mercoledì 30 marzo 2016

Felicitàààà...ti ho persa ieri, ma oggi ti ritrovo giààààà

Scommettere.
Sempre.
Tutto.
Sulla.
Felicità.

Mi sono svegliata una mattina ed ero, inaspettatamente e incontrovertibilmente, uscita dalla comfort zone in cui la felicità non era possibile.
Perché un posto in cui non potevo essere felice era diventato un posto confortevole? Oh, che domanda, ma perché era più facile.
Pensavo che la felicità risiedesse nell'ottenere quello che desideravo, quindi diventava più facile non desiderare niente oppure desiderare una qualsiasi cosa e fare i capricci e frignare perché non l'avevo ottenuta
.
Pensavo che la felicità fosse avere questo o quello, essere quello o questo, e provavo tante forme di questo e quello e poi mi arrendevo, e siccome felice non lo ero mai, una forma valeva l'altra. E forma non ne avevo più, e tutto intorno le cose e le persone si distorcevano, collassavano, liquefacevano.
Pensavo che la felicità fosse essere libera dalle imposizione esterne, e non mi accorgevo che ciò che dovevo liberare (ciò di cui mi dovevo liberare?) ero io stessa, quindi mi dibattevo per un po' ululando contro qualcosa, e poi o mi schiantavo di fatica, o atterravo per disperazione nel mondo.
Credevo che essere felici fosse essere scemi. Come essere felici in un mondo tanto imperfetto e ingiusto e criticabile e duro? Meglio essere infelice, almeno mi intonavo al mood generale.
Ero certa che essere felice si facesse da soli, o in due come gli innamorati di Peynet. False entrambi, la felicità si fa in molti.
Non sapevo che l'infelicità è contagiosa e me ne riempivo. Non sapevo che l'infelicità creasse divisioni, e mi trinceravo dietro i miei nastri elettrificati.
Ero convinta di non meritarmela, la felicità. Si può essere felici solo se perfetti credevo.
Ma ora so che sono perfetta, anche se sono una minchiona piena di difetti. Siamo tutti così perfetti che vi vorrei baciare tutti in mezzo alla fronte, anche se poi urlo che siete stronzi e non capite un cazzo.
Scommettere sulla felicità non è essere ingenuamente ottimisti, non significa non vedere le ingiustizie e stare a braccia incrociate mentre penso agli angeli custodi. Non significa nemmeno non vedere i problemi e sperare che l'Universo paghi il bollo auto per me o monti un lavoro o vinca il concorso al posto mio. Queste aspettative sono da idioti (giusto per dirlo agli idioti che pensano che io sia diventata idiota).
Essere felice significa vivere con il cuore aperto. E a volte fa male, ma non so come sono felice lo stesso. Essere felice significa non nascondermi. Essere felice significa accettare e lasciar andare. Essere felice significa non incazzarmi perché le cose non sono come dico io. Essere felice è vedere le persone nella loro inutilità invece che come funzioni di un mio scopo.
Essere felice significa vedere che ogni cosa che accade è una possibilità per andare oltre un mio limite. Essere felice significa sperare che gli altri vivano le cose allo stesso modo, ed essere certa che prima o poi lo faranno. Essere felice significa smetterla di pensare ossessivamente alle alternative, all'altrove, a ciò che non c'è e vivere il più possibile ciò che c'è.
Essere felice significa non considerare nulla come non suscettibile di una risata di pancia, eppure prendere tutto molto seriamente.
Essere felice significa non aver bisogno di niente e di nessuno, eppure accogliere tutto e tutti e goderne quando ci sono e lasciarli andare quando vanno via.
Essere felice significa credere in quello studio scientifico secondo cui fingere un sorriso rende davvero più felici. Essere felici è adorare le persone cupe e che si infastidiscono all'idea della felicità, e prenderle in giro. Essere felice significa smettere di chiedermi se sono felice., significa smetterla di tracciare la sorgente del benessere con marcatori radioattivi solo per scoprire da dove arriva e dove va.
Essere felice è accorgermi che respiro. Essere felice sono le coincidenze che non sono mai per caso.
Essere felice è sentire l'energia della meditazione e ringraziare di averla incontrata.
Essere felice è far felici gli altri. Soprattutto questo. Far felici gli altri. Riemergere dalla lanetta che si annida nel nostro ombelico con qualcosa in mano da regalare. Prendersi dei rischi, non chiedersi sempre perché, fare e basta.
Essere felice è fottermene se mi considerano ingenua, semplice, poco adatta alla vita contemporanea, non abbastanza cinica, quando affermo queste cose.
Essere felice significa vivere. E io voglio intensamente, profondamente, vivere. E io sto vivendo, spesso intensamente e profondamente. Che fatto curioso.







giovedì 24 marzo 2016

Smettere di fumare

Sto smettendo di fumare o perlomeno riducendo moltissimo, scelta a cui sono arrivata solo per motivi di salute: mi si frantuma la testa per la sinusite, mi si infiammano tutte le vie aeree superiori, mi viene la febbre ed è evidente che il fumo non possa che peggiorare tutto ciò.
Ma a me fumare piace. Posso dire questa cosa? In Italia è un'affermazione forse ancora permessa ma in Inghilterra, per esempio, sarebbe davvero sconveniente dirlo. Che palle, a me fumare piace.
Mi rendo conto che spesso non ho il controllo su quanto fumo e questo mi fa innervosire. L'essere dipendente da qualcosa è sempre una mezza merda, ma ci sono tanti plus nel fumare e poi siamo dipendenti da un sacco di cose, il tabacco è solo la punta dell'iceberg...potrebbe essermi capitato nella vita di diventare dipendente dall'eroina e sarebbe stato molto peggio...
Mi rendo conto che le sigarette puzzano e non mi piace, ma già fumando i drum (le sigarette rollate da me, malissimo tra l'altro) il problema della puzza è meno forte. E poi basta aprire le finestre di casa e passa tutto, no? E poi lavandosi capelli e denti regolarmente e mangiando delle mentine noi fumatori non diventiamo automaticamente mostri della puzza come ci dipingono i non fumatori...
Ma mi rendo conto sopratutto che fumare sigarette ha cementato amicizie, da sempre. Dalle gite scolastiche alle superiori, alle vacanze o nelle serate quando vuoi conoscere qualcuno, alle notti in cui accompagnavo a casa un'amica e stavamo in macchina a raccontarci un sacco di fatti e sensazioni privatissimi scandendo il tempo con 10 "ultime sigarette", alle cene in cui stai a tavola per ore condendo sigarette, minchiate, cose serie e un po' di amari. E poi fumare è esteticamente bello, anche sexy direi, non sempre, ma sei sei un po' fig@ aggiunge del fascino.
Mi rendo conto anche che insegnando dovrei lanciare forte e chiaro il messaggio che il fumo fa male. Ma spesso sono accaduti momenti educativi più intensi durante una sigaretta fumata insieme ad uno studente/essa in crisi che durante le ore di lezione in classe.
Mi rendo anche conto che fumare è un comodo passatempo: sto aspettando un autobus, l'inizio di uno spettacolo, un amico che non arriva. Posso guardare il telefono (loser), posso guardare le scarpe dei passanti, posso meditare un poco sui rumori intorno a me oppure...posso fumare una sigaretta!
Quindi ora si pongono delle questioni chiave:
Che cosa faccio ora nel tempo lasciato libero dal fumo?
Come riempio quei minuti? Lavoro di più? Mangio di più (ho il terrore molto preciso di prendere 10 chili per il cambio del metabolismo...)? Tamburello di più con le dita? Mi incazzo di più con il resto del mondo? Medito di più?
Come sostituisco la pausa sigaretta con qualcosa che mi dia la stessa sensazione di spazio vuoto in cui la mente può distaccarsi del tutto dal lavoro che sto facendo o al bisogno mi consenta di focalizzarmi meglio?
Che scuse uso per chiedere o dare un momento di attenzione esclusiva a qualcuno o per ritagliare degli spazi dentro i momenti di gruppo?
Rileggendo tutto questo pippotto che ho scritto con gli occhi di chi sa, perché lo so, quanto forti siano i condizionamenti che governano le nostri vite, e sa che siamo fatti di abitudini, e sa che la paura del cambiamento è solo paura dell'ignoto, e sa che ci rassicuriamo con le cose come i bambini con i peluches mi viene da ridere.
Però cazzo, fumo da 20 anni. L'attaccamento più lungo della mia vita, direi. Mi manda in sbattimenti, quasi come quando finisce una storia. Un altro ex da archiviare. Quindi fase di down, poi assestamento, poi odio, poi nostalgia, poi la normalità diventerà essere separati e magari di tanto in tanto potremo vederci e risentirci. Ma sarà sempre qualcosa con cui devo andare cauta per non ricaderci, anche perché ci sarà solo la mia volontà coinvolta, il fumo non mi dirà "No, Misa, ti voglio bene ma non possiamo tornare insieme". E io non potrò nemmeno odiarlo perché è stronzo. A parte il mal di testa e i soldi spesi il fumo è stato un piacevole compagno di vita.
E poi ogni cambiamento è un'implicita accettazione del tempo che passa. E io odio il tempo che passa. Mica posso far finta di essere zen se non lo sono. Porco cazzo.
Uff.





sabato 5 marzo 2016

Il gin, la nausea, il cavolfiore scondito.

La cosa che più mi allontana dalle persone è il tentativo che molti fanno di sembrare diversi da ciò che sono perché si immaginano che io (o altri) li possiamo apprezzare di più dentro e dietro il travestimento di cui si agghindano.
Il motivo per cui le persone che agiscono in questo modo mi allontanano è presto detto: ho fatto la stessa cosa per molti anni, l'ho fatta quasi sempre. Ero così certa di non piacere, di non essere giusta, di dover essere diversa, di dover essere migliore di ciò che ero che un pilota automatico mi trasformava ogni volta in qualcosa che non riconoscevo pienamente, in cui mi muovevo goffamente, in cui il mio io profondo si intristiva per poi scoppiare o implodere.
Ora però questo gioco mi ha nauseato a tal punto che appena lo odoro da lontano non riesco a muovere un passo. Anzi sì, riesco a correre in direzione contraria, dopo aver però indagato bene il fenomeno.
Un po' come quando ero stata male con il gin e non riuscivo più a berlo. Però di fronte ad un gin tonic lo annusavo per capire se mi attraeva o disgustava, se riuscivo a berlo di nuovo oppure no. Ora posso bere gin in quantità moderate, non mi disgusta più, ma non mi piace.
Quindi tra un po' forse sarò di nuovo in grado di non sentirmi in dovere di dire a chi si traveste per compiacermi di smetterla e sarò pure capace di travestirmi se sarà necessario (che a volte nel gioco delle parti che è la nostra vita è necessario saperlo fare, non per compiacere gli altri, ma per assecondare alcune circostanze).
Per ora, la nausea è troppo forte. Non ce la faccio. Che gusto si trova nell'essere blando e insapore come un cavolfiore del supermercato stracotto e scondito? Perché questo è ciò che si diventa mascherandosi: non si è nessuno, si è sgradevoli. Si evidenziano le cose che vorremmo nascondere. Non si lascia spazio all'energia primordiale di cui tutti siamo fatti perché fluisca e si prenda lo spazio di cui ha bisogno e si rilassi.
Noi non siamo bandierine al vento, noi siamo il vento.
Quindi quando sento odore di tentativo di compiacimento, per ora non ho scelta:  corro lontano.


giovedì 3 marzo 2016

Unum est Omnia, Omnia est Unum

Non premere il pulsante.
Non aprire niente.
Tieniti stretta.
Tieniti chiusa.
Non si vola.
Non si regala.

Chiedo scusa, ora. 
Non lo sapevo, allora. 
Scusa a quelli a cui niente davo .
Scusa a quelli da cui niente ricevevo. 
Però. Piangevo.
Piangevo sul dolore delle cose che non potevo lasciare andare perché non le avevo. Convinta di non averle, le trattenevo e marcivano e intossicavano.
Poi ho aperto il cuore, ed era di carne e batteva. 
Mi sono sono chiusi gli occhi e lo sguardo si è spalancato. 
Ho aperto le mani, e traboccavano, senza sosta, in ogni direzione. 
Ho toccato il mondo, ed esisteva.
Mi ha sfiorato la bellezza, ed entrando, è uscita. 
E ciò che è dentro è fuori, ciò che è fuori è dentro. 
E tutto è in me, e io sono in tutto. 
E se ci sono, effondo, e non affondo. 



mercoledì 2 marzo 2016

Is this the end?

Quando non hai più risposte, forse hai semplicemente esaurito le domande.
E accettato ciò che c'è per come è.


giovedì 25 febbraio 2016

La vita quotidiana come rappresentazione: oltre la paura del ruolo


Gli uomini hanno bisogno di contatti sociali e di compagnia sotto un duplice profilo; da un lato essi necessitano di un pubblico davanti al quale recitare le proprie vanterie, dall’altro di compagni di équipe con i quali entrare in cospirazioni segrete e rilassarsi nel retroscena.   Erving Goffman 

Oggi in classe - una seconda!!! -  ho parlato di questo testo che chiunque abbia studiato un poco di sociologia conosce, appunto La vita quotidiana come rappresentazione di  Goffman
Poi ci ho pensato un po' su, e mi è venuto in mente che sì, noi pensiamo di essere noi ma siamo un sacco di ruoli diversi, un fascio intrecciato di ruoli diversi.
E la differenza fondamentale tra l'esserne inconsapevoli e l'esserne consapevoli è che nella prima ipotesi rischiamo di passare la vita a fare ciò che ci viene chiesto dai ruoli scritti da noi per altri mentre nella seconda possiamo per lo meno scegliere quali ruoli rifiutare, quali personalizzare meglio, quali mescolare.
Senza ruoli, palcoscenico, retroscena pare che non si possa vivere, anche se lascio aperta la possibilità di un mondo oltre il mondo in cui le cose siano per come sono e non per come devono essere, per come riusciamo ad interpretarle, per come vogliono apparire ecc.
La lieve, o profondissima, vertigine che ci viene quando ci si scombinano le carte ai nostri ruoli (ad esempio quando ci licenziano, ci innamoriamo, ci lasciano o lasciamo, vogliamo cambiare vita, mandiamo affanculo il capo, notiamo la bellezza dove prima non riuscivamo a vederla...) è proprio la vertigine di fronte al vuoto che immaginiamo dietro la maschera che ci siamo levati o che ci hanno strappato.
Il vuoto del non sapere più darci un nome, un senso, uno scopo, un ruolo, appunto. Di non riuscire più nemmeno a rilassarci nel backstage perché in scena non sappiamo chi siamo, che cosa dobbiamo fare, che cosa si aspettano da noi, che cosa possiamo dare.
In quei momenti così preziosi è meglio tuffarsi, invece di restare incollati dove siamo con la nausea che ci ingorga stomaco e pensieri.
Qualche cosa, un nuovo noi (parziale, dubitante, caduco) uscirà.


Nelle foto qui sotto, un'esemplificazione del tuffo in un cambio di ruolo.






domenica 21 febbraio 2016

Dei conflitti, delle difficoltà, dei problemi, dell'equilibrio e degli sbatti

Ho fatto un workshop di scrittura teatrale e recitazione, ovvero ho il cervello un po' fritto ma molto vivo dopo 20 ore di lavoro in 2 giorni e mezzo.
Guardare alla drammaturgia come possibilità di un vita un po' più interessante di quella inconsapevole, ecco, era un esercizio che non facevo da un po'.
Considerazioni emerse.
I conflitti sono di tre tipi: interno, interno di origine esterna, esterno.
Esemplifichiamo: vorrei un gelato.
Conflitto interno: non so se mangiarlo è giusto o sbagliato: potrei essere intollerante al lattosio, temo di ingrassare, ne ho già mangiati altri 5...
Conflitto interno di origine esterna: vorrei un gelato ma costa troppo, non so se posso davvero spendere 4 euro visto che ne ho in tasca 5 per arrivare a venerdì ed è lunedì pomeriggio. Oppure: vorrei il gelato di una certa gelateria ma è chiusa, quindi non so se ripiegare su un gelato qualsiasi.
Conflitto esterno: voglio un gelato ma il proprietario della gelateria non me lo vuole vendere perché gli sto antipatica, oppure voglio un gelato, lo compro e mentre sto per mangiarlo arriva uno che me lo ruba.
La reazione alle difficoltà che insorgono da questi conflitti sono la misura del desiderio del personaggio nel perseguire il suo obiettivo. Può mollare subito, sentirsi annientato e non volere più niente, usare la resilienza per trovare altri modi per raggiungere il suo obiettivo...
I problemi sono solo il mezzo che abbiamo per trovare soluzioni adeguate. Senza problemi ci annoieremmo perché tutto sarebbe già scritto. Senza problemi perché vivere? Non avremmo niente da sistemare. La nostra capacità di vedere i problemi e la nostra capacità di trovare soluzioni sono la nostra forma di intelligenza più acuta e utile.
A lungo ho pensato che l'equilibrio fosse l'ideale eterno da trovare una volta per tutte. Che minchiata. Dall'equilibrio, nell'equilibrio, non scaturisce la vita, perché l'equilibrio che si fissa è quello proprio delle cose finite, intrappolate, inerti. Dei problemi risolti una volta per tutto, tipo con fine del film o del dramma, o con la sepoltura.
Gli sbatti sono problemi a cui ci rifiutiamo di collegare la necessaria soluzione. Vediamo solo il rovello, l'impiccio, il fastidio, e non la possibilità creativa che ne è l'inevitabile accompagnatrice. Quando ragioniamo per sbatti, non siamo creativi. Siamo solo reattivi. E' come scrivere un testo, o provarlo per la prima volta ed essere infastiditi se non funziona subito.

L'ultima considerazione è che Umberto Eco forse è vissuto invano. Gli intellettuali o presunti tali che fanno corsi come questi dovrebbero ogni tanto anche dedicarsi a ciò che considerano trash, vile, inappropriato. Perché io tante cazzate sui social media come quelle che ho sentito in questi giorni, raramente. Li mortacci nostri, pure io non ho la televisione, però ogni tanto riemergo dal sarcofago di libri, buonismo e pensieri alti. E se nomino The Voice non andatevene a male! A maggior ragione visto che per scrivere di cose e persone vere bisogna almeno un po' amarle, anche se non ci piacciono, e perché imparare ad  aver a che fare con persone diverse da noi è un sano esercizio di creatività (e umiltà).




domenica 14 febbraio 2016

La nemesi di Valentino

A RdL Valentino era il nome di un bar di quelli di una volta, che puzzava di vino, di fumo, di geriatria e di mazzi di carte da briscola usurati (li avete mai annusati? Sanno di sporco e sudore e sebo e polvere)
Quando entravo al bar Valentino per comprare il Maxibon mi sembrava di fare una cosa sbagliata. Ah, potere dell'educazione borghese.
Oggi la mia amica Silvia ci ha tenuto a ricordarmi che era san Valentino. Ha pure affermato che il nostro aperitivo era il festeggiamento migliore, agognato da anni.
Poi però mi ha fatto arrivare a case e per insistere sulla questione, mi ha fatto chattare per un'ora e mi sono venuti in mente dei 14 febbraio degli anni passati, e un po' fanno ridere è un po' fanno piangere. Perché anche io che scrivo un blog, non salvo quasi nessuno da una qualche etichetta, sono femminista e autonoma, anche io ho un cuore che palpita. Giuro. Sto pure diventando sempre più buona, non tratto più male i cuori che mi si affidano e imparo a non far trattare male il mio.
Quindi, anche se festeggiare San Valentino é abbastanza da sfigati, e i baci Perugina li compro spesso come regalino anche agli amici e alle amiche ma mai per San Valentino, resta il fatto che per qualche motivo mi accorgo sempre che sia proprio quel giorno. Questo giorno.
Ecco quindi alcuni ricordi sparsi. Tratti dall'ultima parte della mia vita, che quella precedente è confusa, come se appartenesse ad un'altra persona.
Ricordo n.1
Mi ha lasciato da un mese. Sto sotto un tram come mai mi era capitato prima e mai più dopo. Non lavoro non mangio spesso non mi tolgo il pigiama fino a quando torno a letto. Mi rimbalza da un mese, regalandomi bidoni che collezioni dentro l'armadio. Ma il pomeriggio del 14 febbraio mi chiama: "Ciao. Ti ho chiamato perché volevo dirti che ti voglio bene" più altre frasi che nemmeno riesco a capire e mette giù. Dovevo essere chiaro che era l'inizio di anni di costante puntuale colossale impedimento di ogni mio tentativo di dimenticarlo, andare oltre, sentirmi libera. Avrei dovuto bruciare il telefono che conteneva il suo numero, lanciarlo nella Geena, Invece: lo richiamo insultandolo, nutrendo per la prima e più gustosa volta il suo onnivoro ego.
Ricordo n.2
Nemmeno ci accorgiamo che è San Valentino. Siamo semplicemente in giro ed entriamo in un ristorante. Intorno a noi solo coppie. Il cameriere ci fa l'occhiolino. Allora, spinti dalle circostanze, con un po' di imbarazzo bridiamo e intrecciamo i calici. Che ci vogliamo bene è indubbio. Che cosa siamo, chi lo sa. Per fortuna ora siamo diventati amici, e qualcosa di certo c'è. La mattina dopo uscendo da casa mia dice una cosa tremenda, ma così tremenda che non riporterò per non infangarne la reputazione nel caso qualcuno potesse riconoscerlo. È un amico, ora. Le cose cambiano e si riparano a volte: ti voglio bene, non lo dico a nessuno che cosa mi hai detto, mi hai anche mandato delle bellissime mail dopo per riparare un po'. Ad ogni modo: abbiamo smesso di frequentarci dopo aver festeggiato inconsapevolmente San Valentino.
Ricordo n.3
Compro un biglietto per un concerto di un gruppo che gli piace. Non me ne accorgo ma è proprio per...la sera di San Valentino, of course. Due giorni prima unica vera litigata della nostra convivenza, che poi avremmo pure potuto litigare meglio, cazzo, che quando litighi è meglio mandarsi forte a quel paese e dirsi tutto rispetto a fingere di aver fatto la pace per non rompere le cose. Che tanto le cose si rompono se devono rompersi, e si rompono ancor di più se sotto le pezze si lasciano crescere i bubboni. Quindi andiamo al concerto e io piango tutta sera, no dico: letteralmente tutta la cazzo di sera. La musica mi emoziona sempre, nel bene e nel male. Ed ero presa malissimo. Si era rotto qualcosa e non riuscivo ad ammetterlo.  Per concludere la serata, in metro troviamo una che lui si era scopato, e aveva mollato brutalmente: la sua faccia da finto penitente mi fa venire voglia di cavargli gli occhi. E invece: incenerisco lei. E poi mi rimetto a piangere.
Tirando le somme l'unica cosa che mi viene in mente per giustificare l'evidente antipatia che il giorno di San Valentino prova per me è che l'Universo mi sta dando chiari segnali: l'amore romantico, di plastica e pieno di selfies con i cuori non è per me. Giuro che l'ho capito, mi faccio anche interrogare volontaria se vuoi, caro maestro Universo, ma possiamo passare definitivamente alla prossima lezione?

venerdì 12 febbraio 2016

Tregua

C'è stato un periodo della mia vita in cui l'unica cosa che volevo era rompere i coglioni.
Dovevo rendere evidente una verità su me stessa al giorno, in una sorta di bulimia di ricerca di verità, guidata dal sacro e fervente spirito di Nietzsche che viveva in me.
Ma non soddisfatta di rompere i cabasisi a me medesima, li rompevo pure agli altri, convinta che tutti avessero il dovere di stanarsi, dandosi la caccia senza tregua, e pure il diritto di sentire da me ciò che da soli non riuscivano a vedere.
Avevo sempre ragione, su di me e pure sugli altri.
Ma facevo continuamente esplodere bubboni, creavo crisi, cercavo diplomazie tra le varie entità della mia psiche e tregue (armate) con gli altri.
Ora sapete che c'è?
Anche ora vedo un sacco di cose, e so di avere spesso ragione in virtù di un intuito preciso. Eppure la via mediana della civile convivenza venata di illustre consapevolezza e di sana accettazione vince.
Guardo, rifletto, agisco, sto zitta. Non mi rompo il cazzo. Non ve lo rompo. Vivo. E vi lascio in pace.
Poi, se chiedete, vi dico tutto quello che volete, vi spiego tutte cose. E so che mi ringrazierete. Anzi, fatelo, chiedete per favore! Ottimi consigli al prezzo, al massimo, di un bicchiere di vino.
Ma se non chiedete, liberi di essere perfetti così come siete. Anche di guardare Sanremo, giuro.


sabato 6 febbraio 2016

Perché sono fieramente femminista (e amo gli uomini)

LISISTRATA: Ho il cuore che mi brucia, Cleonice
E poi sono tanto angustiata per noi donne!
Perché gli uomini ci ritengono capaci di tutto
CLEONICE: E lo siamo davvero, per Zeus
da Lisistrata, di Aristofane

Perché al mio primo lavoro vero, appena laureata, gente convinta di essere emancipata in quanto di sinistra piuttosto radicale, mi chiamava "segretaria particolare",  e si dava di gomito, implicando che la particolarità fosse fare i p******i al mio capo, un politico meravigliosamente rispettoso, sotto la scrivania.
Perché un altro datore di lavoro, quando mi sono licenziata, mi ha mandato via mail un film porno. Aveva 60 anni.
Perché il proprietario di un albergo al mare mi ha bloccato in una cabina telefonica color mogano, mi ha leccato la pelle del braccio e mi ha detto: sei salata. E poi mi ha messo la lingua in bocca. Avevo 14 anni.
Perché il fatto che sorrida e sia gentile e rida alla battute e non faccia la figa di legno quando conosco qualcuno, anche sul lavoro, è stato spesso visto come: sei facile. No, sono socievole. Non vuol dire che te la darò. Se mi innamoro, certo che sì. Se ne avessi voglia, forse sì. Puoi anche provarci, se vuoi. Ma, tesoro, non è scritto nel nostro contratto.
Perché la mia amica che aspetta un figlio non debba temere per il rinnovo del suo contratto, che si è meritata perché è la più brava di tutti.
Perché maschi e femmine si nasce, ma uomini e donne si diventa, e il modo in cui questa società ci fa diventare uomini e donne è folle.
Perché amo gli uomini, e vorrei che fossero lasciati liberi di dire che hanno paure, fragilità, fatiche. Diverse dalla mie di donna, diverse da quelle di qualsiasi altro uomo. Ma le hanno. E ne devono poter parlare. E possono andare dallo psicologo senza sentirsi mezze checche. 
Perché sono stufa, e ho il cuore spezzato nel vedere uomini che naufragano. E sono molti, molti di più delle donne. 
Perché ora c'è bisogno di essere femministe e femmine e donne. Ed è vero che siamo diverse dagli uomini, e che la nostra diversità è una ricchezza. I millenni di maschilismo con guerre, stupri, saccheggi, disastri ambientali lo dimostrano. 
Perché in principio c'era la Grande Madre, e ora Dio è sempre al maschile. 
Perché le donne come Lisistrata possono fermare le guerre, semplicemente togliendo agli uomini ciò che per loro, vista l'educazione sentimentale da primitivi che ricevono e anche la natura di cui siamo fatti, è il premio: il sesso. 
Perché a tutti, incluse le donne a cui piacciono altre donne e inclusi gli uomini a cui piacciono altri uomini, sia concesso di fare dentro e fuori il letto ciò che preferiscono dei loro organi sessuali, in particolare del loro organo sessuale più importante: il cuore. 
Perché se una donna vuole ricoprirsi di modestia, mettendosi il velo come le musulmane o essendo sottomessa come spiega Costanza Miriano, lo possa fare. Come scelta il più possibile libera, in mezzo ad altre forme di femminilità, tutte accettate. 
Perché a scuola le donne hanno voti più alti, ma appena arrivano al lavoro guadagnano meno degli uomini. 
Perché le donne che arrivano al potere non se ne facciano mangiare, non facciano la gara per diventare uomini. 
Perché le minigonne sono fighe, e se gli uomini apprezzano quando mi vedono, ne sono anche felice. Così come sono felice se vedo un uomo che mi piace. Ma se dico che non mi devi toccare, non mi devi toccare. 
Perché la polarità uomo e donna è più bella, quando è piena e non stereotipata. 
Perché le donne mandano avanti il mondo da millenni, ma votano da meno di 100 anni. 
Perché non siamo un'appendice degli uomini. Siamo l'origine di uomini e donne. Insieme agli uomini. Ma per gli uomini a volte l'origine della vita dura il momento di un orgasmo, per le donne almeno 9 mesi, e di solito una vita intera. 
Perché non essere femminista ora significa chiudere gli occhi su millenni di storia ingiusta. 
Perché l'obiettivo del femminismo, almeno del mio, non è la castrazione del maschio o la "testosteronizzazione" della donna. E' il risveglio della profonda femminilità degli uomini e della profonda mascolinità delle donne, è la pacificazione con il proprio essere. E' creare un amalgama nuovo, che renda possibile incontri nuovi e società nuove. 





giovedì 28 gennaio 2016

Guerrieri

Ho strappato minuscoli attimi di felicità con la stessa naturale ferocia di una leonessa che si avventa sul cuore caldo e palpitante di una gazzella.
Ora mi sembra che la felicità non vada conquistata, ma solo goduta. Lasciata scorrere, naturale come una fonte. Protetta dall'inquinamento, quello sì, esattamente come una fonte. Condivisa anche. Cercata negli altri. Ma mi sembra così lontano il tempo della lotta armata per la felicità. La felicità sono io, è l'Universo, come faccio a lottare per qualcosa che già ho, che mi abita, anzi di cui sono intrisa e composta?

Ma a volte serve essere guerrieri. Stare di fronte al nemico. Guardarlo negli occhi. Stare di fronte ai mostri. Ma, ecco, questo è il problema: non sono mostri. Il nemico ha un nome, che va riconosciuto e accettato, altrimenti si colpisce a caso, come un kamikaze, mescolando sangue colpevole e innocente e innocuo.
Questo nemico ha quasi la tua stessa faccia. Quasi la tua stessa voce. Quasi i tuoi stessi occhi. Ma morti, tutto è morto, e se non è morto abbastanza vuole solo morire di più. Vuole disfarsi, vuole disfarsi di te. Vuole svanire. Cerca il nero e vi indugia. Ti fa pensare che anche tu voglia lo stesso.
Ti convince di essere più potente. Ed in effetti lo è. E a te, non resta che lottare.
Questo nemico ha un nome: depressione.
Depressione.
Depressione.
La malattia del secolo, pare. E quindi ingurgitiamo milioni di milioni di pillole. E poco poco amore. La disgrazia più vera non è avere la depressione. Ma averla e non saperlo, pensare che sia normale. E volere che anche gli altri siano così, mezzi morti come te. Senza amore come te.
Perché vincere la depressione sarà la tua seconda nascita, non casuale ma causale. Un attraversamento delle cause ed egli effetti che è un trascenderli. Un passaggio nel buio, come nel canale vaginale. Questa volta senza placenta ad ossigenarti. Sei tu, solo, a cercare la luce.
E quando la trovi, ne vuoi ancora di più. Vuoi farti luce. Capisci di non poter essere altro che luce. E sai che ogni ombra chi incontrerai sarà luce, prima o poi. E' già luce, anche se non lo vedi.
E benedici il momento in cui tutto è diventato buio, perché ti ha fatto vedere, accecandoti all'inizio, quanta luce esiste. Quanta luce sei. Quanta luce sei sempre stato.




domenica 24 gennaio 2016

Un post al volo

He hoped he would live through this, but he was willing to die, if that was what it took to be alive. Neil Gaiman

E invece organizzo le giornate, mando in stage dei ragazzini, penso che studierò per il concorso,  apro la cassetta della posta e ne tolgo bollette e pubblicità, rimando progetti, incastro faccende, mi incastro sulla poesia. 
E mi mangio le unghie a sangue. 



giovedì 21 gennaio 2016

A dirlo son bravi tutti

Reggi lo sguardo su una cosa
finché quella cosa sarà senza nome
senza senso
senza utilità
senza scopo.
Senza futuro e senza passato.
La cosa sarà infine ciò che è realmente. 
Vuota. Libera. Completa.
Reggi lo sguardo su un tuo sentimento
finché avrà smesso di pulsare
tormentarti
attrarti
obbligarti
lusingarti. 
Il sentimento sarà inattaccabile
come un diamante
o corroso e volatilizzato,
imploso, nella sua stessa insensatezza.
Reggi lo sguardo su una tua scelta
finché vedrai che non c'è nessuna scelta,
solo illusione di premi e castighi
possibilità e impossibilità.
Niente ti sarà proibito
tutto il bene si compirà. 
Reggi lo sguardo su te stesso 
finché non ci saranno
più aspettative
più rimorsi e compiacimenti
più paure
più nessun desiderio di cambiamento
e nessuno sforzo. 
Sarai ciò che veramente sei. 
Tutto. 
Lascia andare ora
ora
ogni costruzione su come dove quando e perché accadrà
e sarai libero.
Sei libero.
Sei libero.
Sei libero.




lunedì 18 gennaio 2016

Andate. Tutti. Affanculo. Vengoancheio.

Il cinico è uno che conosce il prezzo di tutto, e il valore di nulla.
Oscar Wilde

You have the choice: either as little displeasure as possible, painlessness in brief … or as much displeasure as possible as the price for the growth of an abundance of subtle pleasures and joys that have rarely been relished yet? If you decide for the former and desire to diminish and lower the level of human pain, you also have to diminish and lower the level of their capacity for joy.Federico Nietzsche 


Sì, facciamo tutti insieme un bel salto verso la gaia terra del fanculo. 
Perché tutti abbiamo un buon motivo per andarci.
Chi ha perso, non trova, non ha mai avuto motivi per essere felice ed è ostinatamente incazzato al primo accenno di felicità.
Chi vede motivi di felicità come Pollyanna, torturandosi perché li deve trovare.
Chi si sente meglio degli altri, convinto possessore della verità. Solidale e ddessinistra finché il suo ego privilegiato non viene messo in discussione.
Chi non prende posizione. Voi andate affanculo due volte.
Chi prende posizione solo dopo essersi assicurato che sia quella giusta. Voi andate affanculo tre volte. 
Chi non osa mai.
Chi se ne accorge, ma non fa nulla.
Chi fa tutto, ma non si accorge di nulla. 
Chi vorrebbe metterti una mano sul culo e la lingua in bocca, e si limita a mandare messaggi giusti.
Chi ti mette mano sul culo e lingua in bocca senza preoccuparti che tu lo voglia.
Chi accetta mano sul culo e lingua in bocca di qualcuno che non gli piace. 
Chi pensa che siamo menti scorporate.
Chi pensa che siamo corpi senza anima.
Chi venera l'anima e lascia straziare i corpi. 
Chi di fronte alle parole di uno sconosciuto reagisce con la fuga, l'aggressione, il disagio.
Chi parcheggia sulle ciclabili.
Chi sa e non parla.
Chi parla e non sa. 
Chi pensa che i bambini siano più scemi degli adulti.
Chi pensa che i bambini siano funzionali agli adulti che saranno. 
Chi resta bambino per sempre. 
Chi non si accorge che l'unica fonte di infelicità e sofferenza sono i limiti mentali fisici economici sociali razziali sessuali a cui è stato coartatamente educato. E che in mancanza d'altro (e d'alto) ha finito per adorare. 
Chi preferisce morire d'invidia che provarci. 
Chi odia la differenza.
Chi pensa che la sua differenza sia più differente.
Chi fa prendere la multa al condominio perché fare la differenziata è troppo sbatti. 
Chi va fuori di testa a vedere un fazzoletto di carta nel bidone della plastica. 
Chi pensa che essere uguali sia essere liberi.
Chi cerca qualcosa da cui liberarsi.
Chi si libera seppellendosi nelle cose.
Chi si libera da solo, ingabbiando gli altri. 
Chi libera gli altri, e si rotola all'inferno, godendone.
Chi legge sempre e chi non legge mai.
Chi sogna sempre e chi non sogna mai.
Chi è più interessato a ricordarsi i sogni per raccontarli all'analista che a vivere.
Chi pensa che il tempo atmosferico sia sempre sbagliato: troppa nebbia, sole, pioggia, vento.
Chi non parla lingue straniere.
Chi le parla ed è più interessato a parlarla bene che a parlare bene. 
Chi è proibizionista senza essersi mai acceso una canna.
Chi non sa darsi una regolata. 
Chi non ti aiuta, perché lui ha la sua vita, che è complicata anche quella.
Chi è amico, e non ti chiama mai.
Chi ha sempre gli stessi amici e non muore di noia.
Chi ha sempre gli stessi amici e muore di noia, e non se ne cerca altri.
Chi non ha amici, perché è troppo impegnativo.
Chi ama più le teorie che la persone. 
Chi non ha nessuna teoria. 
Chi pensa di non essere in nessuna di queste categorie.

Cercati un motivo. E vattene affanculo. 
Starai meglio dopo. 
So much better! 



mercoledì 6 gennaio 2016

L'armadio a muro della personalità. Get out of the closet.

Ogni volta che dici una cosa tipo: "ah, ma io sono fatta così, non ci posso fare niente" "ho sempre fatto così" "non farò mai questa cosa" "farò per sempre quell'altra" "non ce la farò mai" stai facendo la cosa peggiore che potresti farti: ti stai autosabotando, mutilando il tuo potenziale .
Ti stai confinando in quattro convinzioni misere che non prendono in considerazioni le infinite possibilità che ti aspettano.
Non sai che cosa ti succederà nella vita, quindi non puoi essere certo di ciò che farai o  non farai. Non conosci i miliardi di possibilità aperte di fronte a te.  Ma soprattutto non sai chi sei ora. Non sai che ciò che chiami orgogliosamente io, ciò che consideri la tua preziosa (o misera) personalità è solo una reazione a condizionamenti sociali e familiari (e karmici se ci credi) e che la sua utilità è molto minore dei disagi che ti può creare e che in effetti ti crea.
Avete presente i cantanti o i registi che dopo un po' di album o di film proprio non ce la fai più a sopportarli perché suonano, mostrano, raccontano cantano sempre le stesse cose, leggermente modificate? Ecco, quello sei tu dopo che ti sei chiuso nell'armadio a muro della tua personalità.
Di solito i cantanti famosi tendono di più a copiare loro stessi, perché nonostante una parte di pubblico cerchi di forarsi i timpani ogni volta che sente una canzone "nuova" mettiamo di Ligabue, una larga fetta di fans si scioglie al sentire le stesse rassicuranti note e parole.
Perché? Come uno possa ascoltare ancora Ligabue è un mistero troppo profondo perché io lo possa risolvere qui. Ma che l'abitudine sia rassicurante, che il rivivere sempre le stesse cose sia per molti meglio che lasciarsi andare al cambiamento - che è l'essenza stessa della vita  visto che tutto ciò che nasce muore, e nel frattempo muta - sono processi molto facili da vedere, anche in noi stessi.
Perché l'armadio a muro della nostra personalità è generalmente molto molto più rassicurante dello specchio in cui guardarci e scoprire ciò che realmente siamo.
Perché ciò che realmente siamo è... Scoprilo. Get out of that f***ing closet, come on!
Oppure restaci dentro, a ripeterti come un autistico (lo siamo tutti, senza saperlo) le solite frasi e a giocare con i soliti gingilli.
Tanto prima o poi l'universo ti caccia a calci nel sedere dal tuo armadio a muro.
La tua personalità, per quanto bella ammirata apprezzata indorata, per quanto ti faccia sentire potente o ti protegga da ciò che temi, è solo un armadio a muro. Lì dentro puoi solo asfissiare.


lunedì 4 gennaio 2016

Nessuna ragione. Senza ragione. Oltre la ragione.

Se sei felice ma c'è un motivo, preparati a piangere presto.
Se non c'è niente, eppure c'è tutto, a renderti felice, danza in questa leggerezza. 



mercoledì 23 dicembre 2015

Fiumi.

A volte fai il morto e galleggi.
A volte ti rilassi faticando in lunghe e calme bracciate.
A volte ti siedi sulla riva e lo guardi scorrere. Ti guardi scorrere
A volte ti siedi sulla riva, chiudi gli occhi e ne ascolti solamente il rumore. Il tuo rumore.
A volte ti tuffi, poi ti agiti, bevi, tossisci e temi di affogare.
A volte puoi solo assecondare la corrente.
A volte ti accorgi che cambia il panorama.
A volte è in secca, e fai schizzare le pozzanghere, indispettito.
A volte è riparo dal caldo, altre riparo dal freddo.
A volte ti gela le ossa, altre è tiepido come il brodo per un risotto.
A volte esonda, e rende fertile la terra.
A volte rompe gli argini che lo costringono e ti affascina il suo potere distruttivo.
A tratti limpidissimo, a tratti inquinato.
Ha un inizio e una fine, ma da dove vengano e dove vadano le sue gocce, non lo saprai mai
In certi punti incontra altri fiumi, le cui acque si mescolano poco a poco.
In altri punti crea rami morti, che poi morti non sono, sono piccole paludi piene di rane, uccelli, canne,  libellule.
Un giorno ti inghiottirà e tu penserai di non essere più.
Ma sarai qualcosa che non sai.


sabato 19 dicembre 2015

Incredibilmente anche mia madre è un essere umano

Lei 70 anni, io 35.
Lei la quarta, io la prima.
Lei concreta, io aerea.
Lei organizzatrice, io pure.
Lei nonna, io zia.
Lei solida all'apparenza, fragile dentro. Io fragile all'apparenza, un'inaspettata resilienza dentro.
Lei cattolica, io bho.
Lei non aveva dubbi, mi pareva. Io glieli ho fatti venire, mi pare.
Lei conosce le regole e le accetta, io le conosco e ci sbatto la testa.
Lei bionda ancora naturale, io tinta da 10 anni per coprire i capelli bianchi.
Lei con un gran gusto e un grande armadio, io pure, soprattutto il secondo.
Lei non capisce le pubblicità, io gliele spiego.
Lei non ha senso dell'ironia, io la prendo in giro continuamente.
Lei indipendente, in un mondo che forse gliel'ha impedito. Io indipendente, ma non so bene che farmene dell'indipendenza.
Lei accusata, io giudice.
Lei giudice, io accusata.
Lei che controlla ogni cosa, io che farei lo stesso, ma mi sforzo di non assomigliarle troppo.

Penso di conoscerla, eppure so che non so niente di lei. Me la immagino diversa, se solo nella sua vita fossero accadute altre cose. Un lancio di moneta e la vita può cambiare. Che ne so, un fidanzato hippy invece di mio padre, del resto era la fine degli anni '60. Mi immagino quali lati del suo carattere si sarebbero rafforzati, quali ammorbiditi, quali scatenati. Mi viene da ridere pensandoci, Ivonne figlia dei fiori. O attivista femminista. O architetto O giornalista. O contadina. O infermiera.
Non è possibile, lei non ha una vita sua, non avrebbe potuto avere un'altra vita che questa. E' un privilegio che non posso riconoscerle. Lei è mia madre, che cosa vorrebbe essere oltre a questo? Casualmente è anche madre di due mie sorelle, ma lei è indiscutibilmente mia madre. La conosco e la riconosco per questo. E' quasi disgustoso questo annullamento di lei come essere umano, non posso davvero essere così meschina, così piccola, così egoista. Riprovo, perché so che da qualche parte non può essere solo quello.
Temo di non amarla più, se non fosse mia madre. Ma riprovo, chiudo gli occhi e mi immagino di incontrarla sotto i portici di RdL, in un giorno in cui ride e gli occhi verdi le scintillano. E magari di sentirla giocare con i suoi nipoti. La immagino a curare le piante. Immagino la sua voce alzarsi quando si arrabbia, e le lacrime sul suo viso incredibilmente senza rughe. Immagino che sgridi suo marito perché si è sporcato la cravatta mangiando. La immagino pregare chiedendo benessere per chi le sta nel cuore. La immagino cercare le parole che non sa dire. La immagino cercare qualcosa che nemmeno lei sa che cosa sia. La immagino accettare quello che ha. La immagino mentre piega i maglioni in pile incredibilmente ordinate. La immagino accorgersi che qualcosa è fuori posto. La immagino 17enne in vacanza all'Elba. La immagino il giorno del suo matrimonio. La immagino come se io non esistessi.
E mi accorgo che esiste, non è mia mamma. E' Ivonne. Un po' estranea, finalmente. Un po' libera da me. E io un po' libera da lei.


lunedì 14 dicembre 2015

Less is more (love)

Hanno scoperto una nuova stella,ma non vuol dire che vi sia più lucee qualcosa che prima mancava.Wisława Szymborska


Io non so correre.
Cioè, anche sì, quando stavo a Boston UK correvo correvo e correvo e facevo pure dei buoni tempi. Ora a Milano non corro perché mi si perforano i polmoni, l'odore di smog mi entra nel naso anche se corro al parco e sto male.
Però Milano mi spinge a correre. Non mi riferisco al correre nel senso mettere un piede dopo l'altro più velocemente che nella camminata (sebbene anche quello c'entri). Mi riferisco a procedere veloce, di fretta, precipitarmi, accumulare.
Di più di più di più.
Più efficienza, più produttività, più competitività, più PIL, più storie, più successo, più match (di Tinder), più lavoro, più ragioni inoppugnabili, più serate, più drink, più benessere, più muscoli, più relax, più biodinamico, più voti, più puntualità, più amici, più stimoli, più sicurezza, più solidarietà.
Di più.
Ma c'è già tutto quello che serve, sempre.  Basta fermarsi. E scoprire che invece di accumulare si può curare. Le relazioni, i posti, le cose, i lavori. Curarle, averne cura, e magari anche guarirle se ne hanno bisogno.
Mi serve la cura. Posso dare quello. Non so dare altro. E se corro, non curo niente.
E' bello correre ogni tanto, fa bene, l'aria sulla faccia, il sudore nei capelli, la soddisfazione di aver fatto più kilometri, più cose, più incontri.
Però io non voglio correre, sempre, fermarmi solo per riprendere fiato, stremata, tra una corsa e l'altra. Forse sarei morta nella giungla dei nostri antichi progenitori. Ma ora per sospendo la corsa. Cammino, ma sto anche ferma immobile. E curo. Perché più cura significa meno. Meno obiettivi, meno performanza, meno bisogni, meno marchette, meno clacson, meno aspettative, meno schermi (reali o interiori).
Perché meno è l'unico modo per avere le uniche cose che realmente cerchiamo correndo. Più amore e più verità.



giovedì 3 dicembre 2015

It makes sense

Il perdono non è una cosa da deboli.
Riuscire a perdonare significa lasciare che qualcosa ci squarci a metà, noi e tutte le nostre convinzioni sul giusto e lo sbagliato.
E' accettare completamente l'imperfetta umanità dell'altro, che è uguale, sebben diversa, alla mia imperfetta umanità.
Ma io che voglio essere perfetta, come faccio a perdonare?
Meglio prendere un'armatura da cavaliere, vuota, ed infilarmici dentro. E accoccolarmici, e immaginarla comoda come un piumone caldo, mentre mi sforzo di non sentire le ossa che mi picchiano ovunque, il respiro che si accorcia, la fatica nel muovermi, il senso di oppressione e gli sguardi stupiti di chi mi vede passeggiare per Milano con indosso un'armatura.
In effetti è molto più sensato.
Perdonare è da deboli. E io sono forte.