giovedì 6 giugno 2013

A che cosa servono le relazioni

Scrivo tonnellate di relazioni, lasciate colpevolmente indietro, in vista della fine del mio tirocinio.
E mentre commentavo una ricerca sullo stato della scuola (sottotitolo: "Giovani e insegnanti a confronto") ho scritto un concetto che secondo me è bellissimo. Non lo so, lo trovo bellissimo. Perché voglio vivere così ogni giorno. Prego un dio in cui non so se credo perché io possa vivere così ogni giorno, e perché anche voi possiate.
Ho commentato un dato sulla percezione diffusa della mancanza di senso nello stare a scuola da parte degli studenti. E ho scritto che il senso dello studio (=della vita) non sta nelle strumentalità o nella finalità di ciò che studiamo (=viviamo). Sta nella bellezza di conoscere ogni volta qualcosa di nuovo. E che se ad un insegnante viene a noia la propria materia, se riesce solo a dire: "se non studi ti boccio" oppure "nel mondo del lavoro ti servirà", se non sa stupirsi e non sa riconoscere la bellezza di esseri umani ogni anno, anzi ogni giorno, diversi seduti davanti a lui, non ce la può fare mai. A dare un senso del suo fare a se stesso, né tantomeno a trasmetterlo a qualcun altro.
E se io non riesco a fare tutto ciò nella mia vita, con le persone i luoghi le cose che conosci già, non ce la posso fare mai, a darmi un senso, a darne al mondo e a far sorridere qualcuno.

Perché conosco molte cose, ma moltissime altre no.
Conosco moltissime persone, ma non conosco nessuno, perché sono pozzi di assoluta pienezza e io non ne vedo che un pezzetto per volta.
Sono nel mondo, e ci sono adesso. E non c'è niente di più bello, totalmente nuovo, vitalizzante e pacificante insieme di questo ora. Di questo qui.
La bellezza di questa verità mi fa quasi piangere, quindi la smetto e torno a scrivere le cose serie (anche perché se non le scrivo poi mi bocciano).




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