venerdì 28 giugno 2013

Smascherarsi

In questo momento, mentre fumo l'ennesima sigaretta durante il tempo di posa della maschera all'argilla, ho voglia (o bisogno, chissà) di fermare nero su bianco e di condividere le cose che ho capito nelle ultime settimane.
1. Nessun essere umano è funzione di qualcosa altro. In particolare, tutti gli esseri umani che incontro hanno il diritto di essere trattati bene e con amore e di ricevere importanza e delicate attenzioni a prescindere dalla funzione che io vorrei assegnargli nella mia vita. Certo non sono dio e non posso pensare di amare tutti incondizionatamente, ma questo funzionalizzare gli incontri, come ho fatto quasi sempre finora, soprattutto se si trattava di esseri umani di sesso maschile a cui ero particolarmente interessata, mi fa piuttosto schifo.
2. Il modo migliore per perdersi in un problema senza trovarne la soluzione è osservarlo continuamente. Cfr. il principio di indeterminazione di Heisenberg
3. Se si vuole una cosa, la si ottiene. Ma ci vuole molta molta molta pazienza, e serve uno sguardo strategico, e coraggio. Tanto coraggio.
4. Anche se si ottengono le cose che si vogliono, il senso della vita non cambia. Che al massimo riempiamo di soddisfazione qualche minuto, ma questi minuti ci avvicineranno comunque alla morte. E non sarà il successo non ottenuto o i soldi non guadagnati o i viaggi non fatti ciò che rimpiangeremo di fronte alla livella.
5. Vivere per rendere esplicita la propria peculiarità e perché gli altri la ammettano e possibilmente la ammirino. è un modo piuttosto idiota di vivere. Coltivare il proprio nucleo interiore, ciò che rende speciale me, potrebbe più proficuamente portarmi a riconoscere, celebrare, propiziare, ammirare lo stesso nucleo negli altri.
6. Ho un grande desiderio d'amore, ma sono in buona compagnia. Ce l'abbiamo tutti. Molti lo negano, perché è poco in sintonia con la nostra epoca narcisistica. Io ho la fortuna di riuscire a vedere questo desiderio ora, e di poter vivere senza che tutto giri, in maniera inconsapevole, attorno a questo desiderio. Posso darmi tempo, respirare nelle cose. Ad un certo punto questo desiderio diventerà talmente forte e pieno e diretto che da qualche parte porterà, esattamente come opera lo stimolo della pipì in noi. Sappiamo che prima o poi dovremo fare pipì, ma mica viviamo attaccati ad un bagno. Quando ci scappa, andiamo. E non scandalizzatevi del paragone, che amare e pisciare sono suppergiù la stessa cosa: naturali.
7. La vita  politica di questo paese mi interessa veramente molto poco. Ma ciò non vuole dire che sia un'individualista cazzona. Mi interessano le dinamiche profonde, più che le contingenze di cui quotidianamente si parla.
8. Lasciare andare è liberante, Non c'è niente da perdere, e lo si scopre perdendo tutto quello che pensavamo di avere o di dover ottenere.
9. Ho imparato a comprare cose carine senza spendere cifre assurde, e addirittura che esiste il prestito.
10. Credere qualcosa è inutile. Bisogna sentire, provare, sapere quel qualcosa. Credere è come mettere un sottile strato di mattoni, di quelli venduti in comode piastrelle, su un pilastro di cemento armato. Resta cemento armato, ma lo camuffo perché sia più grazioso e accogliente.
11. Dare dare dare dare. Ma senza paracularsi dietro al dare. Dare, e saper dire i sì, i no, esprimere dubbi, alzare la voce, tornare indietro, dire la verità, chiedere, rispondere.
12. Le cose rotte restano rotte. Ma a volte, una volta aggiustate, assumono un fascino ancora più peculiare, come i jeans portati a lungo o la giacca di pelle di quando avevamo 20 anni. Il problema è che oggi quasi nessuno ripara più niente. Ma la crisi ci salvarà.

Grazie a chi, in vario modo, mi ha aiutato a capire, sentire, provare, sapere, esperire queste cose.






martedì 25 giugno 2013

Ipotesi di lavoro


The observer, when he seems to himself to be observing a stone, is really, if physics is to be believed, observing the effects of the stone upon himself
Bertrand Russell

Io guardo me stessa, sempre. E ciò che vedo dipende da chi sono io, da dove sono io in quel momento. Se poi l'osservazione si concentra sulle parole umane, che sono di per sé ambivalenti, è davvero tutto un'interpretazione.
Quindi, sebbene creda che "Il fine della nassa è il pesce: preso il pesce metti da parte la nassa. Il fine del calappio è la lepre: presa la lepre metti da parte il calappio. Il fine della parola è l'idea: afferrata l'idea metti da parte le parole" non so davvero come poter compiere questa operazione e cogliere il nocciolo delle cose. Io non posso credere di essere il nocciolo delle cose. Sì, in qualche forma lo sono, ma ci sarà qualcosa più in là, più tenace, che chiede il mio rispetto in quanto diverso. 
Ecco, forse potrei lavorare su questo, sul rispettare la diversità invece di ridurla a un'uniformità che esiste solo per me. Una mediazione, non sarebbe male come ipotesi. Accogliere il mondo degli altri come vero, esattamente quanto il mio. Invitare e accogliere l'invito a giocare in un terreno neutro, senza l'ossessiva e nevrotica pretesa di avere ragione. 




mercoledì 19 giugno 2013

Holy holy holy holy holy holy holy

I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked,
dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix,
angelheaded hipsters burning for the ancient heavenly connection to the starry dynamo in the machinery of night...

A. Ginsberg

Non solo Ginsberg, come a chiudere Howl con un canto di gloria, ripete Holy. Anche Madonna canta Holyday, Celebrate.
E allora lo faccio anche io.
Celebro la nascita e la morte. Celebro l'inizio e la fine. Celebro l'errore, la perfezione e le sfumature che ci passano in mezzo. Celebro il coraggio e la paura. Celebro il lasciare andare e il rimettersi in marcia. Celebro lo spirito e il corpo, l'anima e il sesso, il piacere e il dolore.
Celebro quello che vedo e quello che non vedo, celebro l'odore di tiglio, del mare e del pane. Celebro l'abbaglio e l'oscurità. Celebro il viaggio, l'andata, il ritorno, il mai più e il per sempre. Celebro il minuto che vivo e quello appena passato e quello che verrà.
Celebro l'afa e la neve, celebro chi ci prova e chi è sconfitto, chi pensa di vincere invece si celebri da solo.
Celebro il pentimento, l'ossessione, la vendetta, la scusa, il dolore. Celebro le mie molecole che si sciolgono nelle tue, e celebro le tue che si sciolgono nelle mie. Celebro tutto ciò che non capisco e tutto ciò che ho capito. Celebro lo scambio e la stasi. Celebro il cibo nell mio intestino e nel frigorifero. Celebro le zanzare e le formiche. Celebro me stessa, la mia pancia, il mio naso, la mia bocca, le mie orecchie, i miei occhi, le mia mani, la mia vagina. Celebro ogni essere che mi mostra il suo punto debole, celebro chi non ce l'ha, celebro Dante e celebro il Dhammapada.
Celebro l'universo, da una cucina di Corvetto. Celebro l'universo, ovunque mi accoglierà domani.





martedì 18 giugno 2013

Del desiderio

Surrender to a logic more powerful than reason.
J. G. Ballard
I desideri sono importanti. Non possiamo vivere senza desideri.
Ma sono anche la trappola più trappola del mondo.
Possiamo fotterci da soli, pensando di farci del bene, o pensando che tanto sapremo gestire gli effetti di improvvidi desideri.
Il mondo occidentale, che con il capitalismo si sta mangiando in fretta tutte le altre culture residuali e pure tutta la natura di cui ancora non possiamo fare a meno, è un generatore di desideri continui. Vogliamo di più, vogliamo più forte, vogliamo successo, vogliamo soldi, vogliamo essere magri, vogliamo il costume giallo invece che verde come l'anno scorso, vogliamo un compagno figo, vogliamo una casa grande, vogliamo viaggiare più lontano, vogliamo scalare un'altra montagna, vogliamo vogliamo vogliamo ogni secondo della nostra vita.
Il problema non è il desiderio, che forse è ineliminabile se non diventando mistici (ma anche lì potremmo desiderare il risveglio come una realizzazione terrena, o di pregare meglio del nostro compagno, mistico pure lui). Il problema è che non capiamo perché desideriamo e chi desidera.
Desideriamo per noi o per ottenere qualcosa che agli occhi altrui abbia l'effetto di regalarci un'aurea di forza, bellezza, desiderabilità, figaggine?
Il desiderio arriva dal "cuore", dal centro del nostro essere e produrrà quindi effetti benefici su di noi e sul resto dell'umanità, o arriva invece dalla nostra parte schiava, e allora produrrà solo nuove catene di cui come coglioni andremo pure orgogliosi e che useremo per intrappolare gli altri?



venerdì 14 giugno 2013

Tutto l'universo si conosce nell'amore

Che una cosa sia difficile, ecco una buona ragione per attenerci ad essa.
È pure buono amare, giacché l’amore è difficile. L’amore di un essere umano per un altro essere umano è forse la messa alla prova più esigente, la più alta testimonianza che ci viene chiesta, l’opera magna di cui tutte le altre non sono che la preparazione.
E’ per questo motivo che gli esseri giovani, nuovi in tutte le cose, non sanno ancora amare; devono imparare. Con tutte le loro forze concentrate nel loro cuore imparano ad amare. Ogni apprendistato richiede un tempo di clausura. Così è per chi impara ad amare: l’amore è – e rimane a lungo – solitudine, solitudine sempre più intensa e profonda. L’amore non è prima di tutto il donarsi, l’unirsi ad un altro. (Cosa sarebbe l’unione di due esseri ancora confusi, incompiuti, dipendenti?) L’amore è l’occasione unica di maturare, di prendere forma, di diventare se stesso un universo per amore dell’essere amato.

Rainer Maria Rilke

Ieri sono andata a casa dei miei, che non c'erano perché sono a Medjugorje, e forse stanno  pregando anche per la mia anima e io sono loro molto grata.
C'erano però i miei nipoti. Ed eravamo felici di vederci, e i due piccoli erano pure un po' imbarazzati, perché mi vedono poco e ho i capelli azzurri e poi notoriamente mangio i bambini. 
Infatti poi ci siamo messi a giocare al lupo/mostro della palude, seriamente. Non c'è altro modo di giocare. Non si può giocare e fare altro. O giocare dicendo "tanto è un gioco": impossibile. Si gioca, e basta. Si è nel gioco. Si è il gioco. Io non fingo di essere il lupo, io sono il lupo. Ma so che non farò male davvero. So che è finto, ma me lo dimentico. Mi affido solo al mio "cuore", che mi farà fermare prima che il lupo dentro di me prenda il sopravvento. Ci vuole un sacco di fiducia per giocare per davvero. Infatti se io-lupo esagero e spavento troppo i bambini, questi piangono, mettono il broncio e per un po' non vogliono più giocare, perché non riescono a fidarsi di me, temono che lo spavento diventi di nuovo troppo grande per loro. Se al contrario iniziano a chiedersi se io sono davvero un lupo, allora non si può più giocare, perché nessuno si diverte, è tutto finto. E le cose finte fanno schifo, soprattutto ai bambini che capiscono tutto. 
Il gioco è un modo sensatissimo di stare al mondo, anche per i grandi. Anche per amare. 
E mi accorgevo che ci vuole un'educazione sentimentale ed emotiva finissima per stare in questo meccanismo. Non può essere im-mediato (ovvero non mediato) come per i bambini visto che abbiamo molti altri strumenti di conoscenza del mondo, ma non può nemmeno essere esplicitato (io ora fingo di fare il lupo e voi fingete di spaventarvi ecc ecc). Non può essere sulla pelle dell'altro, ma non può non esserlo. Non può esagerare, ma non può trattenere. Non può fingere, ma non può non essere consapevole. E' un continuo equilibrio. E' la ricerca di un equilibrio, che poi perderemo, e poi ritroveremo, e poi perderemo e poi ritroveremo. Insomma è difficile. Ma proprio perché è difficile, è da provare. 
Anche se siamo convinti che l'amore ci caschi in testa come la mela di Newton. Ma se anche la storia della mela fosse vera, Newton si era preparato a poter capire il significato di quella mela cadutagli in testa, e dopo la caduta ha studiato per anni.




lunedì 10 giugno 2013

E più non dimandare

Oggi ero in spiaggia.
E guardavo il mare, ancora turbato dal maltempo di ieri. Era torbido, e in superficie galleggiavano alghe imputridite, pesci morti, bottiglie di vino senza messaggio e senza nemmeno vino, un pezzo di cruscotto, probabilmente di una Ritmo.
E guardavo il cielo. E ad un tratto ho capito. Non era un fondale, piatto e immobile, era invece un vasto azzurro tridimensionale, con nuvole alte e sciolte, nuvole più basse e compatte e una buffa fila di piccole nuvole a cavolfiore rovesciato parallela all'orizzonte. Una scia d'aereo ha fatto un taglio diagonale, entrando ed uscendo più volte da una nuvola piatta, quasi come realizzasse una cucitura; altre scie ormai sfaldate se ne stavano lì, come parentesi lasciate aperte tanti anni fa su una lavagna ormai a riposo nel sottoscala di una scuola .
E poi guardavo me. E anche io porto i segni di qualcosa accaduto tempo fa, in un altro posto e per cause che non saprò mai. E vedo solo l'effetto mutevole e cangiante e affascinante di queste cause.  E anche io sono grande e mutevole e mobile. E se il cielo è il posto che diamo a Dio, non possiamo poi dire che Dio è immutabile. Dio è come il cielo, Dio è come noi. Ma a differenza nostra, non si fa domande, ché sono le domande a rendere il cambiamento fastidioso. Il cambiamento è solo la natura delle cose. Del mare, del cielo, mia, vostra.


giovedì 6 giugno 2013

A che cosa servono le relazioni

Scrivo tonnellate di relazioni, lasciate colpevolmente indietro, in vista della fine del mio tirocinio.
E mentre commentavo una ricerca sullo stato della scuola (sottotitolo: "Giovani e insegnanti a confronto") ho scritto un concetto che secondo me è bellissimo. Non lo so, lo trovo bellissimo. Perché voglio vivere così ogni giorno. Prego un dio in cui non so se credo perché io possa vivere così ogni giorno, e perché anche voi possiate.
Ho commentato un dato sulla percezione diffusa della mancanza di senso nello stare a scuola da parte degli studenti. E ho scritto che il senso dello studio (=della vita) non sta nelle strumentalità o nella finalità di ciò che studiamo (=viviamo). Sta nella bellezza di conoscere ogni volta qualcosa di nuovo. E che se ad un insegnante viene a noia la propria materia, se riesce solo a dire: "se non studi ti boccio" oppure "nel mondo del lavoro ti servirà", se non sa stupirsi e non sa riconoscere la bellezza di esseri umani ogni anno, anzi ogni giorno, diversi seduti davanti a lui, non ce la può fare mai. A dare un senso del suo fare a se stesso, né tantomeno a trasmetterlo a qualcun altro.
E se io non riesco a fare tutto ciò nella mia vita, con le persone i luoghi le cose che conosci già, non ce la posso fare mai, a darmi un senso, a darne al mondo e a far sorridere qualcuno.

Perché conosco molte cose, ma moltissime altre no.
Conosco moltissime persone, ma non conosco nessuno, perché sono pozzi di assoluta pienezza e io non ne vedo che un pezzetto per volta.
Sono nel mondo, e ci sono adesso. E non c'è niente di più bello, totalmente nuovo, vitalizzante e pacificante insieme di questo ora. Di questo qui.
La bellezza di questa verità mi fa quasi piangere, quindi la smetto e torno a scrivere le cose serie (anche perché se non le scrivo poi mi bocciano).




domenica 2 giugno 2013

Le cose non cambiano. Noi cambiamo

Stavo pensando alla formulazione esatta del titolo, che ho letto qualche giorno fa chissà dove, e mi aveva colpito, quando ho rotto un bicchiere pieno d'acqua.
Reazioni possibili di possibili me, in vari momenti o contesti della mia via:
- smadonnare, pulire a cazzo, per poi tagliarmi domani con una scheggia rimasta per terra
- chiedere aiuto alla mia coinquilina, con la scusa che da sola non ne sono capace
- convincermi che non serva pulire, tanto ne ho rotto un altro il mese scorso, e già ho pulito quello
- utilizzare le schegge per tagliarmi le vene o per una scarnificazione o per minacciare qualcuno
- piangere sulla sfiga e accusare il cosmo di volermi male
- recuperare lo scottex e un sacchetto di plastica, pulire con calma e attenzione, buttare via il sacchetto
- recuperare lo scottex e un sacchetto di plastica, pulire con calma e attenzione, buttare via il sacchetto, e scriverci un post.


domenica 26 maggio 2013

Il mirino alcolico

Adesso mi faccio la doccia e finalmente esco nel sole con la bici, destinazioni e compagni vari e variabili.
Al calar del sole lavorerò e recupererò il malefico sonno arretrato.
Perché ieri sera sono uscita, ho fatto tardi e mi sono un po', non tanto, sbronzata. E quando mi sbronzo non riesco a dormire, quindi sono sveglia dalle 10. E da allora, oltre a lavorare e chiacchierare, ho soprattutto osservato le sbronze altrui, leggendoci dentro le mie.
Perché mi piace sbronzarmi? Che cosa cerco nella sbronza? Perché sono triste il giorno dopo, tralasciando l'evidente sconquasso chimico che l'alcool crea nel corpo?
Nonostante la frase letta da qualche parte "Alcohol is bad. Thoughts are worst" sia vera, non credo che cerchiamo l'oblio. Non solo.
Io non più, ma ho usato per un po' l'alcool come anestetico. A volte cerco il divertimento, ma ha poco senso, perché mi so divertire benissimo senza alcool. A volte la disinibizione, per ballare più libera o provarci meglio o sentirmi banalmente più a mio agio. Ma per mesi l'anno scorso ho scelto di non sbronzarmi, e devo ammettere che non ero inibita per niente.
Che cosa cerco quindi?
Secondo me ora forse cerco il fondo della mia anima. No, non il fondo, direi i bassifondi.
Le zone cupe, poco sviluppate, la parte vituperata e vituperabile di me. Ma anche di chi mi sta attorno e del luogo in cui si sta consumando la sbornia.
Forse in realtà tutti cerchiamo sempre quello, per capire fin dove possiamo arrivare, per poter liberare qualcosa di noi che ci imbarazza o impaurisce o non osiamo osservare senza il filtro dell'alcool. Per poter guardare in faccia i nostri mostri, e magari incazzarci un po' con loro, e poi tornare fintamente ammansiti. Ed è per questo che il giorno dopo siamo tristi, perché abbiamo constatato che siamo ancora lì, fermi, con le nostre dinamiche ricorrenti a cui vorremmo sfuggire grazie all'alcool, e che invece incontriamo proprio grazie all'alcool. Ma non riusciamo a disinnescarle.
Perché l'alcool al massimo è un mirino, ma non è l'arma con cui diventeremo migliori.
Io sono diventata migliore grazie al mirino alcolico? Forse sì, anzi sicuramente sì. Nei momenti di sbronza epica ho fatto cose attraverso cui ho visto con millimetrica precisione me stessa, rivelata al massimo grado, con una crudeltà devastante e contemporaneamente un'innocenza quasi insopportabile. E ho visto le miserie degli altri e del mondo. Ma la vera arma, appunto, non era l'alcool, era ed è il parallelo lavoro per aumentare e precisare la consapevolezza. Senza quella, avrei solo fatto cazzate di cui pentirmi o avrei pianto inutili lacrime da sbronza triste o avrei maledetto l'insipienza degli esseri umani e la totale vacuità dell'esistenza. Ho visto anche tutto questo, ma mi sembra di essere andata oltre.
Ieri in questo postaccio in cui non so bene perché sono andata (era la mia seconda uscita seria da due mesi a questa parte, forse per questo, e speravo di ballare buona musica) c'era, tra gli altri esemplari della specie umana, una quarantenne con il top con le stringhe laterali che ballava a cavalcioni di un tipo, e due miei amici erano molesti e pure invadenti e pure con le gambe cedevoli. Ma nonostante tutto ciò ero serena e in pace con il mondo. E stamattina quando V. mi ha detto ripetutamente che ieri sera ho fatto una cosa di cui non mi ricordo per niente (e secondo me non l'ho fatta, ma gli credo, anche se non dovrei perché era tutto storto) è stata abbastanza tranquilla la mia reazione.
In conclusione, non affermo certo di essere arrivata al fondo della mia anima e averla rassettata interamente, ma le grandi pulizie sono certamente state fatte. Forse posso smettere di sbronzarmi. E soprattutto posso darmi una mossa, e uscire nel sole, freddo ma meglio di niente.




martedì 21 maggio 2013

Thinking of the key, each confirms a prison - Una separazione

Datta. Dayadhvam. Damyata.
Non possiamo lasciare che nessuno si avvicini,
troppo intenti come ragni a trattenere incoscienti il segreto
screpolato che ognuno porta.
E non sappiamo cosa sia.
E lo vogliamo sapere.
E non sappiamo cosa sia.
E lo vogliamo sapere.
E non sappiamo cosa sia.
E vogliamo che qualcuno prima di noi lo guardi.
E vogliamo che qualcuno per noi ci rassicuri.
E vogliamo che nessuno osi tanto.
Chiudichiudichiudi. Avvolgiavvolgiavvolgi.
E vogliamo qualcuno da odiare al posto nostro.
Attaccaattaccaattacca. Smettismettismetti.
E non lo vogliamo sapere.
Ma non per colpa sua.
E non sappiamo cosa sia.
Colpe non ne esistono. Settanta volte sette.
In un momento di intensa distrazione
concentrati sul nulla - celebrati nel tutto - dispersi nel lutto
scopriamo il segreto.
E sembra follia, ma è solo vento.
Disintegrato il segreto,
minuscola enormità,
dichiariamo la resa. Ora si può
dare tutto. Avere tutto.
Volere nulla. Potere tutto.
Resta la tela, e un ragno morto,
ora cosciente, a cui sorridere.
Shantih shantih shantih.







venerdì 17 maggio 2013

Bilanci


"Tu dici che ora sono viva. Che sono sempre stata viva"

Stasera ho visto Una specie di Alaska di Harold Pinter, da cui è tratta la citazione qui sopra.
L'opera è ispirata ad un racconto di Oliver Sachs, il neurologo. La protagonista è Debora, una donna di 45 anni che si risveglia dopo 29 anni di coma grazie alle cure di un medico, che le fa iniezioni di dopamina, neurotrasmettitore che regola molte funzioni, tra cui piacere, intenzione, sonno e umore.
Debora crede che la sua vita sia rimasta quella da 16enne in cui si è addormentata. Non capisce perché si trova lì, vuole vedere i suoi genitori e le sue sorelle, ormai ovviamente adulte ma ancora adolescenti per lei.
Debora ha passato 29 anni in una sorta di Alaska: bianco e silenzio.
Una storia lontana da me e da noi? Non direi.
Mi sembra così palese che non serva essere in coma per perdersi nella vita, per finire staccati, alienati. A me è successo.
Di svegliarmi una mattina e non sapere che cosa fosse successo intorno, che cosa fare, che giorno fosse, quanti anni avessi, che lingua parlassi. Sapevo chi ero, ma era una conoscenza inattuale e poco utile, ero persa in un passato che non passava mai, che si arrotolava su se stesso, ero incapace di comunicare, ero tutta dentro la mia testa. Mi ero chiusa al mondo forse per protezione, e non volevo più guardarlo. La mia Alaska era una vita di monotonia, ignavia, banalità, cose perfette per tutti tranne che per me. Il bianco dell'assenza di scelta. Mi ero lasciata indietro. E quando mi sono svegliata, ho temuto di essere incapace di riacciuffarmi. All'inizio in effetti è stato impossibile riprendermi.
La mia dopamina è stato il dolore. Un dolore talmente intenso da impedirmi di continuare a dormire. Un dolore penetrato ovunque, fattosi carne sangue lacrime sudore. Un dolore che ha trasformato il bianco di un nero compatto e insopportabile. Il mio medico probabilmente inconsapevole: il ragazzo che mi ha lasciato per salvarsi lui stesso. L'ho odiato a lungo, ora gliene sono grata.
Era buio fuori, ma ormai ero sveglia. In quel nero una lunga lista di domande come quelle che Debora fa al medico, per rimettermi al pari. Ogni domanda una reazione diversa, dall'ira allo stupore alla paura al senso di colpa. E poiché le domande le ho poste sopratutto a me stessa, le risposte si sono spesso frantumate, o si sono trasformate in una sorta di larsen visivo, come due specchi uno di fronte all'altro, che si rimbalzano continuamente la stessa immagine fino a scomparire in un nero impreciso e mobile.
E ho rischiato di volermi addormentare di nuovo, sommersa dalle domande. Ma ho resistito, a volte forzando, a volte rallentando, a volte chiedendo risposte ad altri che hanno fatto il possibile, e a tratti più del possibile, per rispondermi la cosa giusta al momento giusto. Sbattevo gomiti ginocchi e anche contro questo nero, dentro questo nero in cui anche io perdevo i confini, perdevo l'orientamento. Era l'indistinto. Ma pian piano il nero è diventato sempre meno denso, le pareti più elastiche, gli spazi più ampi. Apparivano dei flash bianchi di stasi, e per tornare al nero avevo bisogno di farmi male di nuovo. Mandavo messaggi di aiuto, spesso sconnessi. Ho fatto un viaggio interstellare nel passato, come in The tree of life.
Infine sono riapparsi i colori. Le sfumature, i dettagli, i mezzi toni, la vita mutevole e non assolutizzata nel bianco o congelata nel nero. E con i colori, la capacità di parlare, di comunicare, di amare, di appassionare e appassionarmi, di ridere, di scegliere. Fare pace con i ricordi, anche quelli che non ho conservato. Fare pace con il tempo, quello andato, quello che verrà e quello presente. Imparare a sbagliare e riderne. A fare bene e fottermene. A fare per il fare. A essere per essere.
Perché Debora alla fine si pacifica, affermando che accetta le versioni del medico e della sorella. Si arrende alla vita, scegliendo di non guardarsi nemmeno allo specchio. Non sa perché è andata così, non capisce come e perché sua sorella possa essere "già" sposata. Non si chiede nemmeno cosa abbia provato la sorella. Decide di affidarsi, andare a casa e aprire i regali che le porteranno per il suo ritorno.
E io mi pacifico, nel mondo che c'è ora, in cui io sto e non cerco (quasi) nulla se non la presenza. Le condizioni non le posso dettare io, e nemmeno Debora lo può fare. Prendere o lasciare. Non c'è altro. Non c'è altro, perché c'è tutto, ora. 

Quindi all'affermazione di Pinter io rispondo che proprio sempre sempre viva no, non lo sono stata, ma ora sì. E che farò di tutto per restare viva, e consapevole di esserlo.


Nella foto: qualcosa per cui non vale la pena stupirsi o chiedersi il perché, visto che non lo scopriremmo mai fino in fondo. Accettare e basta. 

mercoledì 8 maggio 2013

Work hard, play harder

Il male di vivere ha i tratti del dovere di vivere. Il piacere di vivere assomiglia al giocare a vivere.


sabato 4 maggio 2013

Metta!


O buio buio buio. Tutti vanno nel buio,
nei vuoti spazî interstellari, il vuoto va nel vuoto,
i capitani, uomini d’affari, gli eminenti letterati,
i generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti,
gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,
i capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio
e buio è il Sole, e la Luna, e l’Almanacco di Gotha
e la Gazzetta della Borsa, l’Annuario delle Società Anonime,
e freddo il senso ed è perduto il motivo dell’azione.
E noi tutti andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.
Ho detto alla mia anima: taci, e lascia che il buio scenda su di te,
sarà l’oscurità di Dio. Come in un teatro,
si spengono le luci per poter cambiare la scena
con un cupo rombo d’ali, con un movimento dell’oscurità sul buio,
e noi sappiamo che le colline e gli alberi, il panorama lontano
e l’imponente ardita facciata, tutto, tutto viene arrotolato e messo via –
O come quando un treno della metropolitana si ferma troppo a lungo tra due stazioni
e allora la conversazione cresce, poi un po’ per volta svanisce nel silenzio.
E vedi che dietro ad ogni faccia si spalanca il vuoto mentale
lasciando soltanto il terrore di non avere nulla a cui pensare;
o quando, sotto l’etere, la mente è cosciente, però cosciente di nulla –
Ho detto alla mia anima: resta in silenzio, e attendi senza speranza
perché la speranza sarebbe speranza mal riposta: aspetta senza amore
perché l’amore sarebbe mal riposto; resta la fede
ma la fede e l’amore e la speranza sono tutte nell’attesa.
Attendi senza pensiero, perché tu non sei pronta al pensiero:
cosí l’oscurità sarà luce, e la quiete danza.
Brusío di rapidi ruscelli, e lampi d’inverno.
Il timo selvatico non visto, e la fragola di bosco,
le risa nel giardino, eco di un’estasi
non perduta, ma che richiede, protesa all’agonia
della morte e della nascita.
 Voi dite che io ripeto
qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò un’altra volta
dovrò dirlo un’altra volta? Per arrivare là,
per arrivare dove siete voi, per andare via da dove voi non siete,
 dovete passare per una strada dove non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
 dovete passare per una strada che è la strada dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
 dovete passare per la strada della privazione.
Per arrivare a ciò che non siete
 dovete passare per la strada in cui non siete.
E ciò che non sapete è la sola cosa che sapete
e ciò che avete è ciò che non avete
e dove siete è dove non siete.

T.S. Eliot - East Coker


Metta è un imperativo, ma non è voce del verbo mettere.
Si tratta della gentilezza amorevole non condizionata, una delle virtù buddiste che coltivate fanno "giungere alla riva opposta".
Praticarla è spesso nuotare contro corrente, ma altra strada non c'è, o meglio forse c'è e anzi mi tenta, ma non voglio più percorrere altre strade. Ma del resto anche il concetto di opposizione posso dimenticarlo, se riesco a ricordarmi che "rinunciando all'ego, l'universo diventa io".
Mi hanno detto che sono presuntuosa nel pensare che io sia l'universo, e forse è vero, rispetto al mio stadio di consapevolezza attuale. Ma vorrei giustificarmi dicendo che so che è il destino di tutti, non solo il mio.
Buon viaggio.



Nella foto: Loch (Hole) di Fabian Bürgy

domenica 21 aprile 2013

Solo gli stupidi non cambiano idea - Time in space


Buco voragine precipizio
è la tana della mia anima.
Inopportuno accessorio per una giostra
senza gettone.
Nel sepolcro che vorrei vuoto,
una volpe che vorrei scacciare
predare. Stanare. Infilzare.
Fumi di di disperanti felicità
- inappuntabili discorsi improbabili, gambe aperte
a un amore che non ama,
consigli proverbiali,
passi teorie lenzuola orari posti cose cose cose
letture che esplodono il reale
tu, tu, tu: chi sono?
specchi che non riflettono gli inevitabili cadaveri
stolide virtù in confessabili vizi
previsioni meteo e sogni
che la banalità chiede di interpretare.

Accovacciarsi nel vuoto 
in quel vuoto che conosciuto riconosciuto riconoscente riempie.
Mollare la presa
decontrarre il tempo che a giri infiniti avvolge. 





martedì 26 marzo 2013

La scuola, gli studenti, la politica. Ma alla fine di nuovo io.


Prefazione: tout se tient. Non sono capace di parlare d'altro se non di me e dei miei percorsi. Perché io sono il mondo, e il mondo sono io. Scusatemi, se potete.

Ultima ora del primo venerdì di primavera. Lo sciopero dei mezzi pubblici ha decimato la mia classe, una terza. La terza C. Nemmeno lo sanno, ma per me sono “I ragazzi della Terza C”. Ogni volta che ci penso muoio dal ridere ricordandomi del rosso ciccione, della figona bionda e del commendator Zampetti in onda sulle reti Fininvest nei tardi anni '80.
Sono meno di una decina, quelli bravi e diligenti (dovrei dire quelle) e quelli che non possono più fare assenze nemmeno se gli viene l'appendicite, perché hanno esagerato nel “balzare” e ora stanno cercando di non farsi bocciare.
Dopo aver messo una nota e fatto una lavata di capo ad una delle mie seconde (perché ho messo una nota ve lo racconterò un'altra volta) li cerco nei corridoi e come da accordi presi nell'intervallo ci avviamo all'anfiteatro che sta davanti alla scuola, una di quelle cose brutte che negli anni 70 sembravano geniali, tutte gradoni in cemento armato e muschio verdognolo.
Stiamo lì un attimo a goderci il sole, e poiché lezione non la posso fare, ma nemmeno mi va di farmi i fatti miei, chiedo loro cosa pensano del progetto che stiamo portando avanti insieme, ovvero la realizzazione di un corto per partecipare ad un concorso.
La risposta è unanime: “figata”. Perché? Perché ci sentiamo coinvolti. Perché è un progetto, ha uno scopo.
D'istinto, colpita dalla precisione di queste risposte chiedo: “Ragazzi, voi lo sapete vero che io sto seguendo un corso abilitante all'insegnamento?” Sì, dicono. E allora mi aiutereste a capire come deve essere un buon insegnante?
La prima risposta: giovane, come lei. Al che dico che sono meno giovane di quanto appaio (al massimo sembro giovane perché sono cazzona, ma questo non glielo dico) e che comunque prima o poi invecchierò anche io.
Sì, ma un bravo prof deve essere amichevole. Ma non per finta. Per mezz'ora, tra cioè e capito ed esempi, mi elencano una serie di attributi che il bravo docente dovrebbe avere. Senza mai contraddirsi. Mai.
  • dovrebbe guidarci passo passo, darci consegne precise, così può anche sgridarci se non le seguiamo
  • dovrebbe sapere dove vuole portarci
  • dovrebbe ascoltare gli alunni
  • dovrebbe ammettere i propri errori
  • dovrebbe relazionarsi al di fuori della propria materia
  • dovrebbe relazionarsi con ognuno di noi
  • dovrebbe permettermi di fumare, come adesso (e capisco cosa vuol dirmi M., vuol dirmi, dovrebbe essere flessibile)
  • dovrebbe essere chiaro
  • dovrebbe avere passione (e questo lo dicono tutti)
  • dovrebbe saper gestire la classe, non farsene gestire
  • dovrebbe fare altro, se non gli piacciono i ragazzi
  • dovrebbe incoraggiarmi ad andare bene
  • dovrebbe spiegare perché noi capiamo, perché io capisca, e non per finire il programma
  • dovrebbe portarci lo stesso rispetto che chiede a noi
  • dovrebbe stare attento a quello che pensa di noi, perché se pensa che siamo scemi, noi gli mostriamo che ha ragione. Se invece pensa che siamo bravi, noi, magari con calma, glielo dimostriamo. 
  • dovrebbe essere severo, chiedere molto. Ma non severo perché urla, perché quello è essere stronzo
  • dovrebbe stare attento al primo incontro con la classe, perché da lì nasce tutto
  • dovrebbe capire che la sua comunicazione non verbale ci dice tutto
  • dovrebbe sforzarsi di portare la sua materia nella vita di tutti i giorni
  • dovrebbe provare a capire quello che ci piace (e su questo mi rincuoro, perché scopro che alla sera vorremmo andare allo stesso concerto)

E io, strabiliata e commossa e quindi ironica per nascondere le mia commozione, prendo appunti come una matta. Seduta per terra. E dentro di me le domande, e l'immagine di me come insegnante.
Ed è incredibile, perché io questo lavoro lo sto facendo per caso. Mi sono rifiutata per anni di farlo, ho pure mollato il mio primo amore che si era immaginato per noi, ma per conto suo, il mondo di Barbie professoressa&mamma e Ken manager di successo.
E poi mi ricordo la domanda di uno di loro, un po' più grande, che mi chiede a bruciapelo mentre fumiamo una sigaretta: “Prof, ma quando mi dicono che devo maturare, cosa intendono? Perché io li guardo gli adulti, e non capisco”. A me lo chiedi, tesoro della zia? Che cosa vuoi che ne sappia, visto che per me “adulto” e “morto” coincidono (entrambi participi passati sono, e senza presente, senza divenire, non c'è vita).
Magari insegnerò quest'anno e poi mai più, o magari lo farò tutta la vita. So per certo che mai più sarò la stessa. Perché me li ricorderò uno per uno, questi giovani esseri umani che mi dicono che sono tenera, e insieme vogliono che io li guidi. Io. Che li guidi. Io, che non so nemmeno mettere un passo dopo l'altro senza inciampare. Io. E allora mi ricordo di me alla loro età, e di come disperatamente cercavo un senso, e come ancora lo cerchi e come questo senso, un pezzo perlomeno, fiorisca dentro un fatto inaspettato della mia vita: insegnare. E mentre insegno cinema, insegno a me stessa come essere una persona migliore, imparo di nuovo a farmi domande, divento egoista perché mi piace e mi fa stare bene e insieme, quando riesco, mi rende totalmente altruista, perché voglio il loro bene. Dando così un senso concreto alle elucubrazioni mistiche etiche degli ultimi anni. E vedo la possibilità di un posto in cui se qualcuno diventa più bravo di me sono felice. E vedo che insegnare è potenzialmente l'attività più rivoluzionaria che si può fare. Potrei smetterla finalmente di sognare di mettere bombe contro una società senza senso, e sognare di educare alla libertà. Esiste una rivoluzione più grande?
E al di là delle contingenze della mia vita e della loro, sento che questa richiesta di senso va accolta, che la scuola deve avere un senso, molti sensi, affinché i ragazzi li mastichino, li digeriscano e li assimilino.
E allora accade che di fronte all'apertura dei TFA Speciali (corsi abilitanti per insegnanti già in servizio, a cui si accederà senza test d'ingresso) ammorbi per un pomeriggio e una sera i miei amici, spiegando che è ingiusto. Perché se anche insegni da 10 anni ma a luglio 2012 non hai passato il test, per quanto mi riguarda devi rifarlo finché non riesci a passarlo. E i miei amici, che un po' mi invidiano e un po' mi prendono in giro perché insegno, finalmente mi vogliono ministro dell'istruzione subito (del resto mi hanno già acclamata sindaco di Corvetto).
Insomma, la scuola non può essere un'accolita di laureati falliti che vogliono un posto fisso, un obbligo poco simpatico per lo Stato che non può lasciare i ragazzi a casa davanti alla tv, una baby sitter 14enne cannaiola ma necessaria perché mamma e papà devono lavorare, un luogo di trasmissione di saperi vecchi ammuffiti e inutili, una cattedra su cui erigere monumenti all'ego e nemmeno un centro di formazione di futuri lavoratori. No. Deve essere un laboratorio di senso. E mi costa dirlo, ma se è evidente che al ministero e al governo importi poco, è pur vero che anche i sindacati si allontanano molto da questa visione. Io, ai diritti dei lavoratori precari antepongo il diritto degli studenti ad avere insegnanti bravi, preparati, appassionati, che abbiano voglia di formarsi, che si mettano in gioco come esseri umani di fronte ad altri esseri umani di uguale valore, anzi maggiore valore.
Se mai insegnerò ancora (e tra parentesi dico che di tutti i lavori che ho fatto questo è il più faticoso, perché richiede una presenza mentale costante e altissima) vorrei essere valutata nel mio insegnamento. Vorrei essere valutata perché vorrei che qualcuno mi invogliasse a fare sempre meglio e perché vorrei sperimentare. Vorrei più soldi, e vorrei che se non fossi più capace di insegnare mi dicessero “vai a fare altro”. Non vorrei diritti che permettano a qualche collega di non fare niente. Vorrei un sistema che mi dica: brava, continua così. O un preside che mi dica, sei stanca, prenditi delle ferie.
Vorrei il diritto all'anno sabbatico. Vorrei che non si spiegasse solo da dietro una cattedra in scuole che sembrano caserme. Vorrei che si chiarisse all'opinione pubblica che l'insegnante non può vivere a scuola 11 mesi all'anno per 40 ore alla settimana, come molti vorrebbero, perché altrimenti finirebbe per insegnare solo le cose che già sa, esaurendo la sua curiosità nel breve giro di pochi anni.
Vorrei che qualcuno anche in Italia facesse come Mr.Obama, che ha investito 4 miliardi di $ per scoprire quali sono i segreti di un bravo insegnante.
Vorrei che i miei figli o i miei nipoti o i figli di un migrante sconosciuto possano diventare persone. Né servi asserviti del sistema, né lavoratori lavorati e spesso pure ignorati dal mercato del lavoro.
Vorrei che questo lavoro mi facesse cambiare, in meglio, ogni giorno. Perché senza rivoluzione interiore, non esistono rivoluzioni. E io la rivoluzione la voglio ancora, ma con altri mezzi e altri scopi. 


Moebius, Autoritratto

sabato 8 dicembre 2012

L'ultimo post di questo blog

C'era una volta una fata.
Tutta ricciolina, con le ali trasparenti e iridescenti, come quelle di una libellula. Volava sopra il pezzo di mondo che le era stato assegnato, e pensava che non ne esistesse altro.
Vedeva sempre le stesse persone danzare assurde e precise geometrie sotto di sé, gli stessi campi verdi in primavera gialli d'estate grigi in autunno e neri di terra smossa in inverno. A volte bianchi di neve.
Respirava l'odore del letame. Non lo sentiva quasi mai, solo qualche sera in maggio le prendeva la gola e la faceva tossire. E tossendo le sue ali tremavano nel sole o scrollavano le gocce di rugiada tutto intorno.
Conosceva le voci delle persone, e riconosceva il fruscio di ogni albero o cespuglio. Si avvicinava ai cani addormentati, e questi nel sonno cercavano di prenderla, ma non ci riuscivano mai.
Stava nel sole, con gli occhi cangianti semiaperti nella luce. Sentiva avvicinarsi i camion, li seguiva per un po' tremando nello spostamento d'aria, poi tornava indietro. I treni la lasciavano estasiata. Dritti sotto di lei, tagliavano la nebbia o l'afa, come un pendolo, avanti e indietro. Un sibilo li precedeva, lei volava più forte che poteva insieme a loro, poi si fermava, senza forze e con il cuore impazzito, nel rombo che si lasciavano dietro. Lo spostamento d'aria la stordiva, e le piaceva. Vedeva dei volti dai finestrini a volte, quando volava alla stessa velocità del treno. Erano distratti. Assorti. Ma come? Erano sul treno, il mezzo più veloce che potesse immaginare, e non erano entusiasti, estasiati, rapiti all'idea di essere tutto ad un tratto altrove? Come si fa ad annoiarsi?
Lei in effetti non sapeva cosa volesse dire annoiarsi. Non dava il tempo alla noia di entrare. La teneva lontana. Ogni giorno era un giorno nuovo: a volte dormiva fino a tardi, nascosta nelle pieghe di un tronco, a volte andava a svegliare il sole nella campagna vicino al cimitero.
A volte beveva dal fondo di una tazzina di caffè abbandonata sul tavolino di un bar sotto i portici di mattone, e tutto girava più velocemente. Altre volte invece da un bicchiere di vino. Il mondo diventava colloso, come la sua bocca senza labbra.
Ma un giorno, senza motivo né preavviso, la fata conobbe la noia. Da giorni volava nel sole di giugno, ormai polveroso. Quel pomeriggio il paese di mattoni e cemento riposava nel dopopranzo. La fata si fermò sul balcone di un appartamento (bello, con il camino che riposava e le luci calde, le tende morbide e lucenti, immobili) e si chiese: e adesso cosa faccio? Aveva scoperto la noia, oppure la noia aveva scoperto lei. Chi può dirlo?
Nei giorni successivi volo stanca e non andò alla fontanella per togliersi la polvere dalle ali. Non salutò gli alberi, né li riconobbe. Il terzo giorno bevve 4 fondi di vino. Si svegliò la mattina dopo arruffata, opaca, tremolante. Si andò a lavare, mangiò mezzo chicco di grano e si rimise a volare. Guardava ogni cosa con attenzione. Era come se tutto fosse nuovo. Le piaceva. Ma era stanca. Era come se una patina fosse scesa sui suoi occhi, e guardare per bene le costava un'enorme fatica.
Poi si ricordò di un gioco che aveva inventato. Sapeva che virando veloce accanto a quella casa laggiù, con l'intonaco rosa sporco, sarebbe riuscita a fare la gincana tra la palma e il cipresso, così ridicoli vicini, così ridicolmente vicini. Lo fece, sempre più veloce, contando mentalmente il tempo. Alla fine era senza fiato, stremata, ma orgogliosa. Era stata velocissima. Vide un bambino in una culla, sotto di lei. La fissava ridendo. Ogni tanto accadeva, qualche bimbo poteva vederla. Niente le dava più gioia. Essere vista. Dare gioia. Dormì bene quella notte. La fatica fece diventare buio in fretta, e fece scendere il silenzio. Sognò il bambino.
Ma la mattina seguente, bevendo la prima goccia di rugiada, di nuovo. La noia era tornata a trovarla. Era spossata eppure irrequieta. Cercava un posto dove andare, ma restava ferma, incapace di andarci. Volò per un po' nei dintorni, poi si confuse nel vento e si spaventò per un cane lontano.
Torno all'albero in cui si era svegliata, un salice piangente nel parco davanti alla scuola. Chiusa. In un attimo capì. Non era annoiata, era sola. Doveva fare amicizia.
Con chi? “Fate nei paraggi non ce ne sono, il ministero ha fatto dei tagli e la prima sta a 2 giorni di volo da qui. Elfi, gnomi, folletti sono in sciopero da anni, ormai si sono trasferiti tutti ai Caraibi, vivere nei boschi di pioppi allineati era diventato insopportabile. Gli umani non mi vedono, a parte i piccoletti che però non parlano e nemmeno si muovono. I cani nemmeno mi possono vedere, ma mi vogliono mangiare lo stesso. Le bestie selvatiche corrono tutto il tempo. Gli animali nelle stalle sono tristi. Gli alberi mi amano, ma nel loro modo così distaccato, devo essere sempre io a mettermi nel punto giusto per farmi fare le coccole dalle foglie. Gli insetti vivono troppo poco, mi affeziono e già non ci sono più. Chi manca? Ma certo, gli uccelli!”
Così la fata decise che avrebbe conosciuto tutti gli uccelli del cielo (del cielo che lei conosceva, mica tutto). Andò dalla rondine, nel nido sotto la grondaia. E questa, mentre andava e veniva dal prato dove trovava vermi prelibatissimi, le raccontò la fatica dell'andare e del tornare, e del nido da costruire e mantenere, e dei piccoli da allevare e poi salutare. Ogni anno, portata via dall'istinto e costretta a tornare. Era buona, la rondine. Ma troppo, troppo seria. Lei voleva soprattutto giocare.
Andò dal piccione, ma fu un disastro. Continuamente scappava, attratto da pezzi di focaccia, o spaventato dai passi umani. E quando stava fermo, il dondolio continuo la frastornò a tal punto che lo saluto discretamente.
Volò allora verso il passerotto. Viveva nei tigli vicino alla fontana. Una vita di moscerini e briciole cadute dalle tovaglie sotto le finestre, o lasciate per lui sui davanzali. Piccola, come lui. Semplice, esattamente come lui. La sua compagnia era deliziosa, pacificante, ma lui era troppo pesante per andare con lei nelle scorribande ai limiti del mondo.
Andò quindi dal fagiano, nascosto nei campi, non li avrebbe mai lasciati. E dagli storni, che si raccontarono tutti insieme, un corpo unico di coreografie velocissime, lontane e bellissime e ondulatorie. Sarebbe finita schiacciata lì in mezzo.
Non conosceva altri uccelli lì. Aveva imparato ad apprezzare quelli che aveva conosciuto, ma ciononostante giorno dopo giorno, la noia si trasformava in tristezza. Le ali ingrigite, le orecchie incapaci di ascoltare, la bocca come un taglio orizzontale, chiusa.
Poi, in una notte di silenzio senza sonno, incontrò il gufo. Che le raccontò delle attese. E di ciò che i suoi occhi gialli gli permettevano di vedere. Ombre, vere, nella notte, che si facevano suoni incomprensibili e odori indecifrabili, senza cambiare forma. Dedito ai misteri, il gufo affascinò la fata, che rimase con lui ad esplorare la notte. Per molte notti di seguito.
Il gufo le spiegava, paziente, le teorie che aveva elaborato. La fata lo stava ad ascoltare, rapita. Timidamente provò ad avanzare le sue teorie, ma il gufo non era mai d'accordo. Gliele smontava tutte, con argomenti inoppugnabili, almeno per la nostra fata. Che notte dopo notte iniziò a deperire. Senza la luce del giorno, la bellezza del sole, le corse a perdifiato, chiusa nella notte e incapace di penetrarne i misteri insieme al gufo (che era sì suo amico, ma troppo assorto nelle sue ricerche per preoccuparsi per lei) si sentiva sempre più stanca. Non era noia, con il gufo non ci si annoiava. Era mancanza, desiderio di vita, lontananza.
Un'alba fredda di novembre decise: tornò a vivere nella luce, di luce. Si prese in faccia la nebbia e le brine dell'inverno, guardò il bianco della neve posarsi ovunque, seguì i vapori dei fiati di bimbi e animali nel freddo per un lungo inverno. La luce era poca, ma più di prima. Resistette, finché la neve si dissolse. Ogni tanto andava a trovare i vecchi amici, tranne la rondine che aveva lasciato il nido vuoto, ma presto sarebbe tornata dalla sua Africa invernale. La noia era sempre con lei, ma la fata iniziò a conviverci. Guardava il mondo, ascoltava, gioiva di cose piccole e contemplava le grandi. Seguiva i treni con i vetri appannati, spiava i bambini nelle case.
Nel primo giorno caldo di maggio si spinse lontano, ai margini del posto che le era stato assegnato. e incontrò un'upupa. Un uccello raro da incontrare, con una cresta spettinata e un abito a righe un po' serio un po' clown. Un nido minuscolo, in un sottotetto pieno di libri. L'upupa leggeva tutto quello poco per volta lei e i suoi genitori prima di lei e i suoi nonni e i suoi trisavoli erano riusciti ad accumulare in quello strambo nido.
Leggeva e poi volava via, per capire se c'ere un modo di accordare i suoi voli al ritmo delle pagine. A volte ce la faceva, e tornava felice. A volte no, ed era imbronciata, chiusa, dolente. La fata andava e tornava dal nido, era incuriosita da questo uccello. E si divertivano a raccontarsi, a scambiarsi opinioni, volarsi intorno.
L'upupa era imprevedibile e libera, tanto che una volta se ne stette via dal nido per una settimana intera.
La fata torno al suo solito salice. La noia era tornata forte a sgranocchiarla. Per togliersi il tormento andò fare la solita gara tra la palma e il cipresso. Una, due, tre, cinque dieci volte. Sempre più veloce. Finché dalla casa sentì levarsi un lamento alto. Corse, e vide il bambino che qualche mese prima rideva con lei, pallido, nelle braccia della mamma che disperata lo chiamava. Lui non rispondeva. La fata in un attimo, mentre ancora respirava forte per i voli velocissimi tra palma e cipresso, sentì un dolore fortissimo attraversarle ogni atomo. Una rabbia per l'ingiustizia a cui stava assistendo. Un orrore per il mondo. Tremante fuggì, per cercare conforto da qualche suo amico. Stava pensando a cosa dire, e come dire quello che stava provando. Dargli una forma per non soccombere.
Ma mentre volava, si trovò, senza accorgersene, di nuovo davanti alla finestra. Respirò forte, a lungo. Poi si infilò tra le tende, si avvicinò alla mamma disperata e le volteggiò attorno. Non la vedeva, e nemmeno il bimbo, che era ancora immobile.
Dietro l'ordine di un impulso fortissimo, volò nella minuscola narice del bambino. Era buio, stretto, freddo. Faceva fatica. Andò a tentoni, le mancava l'aria. Era spaventata, oppressa. Si appoggio da qualche parte e chiuse gli occhi.
Basta, pensò. Voglio uscire.
Aprì gli occhi. Vide la donna. Sentì una voce, piccola e che le vibrava ovunque, dire mammamamama. Era la sua. Ma era il bambino che parlava. La mamma le saltò addosso. Baciò il bambino ovunque, e lei, piccola com'era, sentiva i suoi baci ovunque. Sentiva l'odore della donna, di pianto, di tristezza che se ne andava, e l'odore gioioso di mele che tornava.
Era diventata un bambino. Una bambina per la precisione. Marilisa.
Aveva letto Pinocchio insieme all'upupa, e rideva al pensiero.
Guardò la mamma. La sua mamma. Poteva chiamarla così? Le si strofinò addosso. Era a casa. Poi si allontanò. Per giocare con il trenino. Da grande ne avrebbe presi molti. Meglio imparare a conoscerli.


giovedì 6 dicembre 2012

Condòmini. Appunti per una filastrocca.

Ho vissuto accanto a me stessa
come in un condominio signorile.
Incontrandomi in ascensore per caso,
cogliendomi con le dita nel naso,
mi giravo dall'altra parta educatamente.

Sempre borghesemente fingevo indifferenza,
curiosità attrazione repulsione
erano per un cuor di leone
Era solo paura di vedere.
Vedere obbliga a fare. Ignorare permette di riposare.
O scansare.

La borghesia è una malattia.
Antidoti per cortesia.



martedì 4 dicembre 2012

Aprire il cielo per vedere cosa c'è dentro

Prima che per trent'anni avessi studiato lo zen, vedevo le montagne come montagne e le acque come acque. Quando giunsi a una conoscenza più profonda, vidi che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. Ma ora che ho raggiunto la vera sostanza del conoscere, sono in pace, perché ora vedo le montagne ancora una volta come montagne e le acque come acque
Ieri ho postato su Facebook delle mie foto belle. Mentre lo facevo in realtà stavo pensando a quanta meschinità esiste in me. E probabilmente le ho postate proprio per dimenticare il mio buio. Perché una teoria greca, poi confluita nel Cristianesimo, ci ha insegnato che bello buono e vero coincidono. Stavo mostrando che sono bella e apprezzabile, proprio mentre stavo elaborando la consapevolezza di fino a che punto potevo spingermi con la mia doppiezza e crudeltà e mancanza di sincerità e autodifesa egoica.
Facebook per noi narcisisti è imprescindibile. Tanti like rafforzano l'ego.
Ora invece scrivo questo post per confessarmi. La sensazione è che anche questo passaggio sia parte del mio narcisismo. Voglio mostrare, di nuovo, quanto sono brava, in questo caso a confessare la mia parte buia. Ma sempre per ottenere una certa rispettabilità sociale.
Ma allora non se ne esce? Per forza sono costretta ad essere me, così infelice, inutile, in loop per sempre? Come faccio a vivere in questa banalità? Non è possibile. Non voglio vivere così. Ho sospettato a lungo che non se ne uscisse.
Ma ora sono certa che se ne può uscire. Come?
E qui arriva il punto importante: gli strumenti che uso per procedere, ora che so che ne posso uscire.
La consapevolezza come l'ho imparata durante la meditazione. Non rifiutare quello che c'è, starci dentro, quasi nel senso in cui  lo direbbero i ragazzini milanesi. Guardare il pensiero nel suo sorgere, crescere e morire, interrogarlo. Guardare il pianto mentre arriva, e deporre le difese. Passerà. Avere come meta lo svelamento di me stessa a me stessa, senza rinnegare però quello che sono ora. E senza controllare. Lasciare andare, e farmi sorprendere.
Rifletto allora su Nietzsche, che mi ha insegnato a non credere mai alle giustificazioni che mi do. Accettare le conseguenze dei gesti che si fanno. Indagare, sempre.
E poi mi viene in mente il procedimento che si segue per l'analisi di un film: prima si procede alla scomposizione, per poi giungere ad una ricomposizione che inglobi le informazioni assunte durante la scomposizione per elaborare una chiave di lettura globale, più profonda e completa. Non è certo per caso se l'analisi psicologica ne condivide il nome...
E ancora, il teatro di scuola realista, che mi ha insegnato a fare le cose per me. E non per il pubblico. Perché se io non arrivo a toccare e non sento davvero le emozioni che sto mettendo in scena, sto ingannando me e gli altri, che siano compagni o pubblico. E questo vale anche nella vita. Non cercare di essere come mi vogliono o si aspettano. Ma indagare come sono io, e esserlo pienamente. Senza paura. Offrirsi.
La compassione. Per me e per gli altri. Sospendere il giudizio. Essere esigente ma non inflessibile. Con la spina dorsale eretta, ma non rigida. Buona ma non cogliona.
Fotografare. Cercare il punto di vista migliore. Cogliere l'attimo. Fare qualcosa di bello benché fine a se stesso, per dare forma al mondo. Per imparare a guardarlo e quindi ri-crearlo.
Ecco, questi conosco. Questi posso usare. Basta girare per ipermercati. Prima o poi questi si spunteranno, lo so, ma per ora sono ancora in buono stato.



lunedì 3 dicembre 2012

Inesorabile, quasi più del cinepanettone a Natale

Se vuoi avere qualcosa che non hai mai avuto, devi essere pronto a fare qualcosa che non hai mai fatto.
citazione senza autore, che rimbalza su blog e Facebook

Non puoi cercare contemporaneamente la verità e la consolazione. O ti consoli con tutto quello che fai (e ci sono mille modi dallo shopping alle droghe, dalla religione al sesso, dalla carriera al volontariato) o cerchi la verità in tutto ciò che fai (e puoi persino fare le stesse cose che danno consolazione, ribaltandone la prospettiva).
Verità, che come dice Gesù, rende liberi, mica alienati. E la libertà è faticosa.
La scelta è tua. E soprattutto mia.



domenica 2 dicembre 2012

Let's go back to work, now!

Perché i nodi vengano al pettine e vengano sciolti, bisogna prima
a. sapere dove abbiamo la testa e cosa sono i capelli
b. sapere come è fatto un pettine
c. recuperarne uno
d. imparare a maneggiarlo finché riusciamo a districare i nodi senza strapparci i capelli.
E' possibile, anzi raccomandabile, anche chiedere aiuto a qualcuno di più esperto, paziente e preciso di noi, ma non perché lo faccia al posto nostro, ma solo per imparare la tecnica e per avere compagnia e suggerimenti. Il lavoro resta poi tutto nostro.
La metafora è chiara, no?