domenica 13 maggio 2012

Requiem in D minor K626 - fragmenta

Sappiamo tutti la storia: Mozart è malato, povero, abbandonato dalla moglie e disperato. Uno sconosciuto gli commissiona una messa da Requiem. Lui, mentre compone furiosamente, sente che sta scrivendo ciò che verrà suonato al suo imminente funerale.
E infatti muore, lasciando la messa incompiuta. Verrà conclusa dal suo più stretto collaboratore, Franz Süssmayr. E noi l'ascolteremo pensando a cosa era suo e cosa invece no. Che note ha scritto e quali sono state immaginate da un'altra persona, per quanto vicina irrimediabilmente altra.

E questa storia oggi mi mette i brividi. Perché anche noi viviamo sperperando incoscienti i nostri talenti e le nostre miserie, e poi ci accorgiamo che prima o poi moriremo, e vogliamo lasciare qualcosa, ma qualsiasi cosa lasceremo sarà incompiuta, e toccherà ad altri dare un senso. E non sarà il nostro, perché il nostro sarà stato nel senso che aveva quello che facevamo nel momento in cui lo facevamo, e nessuno lo saprà mai. Al massimo possiamo sforzarci di saperlo noi, e sarebbe già tantissimo.
Che poi alla fine raccontarsi che l'arte rende eterni è una cazzata. Al massimo guarisce da questa malattia che è vivere. Allevia la forza di gravità che brutale ci schiaccia e paralizza. E in tutto questo sforzo di resistere, di elevarci, di andare oltre noi stessi incorporando tutto quello che siamo (che molto spesso fa schifo), gli altri sono solo un pretesto. Perché tutto si gioca tra noi e noi. Al massimo facendo arte regaliamo agli altri degli strumenti per la loro personale guarigione. E sì, l'arte è un sottoprodotto, non il vero risultato. 
E allora poi penso che forse non ha senso voler fare qualcosa, che posso regalare i risultati della mia ricerca e della mia guarigione alle poche persone davvero amiche. E forse per questo vorrei tanto una relazione vera, perché il mio ego ha bisogno di sapere che c'è qualcuno a cui io, io Marilisa e non un'altra, interesso. Ma basterebbe stare ferma, e donare quello che sono senza maschere e strategie e donare il modo in cui sono e provare a stare nella vita senza farmi annientare dalla gravita, senza voler niente in cambio. Che basta questo, che tutto il resto è uno sforzo troppo grande per me, che l'arte o una famiglia o un progetto a cui dedicarmi sono solo forme ulteriori di ricercare emozioni forti per ricordarmi che sono viva, quando in realtà basta sedermi a meditare o giocare senza pensare ad altro con i miei nipoti, o stare al sole e sentire che è caldo o scrivere questo post e sapere che lo sto scrivendo.


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