l'odore gioioso di mele che tornava.
Era diventata un bambino. Una bambina per la precisione. Marilisa.
Aveva letto Pinocchio insieme all'upupa, e rideva al pensiero.
Guardò la mamma. La sua mamma. Poteva chiamarla così? Le si strofinò addosso. Era a casa. Poi si allontanò. Per giocare con il trenino. Da grande ne avrebbe presi molti. Meglio imparare a conoscerli.


giovedì 6 dicembre 2012

Condòmini. Appunti per una filastrocca.

Ho vissuto accanto a me stessa
come in un condominio signorile.
Incontrandomi in ascensore per caso,
cogliendomi con le dita nel naso,
mi giravo dall'altra parta educatamente.

Sempre borghesemente fingevo indifferenza,
curiosità attrazione repulsione
erano per un cuor di leone
Era solo paura di vedere.
Vedere obbliga a fare. Ignorare permette di riposare.
O scansare.

La borghesia è una malattia.
Antidoti per cortesia.



martedì 4 dicembre 2012

Aprire il cielo per vedere cosa c'è dentro

Prima che per trent'anni avessi studiato lo zen, vedevo le montagne come montagne e le acque come acque. Quando giunsi a una conoscenza più profonda, vidi che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. Ma ora che ho raggiunto la vera sostanza del conoscere, sono in pace, perché ora vedo le montagne ancora una volta come montagne e le acque come acque
Ieri ho postato su Facebook delle mie foto belle. Mentre lo facevo in realtà stavo pensando a quanta meschinità esiste in me. E probabilmente le ho postate proprio per dimenticare il mio buio. Perché una teoria greca, poi confluita nel Cristianesimo, ci ha insegnato che bello buono e vero coincidono. Stavo mostrando che sono bella e apprezzabile, proprio mentre stavo elaborando la consapevolezza di fino a che punto potevo spingermi con la mia doppiezza e crudeltà e mancanza di sincerità e autodifesa egoica.
Facebook per noi narcisisti è imprescindibile. Tanti like rafforzano l'ego.
Ora invece scrivo questo post per confessarmi. La sensazione è che anche questo passaggio sia parte del mio narcisismo. Voglio mostrare, di nuovo, quanto sono brava, in questo caso a confessare la mia parte buia. Ma sempre per ottenere una certa rispettabilità sociale.
Ma allora non se ne esce? Per forza sono costretta ad essere me, così infelice, inutile, in loop per sempre? Come faccio a vivere in questa banalità? Non è possibile. Non voglio vivere così. Ho sospettato a lungo che non se ne uscisse.
Ma ora sono certa che se ne può uscire. Come?
E qui arriva il punto importante: gli strumenti che uso per procedere, ora che so che ne posso uscire.
La consapevolezza come l'ho imparata durante la meditazione. Non rifiutare quello che c'è, starci dentro, quasi nel senso in cui  lo direbbero i ragazzini milanesi. Guardare il pensiero nel suo sorgere, crescere e morire, interrogarlo. Guardare il pianto mentre arriva, e deporre le difese. Passerà. Avere come meta lo svelamento di me stessa a me stessa, senza rinnegare però quello che sono ora. E senza controllare. Lasciare andare, e farmi sorprendere.
Rifletto allora su Nietzsche, che mi ha insegnato a non credere mai alle giustificazioni che mi do. Accettare le conseguenze dei gesti che si fanno. Indagare, sempre.
E poi mi viene in mente il procedimento che si segue per l'analisi di un film: prima si procede alla scomposizione, per poi giungere ad una ricomposizione che inglobi le informazioni assunte durante la scomposizione per elaborare una chiave di lettura globale, più profonda e completa. Non è certo per caso se l'analisi psicologica ne condivide il nome...
E ancora, il teatro di scuola realista, che mi ha insegnato a fare le cose per me. E non per il pubblico. Perché se io non arrivo a toccare e non sento davvero le emozioni che sto mettendo in scena, sto ingannando me e gli altri, che siano compagni o pubblico. E questo vale anche nella vita. Non cercare di essere come mi vogliono o si aspettano. Ma indagare come sono io, e esserlo pienamente. Senza paura. Offrirsi.
La compassione. Per me e per gli altri. Sospendere il giudizio. Essere esigente ma non inflessibile. Con la spina dorsale eretta, ma non rigida. Buona ma non cogliona.
Fotografare. Cercare il punto di vista migliore. Cogliere l'attimo. Fare qualcosa di bello benché fine a se stesso, per dare forma al mondo. Per imparare a guardarlo e quindi ri-crearlo.
Ecco, questi conosco. Questi posso usare. Basta girare per ipermercati. Prima o poi questi si spunteranno, lo so, ma per ora sono ancora in buono stato.



lunedì 3 dicembre 2012

Inesorabile, quasi più del cinepanettone a Natale

Se vuoi avere qualcosa che non hai mai avuto, devi essere pronto a fare qualcosa che non hai mai fatto.
citazione senza autore, che rimbalza su blog e Facebook

Non puoi cercare contemporaneamente la verità e la consolazione. O ti consoli con tutto quello che fai (e ci sono mille modi dallo shopping alle droghe, dalla religione al sesso, dalla carriera al volontariato) o cerchi la verità in tutto ciò che fai (e puoi persino fare le stesse cose che danno consolazione, ribaltandone la prospettiva).
Verità, che come dice Gesù, rende liberi, mica alienati. E la libertà è faticosa.
La scelta è tua. E soprattutto mia.



domenica 2 dicembre 2012

Let's go back to work, now!

Perché i nodi vengano al pettine e vengano sciolti, bisogna prima
a. sapere dove abbiamo la testa e cosa sono i capelli
b. sapere come è fatto un pettine
c. recuperarne uno
d. imparare a maneggiarlo finché riusciamo a districare i nodi senza strapparci i capelli.
E' possibile, anzi raccomandabile, anche chiedere aiuto a qualcuno di più esperto, paziente e preciso di noi, ma non perché lo faccia al posto nostro, ma solo per imparare la tecnica e per avere compagnia e suggerimenti. Il lavoro resta poi tutto nostro.
La metafora è chiara, no?


sabato 1 dicembre 2012

Una rilassata attenzione concentrata

Basta una sola goccia di pioggia nella piscina abbandonata, e il riflesso tanto reale quanto il reale, svela la sua natura illusoria e transitoria. Ma perché lo svelamento accada, deve esserci qualcuno pronto a cogliere il momento in cui la goccia tocca la superficie dell'acqua stagnante. E la muove, dissolvendo in un attimo di realtà l'inganno della mente.
Ma se invece di pazientare nell'attesa della goccia, si fa altro, si rischia di non accorgersene mai. Viviamo tutti in un deserto, dobbiamo attendere la goccia. Potrebbe non capitarcene un'altra. 





giovedì 29 novembre 2012

Non tanto come, quanto piuttosto perché ovvero l'obbedienza è sempre stata una falsa virtù

Stavo scrivendo una lenzuolata sui pensieri di questi giorni, tutti stretti tra loro e correlati sebbene provengano da suggestioni diverse (il teatro, la scuola con le sue dinamiche, il corso abilitante con le lezioni di scienze dell'educazione, le mie letture attuali ovvero La svastica sul sole, T.A.Z. e Simone Weil, la situazione politica con le elezioni all'orizzonte e quella economica con Monti in tv).
Risparmio tutti i passaggi intermedi e passo direttamente alla conclusione.
La disciplina va insegnata e applicata, ma solo come metodo per diventare liberi. E per riuscire a trovare un modo per liberarci, per sempre, di quelle persone e quelle entità che la disciplina ce la vogliono appioppare per farci essere obbedienti.


lunedì 26 novembre 2012

DOC

Ho voglia di scrivere un post ma non ho tempo per farlo bene. Ma visto che sono ossessivo-compulsiva e se non lo faccio sto male:
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I punti li ho messi pensandoci. Anche gli a capo. Ora posso continuare a fare ciò che devo fare. 


venerdì 23 novembre 2012

Chi lascia la strada vecchia per la nuova...

... non saprà mai ciò che non trova.
Durante le mortali lezioni di scienze dell'educazione, ho pensato una cosa.
Che per essere educatori, e in fin dei conti esseri umani (infatti se il fine dell'educazione è fare in modo che crescano esseri umani il più possibile liberi e pieni e consapevoli, allora voglio allargare l'educazione a ogni relazione, senza stabilire chi è l'educatore e chi l'educato) bisogna essere disposti a cedere pezzi del nostro mondo, del nostro modo di vedere il mondo, e a riceverne di nuovi.
Incontrare l'altro è come partire per un nuovo continente, bisogna prima lasciare quello vecchio per raggiungerlo, o semplicemente per incontrarlo a metà strada.
Il narcisismo, l'ideologia, la sclerotizzazione della mente e dello sguardo in ciò che presumiamo vero e immutabile, la difesa spesso passiva aggressiva del nostro orticello, l'incapacità di ricevere critiche e di criticare sono nemici acerrimi dell'educazione e della relazione.
C'è un lavoro gigantesco da fare su di noi, e che si fa anche nella relazione, non solamente prima. Sbagliando si impara. L'idea che un giorno saremo perfetti, e allora sì potremo relazionarci per davvero, è solo un'altra forma di presunzione, perché presumiamo di poter bastare a noi stessi.

E' tutto un po' confuso. Ma una domanda chiara ce l'ho: date le premesse di cui sopra, cioè che è necessario essere disposti a cambiare mentre si educa e mentre si entra in relazione, come possono esistere educatori cattolici? O anche marxisti se è per quello, ma scuole private pagate dallo stato di stampo marxista non me ne vengono in mente...


giovedì 22 novembre 2012

Cose che pensavo di aver capito e mi stavano sfuggendo

Come cantava Venditti, "certi amori non finiscono, fanno giri immensi poi ricominciano". Ecco, io mi sono innamorata di me e della realtà e di un sacco di cose nel corso dell'ultimo anno. Ma a volte l'amore sembra finire. Ora sta riemergendo dal fiume carsico che l'aveva inghiottito negli ultimi mesi.
Ecco i miei amori dati per dispersi:

- la ricerca ossessiva della felicità porta ad essere infelici. Strutturalmente. Perché se cerchiamo la felicità con metodi, teorie, sistemi che sicuramente avranno successo in futuro, stiamo in realtà affermando che adesso siamo infelici. E se affermiamo che siamo infelici, allora lo siamo davvero.
- i libri di Eckhart Tolle sembrano minchiate, ma dicono tutto quello che davvero serve sapere
- la mia fottuta paura di dire dei no è solo figlia del mio narcisismo catto-borghese, che mi impone di essere buona, accomodante, altruista e generosa. E invece no, per essere davvero buoni, bisogna fare solo quello che davvero si vuole fare. Siamo sempre egoisti, sempre. Ammetterlo è l'unico modo per smettere di esserlo. Nessuno dei grandi uomini e delle grandi donne passati su questa terra ha fatto nulla che non gli piacesse davvero. Fare le cose per gli altri è terribilmente faticoso, noioso, e incredibilmente improduttivo.
- interessarsi di politica, soprattutto se italiana e leggere i giornali significa allontanarsi dalle cose davvero importanti. Le notizie sono solo insalate di parole che ci impediscono di vedere la realtà come davvero è, sottoponendoci costantemente problemi, pericoli, violenze esterne a noi, allo scopo di allontanarci da noi stessi. Perché se stiamo vicini a noi stessi diventiamo liberi, e gli esseri liberi sono pericolosi. Molto ma molto più pericolosi dei Rom.
- per essere felici bisogna rischiare. Anche e soprattutto di essere infelici. Coraggio serve, mica teorie.
- le cose che fanno più paura vanno fatte. Subito.
- arrabbiarsi può anche fare del bene. Basta trovare lo stile giusto. Bisogna prima invitare ad una danza tutte le nostre emozioni, ruotare con loro come fossimo dervisci, usare la sospensione della razionalità generata da questa danza metaforica per capire perché ci stiamo arrabbiando e una volta che la testa smette di girare, non avremo più voglia o necessità di arrabbiarci. Saremo solo decisi.
- basta ricordarsi di respirare, il resto viene da sé.



lunedì 19 novembre 2012

M'illumino perlomeno ovvero della scala degli handicap

Il motivo per cui non ci illuminiamo, a prescindere dal significato specifico che si può attribuire al concetto di illuminazione  (cessazione dei desideri, contemplazione delle verità ultime, raggiungimento della pienezza umana e spirituale, abbandono del ciclo delle rinascite) è che crediamo di doverci illuminare.
In realtà siamo già illuminati, e il lavoro è solo quello di far emergere e diventare evidente e preponderante la parte di noi illuminata, totalmente umana totalmente divina totalmente piena consapevole felice appagata. E questa parte può essere grande anche quanto una capocchia di spillo, ma c'è sempre, in tutti gli esseri umani.
Anche in quelli che considero con una parola veramente politicamente scorretta "mongoli" o handicappati. Quindi se li considero tali anche io sono come loro, sono handicappata perché non riesco a vedere il loro potenziale. E perché sono presuntuosa.
Però ammettendo di essere presuntuosa ho la presunzione di esserlo meno, quindi mi sembra di essere meno handicappata di quelli a cui attribuisco degli handicap.
Ecco, questa attitudine alle scale di valori: meglio/peggio, più avanti/più indietro, meritevole/non meritevole, giusto/sbagliato è il vero handicap.
Ecco, ora pensandoci mi è venuta un'idea fantastica: creare una trafila che come per il golf assegni gli handicap. Si fa domanda, si viene valutati e serenamente si accetta il verdetto. E poi si lavora per giungere all'handicap zero e poter giocare con i pro.
Cazzo, quasi quasi brevetto l'idea e apro l'ufficio valutazione handicap spirituali.




giovedì 15 novembre 2012

E' difficile perché è difficile

La nonviolenza non è un paravento per la codardia, ma è la suprema virtù del coraggioso. L'esercizio della nonviolenza richiede un coraggio di gran lunga superiore a quello dello spadaccino. La viltà è del tutto incompatibile con la nonviolenza. Il passaggio dall'abilità con la spada alla nonviolenza è possibile e, a volte, addirittura facile. La nonviolenza, perciò, presuppone l'abilità di colpire. È una forma di deliberato, consapevole dominio del proprio desiderio di vendetta
Gandhi 
A chi obietta che finora nella storia non sono stati possibili cambiamenti strutturali con metodi nonviolenti, che non sono esistite rivoluzioni nonviolente, occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia.
Danilo Dolci 
Ho imparato la lezione della non-violenza da mia moglie, quando ho cercato di piegarla alla mia volontà. La sua determinazione nel resistere al mio volere da un canto, e la sua quieta sottomissione alla sofferenza provocata dalla mia stupidità, dall'altro, hanno finito per farmi vergognare di me stesso e convincermi a guarire dalla ottusità di pensare che ero nato per dominarla; in questo modo è diventata lei la mia maestra della non-violenza.
Gandhi

Ero a lezione di teatro e dormivo.
Ora sono a casa e potrei dormire ma non riesco. Mi sento addosso il turbamento di tutta la violenza a cui ho assistito, benché solo mediaticamente, oggi. Le piazze italiane. Le piazze in Europa. L'orrore di Gaza.
Non riesco a sentirmi assolta. Non riesco a sentirmi estranea. Non riesco a non chiedermi cosa si può fare. Che senso ha essere qui, pensare alla lezione di domani per spiegare la sceneggiatura alla 5C. Pensare ai progetti di dopodomani. Pensare all'amore, solo io e il mio amore. Pensare di andarmene. Pensare al colore delle pareti della stanza.
Provo a respirare, e a dirmi think global, act local. A dirmi, stai qui.  A riportarmi alla certezza che solo il mio personale cambiamento può portare cambiamenti nella società. Che non si può sperare di liberare nessuno nemmeno con un'azione politica animata da buone intenzioni, ad ampio raggio e profonda penetrazione nella società, perché se qualcuno si aspetta di essere liberato da un altro, finirà solamente per trovare un padrone diverso. Riportarmi alla certezza che non si può giudicare nessuno. Che non significa essere neutrali, ma provare a non vedere nemici. Provare a essere davvero non violenti. Prima nel pensiero che con i gesti. Provare a dominarla la violenza.
Perché il mio corpo sente il richiamo primigenio della violenza, della rabbia, della vendetta. E non posso negarlo, o imporre ad altri esseri umani di non sentirlo.
Ma so anche che come tutte le forme di pensiero, anche la non violenza si può propagare con un virus.
E allora vado in cerca di un contagio, e cerco maestri, e aspetto paziente (e non crediate che l'attesa sia una cosa passiva) che si risveglino dei semi dentro di me.
E nel frattempo addestro il mio corpo e la mia mente ad essere pronti per essere portatori sani di non violenza, per poi portare in giro il virus. E sperare in un contagio.

sabato 10 novembre 2012

Oppure (non c'entra Vendola)

Un tempo passato a fare le cose giuste, misurate, che dobbiamo fare, che non ci fanno male, che mantengono lo status quo, che non turbano le aspettative e i programmi, che appagano i nostri piccoli sfizi, che non ci fanno cambiare, che non ci chiedono responsabilità, che non ci fanno uscire dal seminato e nemmeno seminare di nuovo, che bilanciano rischi e opportunità, che ci fanno costruire e mantenere una buona opinione, che ci consentono di farci solide opinioni, che ci intrattengono e consolano.
Oppure una vita.


giovedì 8 novembre 2012

Pari e patta

Venire a patti con la realtà è stato l'obiettivo, nemmeno troppo consapevole fino a poco tempo fa, degli ultimi due anni della mia vita.
E ora mi sembra di aver capito una cosa.
Per venire a patti con la realtà c'è solo una cosa da fare. Ovvero prendere atto che la realtà i patti non li mantiene. Cambiare incessantemente è l'unico patto che la realtà può e sa rispettare.
Ma non ci si deve arrabbiare, o provare a convincere la realtà ad adeguarsi ai contratti che noi incessantemente le sottoponiamo. E' fatta così. Non può essere diversa, visto che è la realtà.
Per questo per essere sani di mente bisogna essere folli. Bisogna fottersene, e andare avanti. E se siamo bravi e pazienti e attenti e consapevoli, scopriamo che dentro le manifestazioni mutevoli della realtà, una realtà immutabile c'è. Ma se la cerchiamo solo allo scopo di sottoscriverci un patto, l'immutabile, che immutabile non era, si squaglia, muta forma e se ne va. E la ricerca riprende.


E adesso qualche ora dopo aver scritto questo post, mi sono imbattuto in questa citazione. Tout se tient.

mercoledì 7 novembre 2012

Sbatterci la testa

Stamattina come una scema ho sbattuto la testa contro il mobiletto del bagno. Ho rischiato di svenire dal dolore, e ho passato la giornata pensando che da un momento all'altro avrei avuto i sintomi del trauma cranico (nausea, vomito, abbassamenti di vista, perdita dei sensi, problemi con memoria e concentrazione e così via. Per ulteriori dettagli leggete qui).
Invece mi è solo cresciuto un corno, e mi è venuto il raffreddore, ma questo non credo che c'entri.
In realtà ho soprattutto capito che nella vita spaccarsi la testa a pensare e ripensare e rimuginare è molto peggio e infinitamente più da idioti che spaccarsela sbattendo.
Spero di superare la nottata, momento critico nel post trauma, e ricordarmelo anche domani.

martedì 6 novembre 2012

E qualche volta fai pensieri strani

Sì, faccio pensieri strani anche nel senso in cui lo intendeva Vasco.
Ma il pensiero più strano di oggi è stato:
"Formulare un desiderio riguardo a quello che vorremmo facesse qualcun'altro è idiota, prevaricatore, deludente e probabilmente fascista. Gli unici desideri coinvolgenti azioni altrui che possiamo sensatamente esprimere sono le letterine dei regali indirizzate a Santa Lucia/Babbo Natale/Gesù Bambino. E anche se spesso sono soddisfatte, non è detto che lo siano sempre e totalmente. Le condizioni necessarie al completo o parziale soddisfacimento di suddette letterine sono che hanno a che vedere con puri desideri di bambini, e soprattutto il fatto che Santa Lucia/Babbo Natale/Gesù Bambino sono degli adulti che ci amano molto. Forse troppo. Dovrebbero prepararci alla vita futura, in cui nessuno ci amerà incondizionatamente come mamma e papà, e regalarci il cazzo che volevano, meglio ancora niente."
Tutto questo è passato nella mia mente nel breve volgere di un blip.


lunedì 5 novembre 2012

Cose serie e cose utili nello stesso post

Allora, sono andata 4 giorni a meditare. A parte che sono sfinita perché l'uso preciso della mente è faticoso (soprattutto all'inizio perché invece se poi mantieni l'abitudine ti rende una scheggia) volevo raccontarvi questo fatto.
Tornando in auto, al casello dell'autostrada mi si è rotto un tergicristallo. Ovviamente quello di fronte al lato guidatore. E, ovviamente, pioveva. Ho guidato per un'ora protesa quanto lo consentiva la cintura di sicurezza verso il lato passeggero, tanto che credo che domani avrò il torcicollo.
E allora è stato ovvio: noi la realtà la vediamo sempre così, attraverso filtri che la deformano e distorcono, come le gocce d'acqua appoggiate sul vetro, che si accumulano poi si tendono per la forza del vento e poi si asciugano lasciando tracce. E la polvere, il fumo, lo smog, la resina, la cacca dei piccioni, le foglie, i volantini. Tutte cose che si accumulano, e che cambiano il modo in cui vediamo il mondo. Che sta ad ogni modo al di là dal vetro, separato, mentre noi al di qua, dentro l'abitacolo.
E mi sono resa conto che di fronte a ogni essere umano c'è una scelta. Nella busta numero 1: passare la vita a cercare il filtro meno invadente, quello che ci infastidisce meno, che ci sembra distorcere meno la realtà, anche se per usarlo dobbiamo deformarci o assumere pose buffe, ridicole, limitanti. Pulire costantemente il vetro con il lavacristalli,  o pagare qualcuno perché ce lo pulisca, mentre noi stiamo dentro, protetti e al sicuro.
Nella busta numero 2: uscire dall'abitacolo, e prenderci la pioggia in testa. Anche le cacche di piccione. Ma oltre agli inesorabili inconvenienti potremmo arrivare a vedere il sole, la rugiada e sentire profumi e fruscii di foglie. E incontrare pure degli altri esseri umani.
Anzi, se usciamo dall'abitacolo, diventiamo parte della realtà, di quello che c'è, bello e brutto, invece di continuare a ritenerci altro. E poi se ci va, possiamo pure risalirci in macchina e farci dei tratti più o meno lunghi con passeggeri diversi, ma sapendo che la realtà è un'altra cosa. Che noi siamo un'altra cosa rispetto all'essere che sta dietro al volante.
E io non voglio giudicare se c'è una scelta migliore dell'altra. Io la mia l'ho fatta. Non so con quali risultati, cause just time will tell.
L'unica cosa che vorrei è che non facessimo i furbi, dicendo che il contenuto delle buste ci è stato nascosto. Solo questo, poi ognuno scelga ciò che vuole.


E invece, parlando di cose utili, ma da chi si va a farsi riparare un tergicristallo? Elettrauto, carrozziere, autofficina, benzinaio, concessionaria?