giovedì 26 giugno 2014

Sinnerman

Serve cura.
Cercare la parola giusta, l'immagine che vogliamo, il contatto perfetto, la distanza ben calibrata.
Cercare ciò che si vuole, e farlo, con la maggior cura possibile.
Sbagliare è concesso, ma solo se si sbaglia con cura, grazia, attenzione, se si sbaglia per imparare.
Non c'è orrore più grande che trascurare i dettagli, tirare via le cose, farle senza nemmeno accorgersene, fare sbagli e non notarli.

Voglio tornare dove le cose accadono, dove le cose si fanno, dove le cose pulsano, invece di stare altrove.



mercoledì 25 giugno 2014

Rimedi alla tristezza

Oggi ero triste. Molto. E sebbene scriva un blog e vi abbia raccontato quasi tutto, non scriverò il motivo della mia tristezza. Non importa, fra l'altro.
Importa al massimo sapere come l'abbia curata, questa tristezza. Ché a volte noi persone troppo analitiche sappiamo riconoscere benissimo che cosa ci fa male, e possiamo risalire alle cause delle cause delle cause, ma non troviamo soluzioni. Perché le cause si possono ricostruire, seduti a tavolino o sdraiati nel letto (o in piedi sotto la doccia) mentre piangiamo. Ma le soluzioni richiedono azioni. Richiedono empatia, che è un'azione, visto che è un moto dell'anima verso noi stessi o verso gli altri. Per le soluzioni non basta la pura speculazione.
Che cosa ho fatto, quindi, per curare la mia profonda tristezza? Ho chiamato alcuni miei amici, e con ognuno di loro è uscita una parte diversa di quella tristezza che mi abitava, senza nemmeno avermi pagato l'affitto.
Ognuno di loro ha smosso delle parti di me. Perché nemmeno nella tristezza siamo monolitici. Siamo piani che si intersecano, spirali, dodecaedri con spigoli in comune, gomitoli, nasse, librerie ingombre. Da un amico mi sono fatta spiegare delle cose, da un'altra ho accettato che mi facesse piangere. Un terzo mi ha fatto ridere, il quarto mi ha abbracciato senza parlare.
Ecco. La mia tristezza aveva tutte queste varianti. Era bella, polimorfa e cangiante.
Ma la cura vera è stata questa: prendere la 90 e fare mezza Milano. E dentro la 90, piangere. E così, ignorata da sconosciuti che in lingue diverse si affannano dietro e dentro le loro vite, mi sono sentita normale. Parte di un fluire che non solo va da Lotto a Corvetto e poi prosegue e gira tutta la notte, ma di un fluire immenso, che ha a che fare con me, profondamente con me, ma non ce l'ha con me. Un fluire che semplicemente appunto fluisce, e che è pronto a spazzarmi via, se mi metto a fare la diga, ma è pronto a portarmi dove devo essere portata se mi ci abbandono.


giovedì 19 giugno 2014

Il senso è che il senso non esiste

Non riesco a scrivere. 
Non ho tempo, ma questa del tempo è sempre una scusa. Mi manca una motivazione.
Mi sento così precaria di ritorno a Milano, e precisamente a Milano sud e precisamente nella casa del Biondo e dei suoi coinquilini, e nello stesso tempo così immersa in una richiesta di presa in carico del mio futuro (lavoro, casa, soldi, graduatorie della scuola, progetti da finire o da iniziare, ulteriori esami, la 90 che non arriva mai) che non so che cosa scrivere.
Rivedo poco a poco i miei amici e mi sembra di non essere partita mai, di essere rimasta qui. Eppure sono cambiata, ho i capelli più lunghi e più ricci e dei brufoli che non se ne vogliono andare, scesi con me dall'aereo proveniente da Londra, a Orio all'incirca due mesi fa.
Non ho scritto quasi a nessuno, né inglese per sapere come si sta a Boston, anzi, per accertarmi che Boston esista davvero, né italiano. Non rispondo quasi mai ai whattsapp. Viaggio spedita, eppure vago. Vedo le persone che ho voglia di vedere se riesco. Programmo meno. Mi agito forse di meno, ma da qualche parte mi agito ancora di più.
Devo trovare nuove motivazioni per ribellarmi al diventare adulta. Voglio diventare responsabile di me stessa, ma non adulta. Adulto è una parolaccia, una gabbia, è la noia e la scelta che non sceglie. 
Voglio guardare fino a diventare tutt'uno lo zingaro al semaforo, le nuvole del temporale che si avvicina, l'acqua del naviglio, i miei nipoti, sentire le lenzuola sfregarmi addosso, la stanchezza bruciarmi gli occhi, la soddisfazione gonfiarmi il petto, il rimorso stringermelo, le gocce del temporale che finalmente si sfoga cadermi sulla pelle. Voglio assaporare il sole, vedere le pozzanghere asciugarsi, l'altalena riprendere a dondolare. Voglio pedalare forte e sudare copiosamente, disprezzare e amare molto i pendolari e soprattutto le pendolari anche se indossano le ballerine.
E non riesco a farlo. 
Ho un velo, dentro. Il sipario rosso della stanza con le piastrelle bianche e nere di Twin Peaks. Finché non si alza, o non si crea un varco da cui forze ignote possano fluire, non riesco a scrivere. Se non dell'impossibilità di scrivere. 
Serve attingere alla vita, per vivere. E la vita degli adulti non è una cosa in cui ci sia vita. Come in questo blog, esistono parole, ma non esiste il nerbo, la spina dorsale, il senso e la finalità. Visto che effettivamente il senso della vita non esiste, ma dobbiamo inventarcelo perché senza non sappiamo vivere, vorrei riuscire a reinventarlo. E certamente non sta in nessuna delle cose in cui mi sono immersa per obbligo caso o scelta azzardata
La verità è che è veramente ricco chi può scegliere di occuparsi di ciò che vuole, e di se stesso. Tutto il resto, a parte il Biondo che quando arriva a casa tardi dal lavoro mi riempie di felicità, non conta niente. 


sabato 7 giugno 2014

Dell'essere altro. Dell'altro essere.

Oggi vorrei essere una chiocciola.
Andare per il mondo solo con il necessario. La mia protezione, creata in maniera inconscia e naturale da me, un posto che non è un posto, in continuo aggiornamento, portato sulle mie spalle.
Vorrei rinunciare a valigie, libri, vestiti, scarpe, sandali, cinture, borse, computer, libri, sigarette, penne e diari.
Vorrei muovermi lenta, lasciando un segno del mio passaggio semplicemente perché vado, non perché lo penso e lo organizzo. Smettere di correre e di affannarmi e di girare a vuoto e di richiamare l'attenzione. Andare, e basta.
Vorrei prendermi cura di me, come fa la chiocciola secernendo la bava che la protegge dalle asperità del terreno.
Vorrei chiudermi in me quando sono stanca, per poi  forare la barriera quando il giusto tempo è giunto.
Vorrei incontrare un altro essere, simile a me, da amare per un momento, per fecondarci a vicenda, e poi salutarci. Senza litigare su mascolinità e femminilità, su distanze e differenze. Senza nemmeno godere della bellezza dello scambio. certo, ma oggi andrebbe bene così.
Vorrei mangiare la lattuga, e non temere la morte, che arriverà con il becco di un tordo, la lingua di una rana, o il veleno dell'uomo.
Vorrei essere simile, ma un po' diversa dalle altre chiocciole. Vorrei non sentire il sapore aspro del mio ego, e passare la vita respingere o subire o condannare o compatire gli ego altrui. Tutti uguali, protetti dal guscio, tutti liberi, tutti soli.
Vorrei.  Ma non posso. E forse nemmeno mi piacerebbe.
Però oggi ci penso, e così mi placo.


mercoledì 30 aprile 2014

Notturno - Milano Est

Viale Forlanini. Ore 01:00.
Neve a fine aprile, parrebbe.
Invece no. E mi scopro a pensare quanto sarebbe bello fare l'amore trasportati  dal vento che preannuncia un temporale, come i piumini dei pioppi, abbandonati alla saggezza della natura, totalmente inconsapevoli e quindi totalmente presenti.
Poi dei fari mi portano via, e sto di nuovo guidando.

giovedì 24 aprile 2014

Salus per nihilum

L'unico modo che conosco per rimanere sana di mente è sdoppiarmi, triplicarmi, moltiplicarmi.
Guardarmi da fuori, con occhi che non siano i miei, da punti di vista improbabili.
Cercarmi nei sogni, nel respiro, nella sigaretta che fumo, nel caffé, in una coccinella, nell'acqua che mi scende nell'esofago e in quella che scorre nel lavandino.
Vedermi come mi vede mio padre, mia madre, il venditore di rose, un nazista, Renzi, mia sorella, la mia migliore amica, il mio fidanzato, il meccanico e pure un medico, un ubriaco e il cane che passa al parco.
Guardare il mio sguardo che guarda il mondo.

Sono niente, un aggregato di sguardi e sensazioni.
Sono potentissima, in questo niente.


domenica 20 aprile 2014

Esistenzialismo pasquale

"Le Progrès, ce long chemin ardu qui mène jusqu'à moi."
"Faute de renseignements plus précis, personne, à commencer par moi, ne savait ce que j'étais venu foutre sur terre."
Jean-Paul Sartre, Les Mots, 1964
La mia vita è come una bava di lumaca in una foresta.
Quasi invisibile, evanescente e trascurabile.
Eppure sono qui, a lasciare una scia di cui nessuno si ricorderà. Che anche per Dante Alighieri o Gesù Cristo, ad un certo punto le loro bave di lumaca spariranno, nel Big Bang finale o sgretolate nel tempo o nei fraintendimenti di chi pensa di osservarle e conoscerle, quando in realtà sta guardando il riflesso del riflesso del riflesso nel proprio occhio.
Eppure sono qui, e l'unica cosa che riesco a fare è dirmi che non è tutto uguale.
Non le parole scritte, non le parole dette e nemmeno quelle lette, non i sorrisi, non le lacrime non il peso la qualità il colore dell'amore, non i cieli e non i venti, non le mani e non le bocche, non i fiori non le musiche,  non le fabbriche non le stalle non gli uffici non i treni. Non sono tutti uguali.
Eppure tutte queste cose hanno una sola funzione: sono un diversivo dal pensiero della morte. Del mio essere sola davanti alla morte. Dal momento in cui mi girerò e vedrò la bava di lumaca che ho lasciato dietro di me. Inutile, compiuta e quindi vicina alla definitiva scomparsa.
Eppure, la bava di lumaca che è la mia vita non può che compiersi e farsi che nell'assommarsi di scelte, che no, non sono tutte uguali.
E la mia bava di lumaca, svanirà. Ma forse potrò vederla, per un momento, perlacea, trafitta dal sole, bella e preziosa e insostituibile. Forse.
O forse no.
Eppure sono qui.



mercoledì 16 aprile 2014

Le cose che farò una volta tornata in Italia

I have been to hell and back.And let me tell you, it was wonderfulLouise Bourgeois

Tra tre giorni sarò a quest'ora sarò a Orio al Serio. Oltre a ringraziare la Ryanair, che sebbene odi non posso che ammettere che sia comoda, mi sembra giunto il momento di fare una lista delle cose che farò una volta tornata in Italia.
Amo le liste, e poi per me questo è un nuovo inizio, quindi faccio la lista delle cose imparate e dei buoni propositi, come si fa a dicembre/gennaio per celebrare la fine/l'inizio dell'anno nuovo.
Ecco le cose che farò una volta tornata in Italia:
- farò moltissimo l'amore con il biondo e mai più espatrierò senza di lui.
- farò moltissime coccole ai miei nipoti, e ascolterò le loro storie e gli racconterò le mie. E li farò ridere, che le risate dei bambini sono la benedizione del mondo.
- andrò dalla mia mamma e dal mio papà a ringraziarli, che anche se mi hanno fatto in un modo per cui sono dovuta andare lontanissimo per trovarmi e per trovarli, ecco, mi hanno fatto.
- andrò dalle mie sorelle e mi farò coccolare
- andrò a salutare anche le zie e gli zii e i miei cugini e RdL tutta
- berrò un sacco di spritz con i miei amici
- pian piano chiamerò tutte le persone che avrei voluto chiamare in questi mesi, e gli dirò quanto gli voglio bene, e se possibile le vedrò
- comprerò una bicicletta
- comprerò una casa, a Milano. E l'arrederò e la terrò per benino. Poi prima o poi ci saranno pure dei bambini dentro la casa
- monterò il documentario che ho girato qui, e se farà schifo sarò contenta lo stesso, perché l'ho fatto quasi tutto da sola. E soprattutto perché l'ho fatto.
- lavorerò ad altri progetti miei, ora che so che non è impossibile farlo
- continuerò a disegnare, anche se sono una mezza chiavica
- continuerò a recitare
- ricomincerò a mettere l'anticellulite
- sarò meno pigra e sperimenterò di più
- proverò a non sentire il giudizio degli altri
- smetterò di cercare definizioni per me stessa, e per gli altri. Smetterò di voler essere diversa, e di volere gli altri diversi
- farò in modo di riuscire a fare la cosa che più mi piace al mondo: insegnare. Non solo Dante, le guerre puniche o l'attacco sull'asse, ma come diventare esseri umani. Ci proverò, per lo meno. E lo voglio fare in Italia.
- mi ricorderò dell'importanza di fare una cosa per volta, e quando non ci riuscirò e tutto mi sembrerà difficile, proverò a ridere di me e della mia confusione
- mi ricorderò degli amici conosciuti qui, e gli scriverò ogni tanto. E se verranno in Italia, farò in modo che la mia casa sia la loro casa
- mi ricorderò che essere cattivi, razzisti, giudicanti è molto più facile che non esserlo. E che l'unica cosa che conta, per diventare essere umani migliori, è fare le cose difficili
- mi ricorderò che essere felici è difficile, ma anche molto facile, e che nessuno può essere felice al posto mio, o farmi felice al posto mio.
- terrò presente che essere buona non vuol dire essere cogliona, e nemmeno smettere di lottare per le cose in cui credo. Ma significa smettere di lottare contro qualcuno.
- non andrò mai più a vivere in un posto freddo
- cucinerò di più, e in modo più salutare, e mi iscriverò ad un gruppo di acquisto solidale
- proverò ad essere vegetariana seriamente
- assaporerò le pause, e saprò che tutto passa
- amerò la mia malinconia, il mio disgusto per l'umanità, le mie paranoie, la mia tendenza depressoide, perché senza di quelle non sarei io, e senza quelle non vorrei diventare migliore
- apprezzerò la pazienza
- avrò fiducia, e mi farò stupire
- saprò gestire la noia, e la routine, senza diventare pazza, ma nemmeno senza diventare noiosa
- comprerò un bollitore elettrico per il the e le tisane, che non posso più vivere senza
- smetterò di dire che all'estero è sempre tutto più bello, più giusto, più facile e meno provinciale
- smetterò di dire che "come in Italia, da nessun'altra parte"
- mi ricorderò che quando arriva la merda, lamentarsi non serve a niente, e l'unica cosa sensata da fare è usarla come concime
- continuerò ad usare gli altri come specchio del mio orrore o della mia bellezza, e mi offrirò a loro per fare lo stesso
- conoscerò persone e posti nuovi, e supererò ogni giorno le mie personali, interiori Colonne d'Ercole, e non avrò più paura d'andare all'Inferno come Ulisse. Perché all'Inferno non credo più.


lunedì 7 aprile 2014

Potrei scriverti io una poesia d'amore

Potrei scriverti io una poesia d'amore.
Che le leggo, le poesie d'amore,
ma i maschi le scrivono per le femmine,
e non posso dedicartele;
e ad Alda Merini abbiamo strofinato le parole così a lungo
che non ne è restata che la buccia.
Ma che poesia posso scrivere io?
Di che posso parlare?
Non dei capelli, del polso gentile e del sorriso.
Delle gambe? Fa ridere ammettere che mi piacciano.
Non posso scrivere una poesia per far ridere di me.
Non posso lasciare che mi ami fino al punto in cui riderai di me.
Ma posso ridere finché mi amerai.
E posso farti ridere, perché così mi amerai.
E posso ignorarti, così torturata mi amerai.
E posso essere puttana, così sarai geloso.
E posso essere santa, così sarai sereno.

Oppure posso stare zitta, e ascoltare la tua voce,
che si fa scoppi e crepitio.
E, zitta, guardare nei tuoi occhi la tenerezza,
concreto desiderio di corpi.
E con parole senza lettere seguirti nel cosmo.
E, zitta, annusare e cercare nell'odore
i confini tra me e te. E non trovarli.
E, zitta, sentire l'anima che si raffredda,
mentre vai via.
E, zitta, dirti: "Oggi, fai tu.
E anche domani."
Perché io presumo, e non so niente.
Io tagliuzzo e rompo tutto.
Io ho ragione, e sbaglio tutto.
Io mi scuso e raggomitolo.
Tu ti fermi.
Tu mi fermi, mi spacchetti.
E sono nuova. E sono intera.



domenica 6 aprile 2014

Le parole proibite nel 2014: comunismo e capitalismo


In realtà la borghesia conosce solo un modo per risolvere il problema delle abitazioni, e si tratta di una soluzione che riproduce di continuo il problema. È il metodo chiamato “di Haussmann”… Le ragioni possono essere le più diverse ma il risultato è sempre lo stesso: i vicoli sordidi e le stradine malfamate scompaiono, permettendo alla borghesia di congratularsi sfacciatamente con se stessa per il magnifico successo conseguito, ma ricompaiono immediatamente da qualche altra parte… La stessa necessità economica che li ha prodotti in un luogo li riproduce in un altro. 
Engels, La questione delle abitazioni, 1872

Ormai la parola comunista è una parolaccia. La si associa solo ad una cosa: il comunismo sovietico, che di certo non era un posto divertente dove vivere. Non raggiunse l'obiettivo di rendere gli uomini uguali, rese solo qualcuno più uguale degli altri. Non cambiò i parametri su cui valutare l'economia, visto che URSS e USA per decenni fecero la gara di forza sulla produttività, la conquista dello spazio e altre simili amenità. Non trasformò la tecnologia in uno strumento di liberazione degli umani dalla maledizione biblica della fatica. 
I teorici del comunismo, meglio, del socialismo, videro con chiarezza i problemi dell'assetto economico-politico e sociale del loro tempo e le loro previsioni sullo sviluppo della società capitalistica (concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre minore di persone) sono perfette.
Però l'applicazione pratica, il tentativo di applicazione pratica è stato fallimentare. Anche a Cuba, dove tutto sommato grazie anche ad un clima più mite (e quindi una predisposizione d'animo diversa) le cose non sono andate così tragicamente, il socialismo reale è agli sgoccioli. Del resto il capitalismo non fa stare meglio le persone. Basta guardare gli Stati Uniti con le agghiaccianti statistiche sulla povertà, o la Cina capitalista per capirlo. O la tecnologia usata solo come mezzo per risparmiare su quel fastidioso obbligo di far lavorare gli operai.  O le code alla Caritas dei pensionati, a Milano, nel 2014.
Però il capitalismo non lo possiamo criticare, perché sarebbe come il cane che morde la mano che lo nutre, o il pesce che vuole fare a meno dell'acqua in cui vive. Ci dicono che il capitalismo è "naturale". Belli miei, di naturale e inevitabile quando si parla di cose umane non c'è niente, a meno che non si persuadano le persone del contrario. Ad esempio: per un bambino con una famiglia violenta, quella è la sua normalità, e non può che presupporre che in tutte le famiglie funzioni così. Ma quando, con tanta fatica, pazienza e amore qualcuno gli svela che non è così, il mondo per lui cambia. E anche lui cambia, anche se sempre si porterà con sé i segni di quella prima esperienza. 
Comunque, tornando al punto, perché il comunismo ha fallito nonostante la precisione dell'analisi? Perché il capitalismo continua invece a mettercelo in quel posto con grande naturalezza? 
Perché? Be', mica sono una politologa. Ma mi piace guardare la natura degli esseri umani, a partire dalla mia, e dare una risposta. 
E mi sembra di aver capito che tutti gli esseri umani vogliono qualcosa di speciale nelle loro vite. Non possono sopportare di essere una cosa tra tante altre cose. E sia il capitalismo sia il comunismo lo fanno. Ci fanno sentire parte di un ingranaggio. Ci fanno sentire in colpa, o addirittura ci arrestano a seconda dei casi, se deviamo dalla norma, se abbiamo sogni altri rispetto al successo, i soldi, l'obbedienza alla realtà. 
Però il capitalismo è più intelligente, e sfrutta questo desiderio umano vendendo il sogno del successo. Se ci si impegna, si lavora, si rispettano le regole (almeno formalmente) si può agevolmente scalare la piramide sociale. Fondamentalmente si può passare dall'essere fottuto da qualcuno al fottere qualcuno. 
Lo chiamiamo sogno americano. A me sembra un incubo, in cui le nostre vite restano intrappolate. 
Cerchiamo il successo e la ricchezza, perché è ciò che siamo abituati a considerare come prezioso e rilevante. 
Ma ci dimentichiamo di noi, e degli altri. E se pensate che sia buonista, andate a fare in culo.  Steve Jobs e il suo discorso "Stay hungry, stay foolish" è bellissimo e pieno di insights, ma la sua visione del mondo ha infine portato la Apple, che io finanzio (sia ben chiaro, non mi tiro fuori dal gioco) a produrre i suoi prodotti in Cina con condizioni e paghe non esattamente democratiche. 
A me pare che forse la parola comunista potrebbe tornare in voga in un'altra accezione, oppure insomma possiamo inventarne un'altra meno sporca di quella, partendo dal fatto che l'umanità ha bisogno di una cosa: di un sogno comune.
L'asfissia dei sogni collettivi/collettivistici del comunismo e il livore dei sogni individuali capitalistici sono un massacro per milioni di vite. 
Serve un sogno comune, in cui io conto quanto gli altri, ma so che io sono diverso da chiunque altro. Un sogno in cui questa diversità sia accettata, elaborata, condivisa, partecipata e rispettata. Un sogno in cui nessuna religione dica che le donne, gli omosessuali, i neri o i punk sono pericolosi. 
Un sogno che dica solo che we're born to shine. E dia ad ogni individuo la possibilità concreta di farlo, a modo suo, per sé e per far sì che possano risplendere anche gli altri.
Finché risplendere è vietato perché ci rende eccezionali e dobbiamo essere normali, e finché chi risplende risplende tanto da rendere invisibili gli altri, perpetueremo quell'inferno in terra di cui parla Sartre, in cui gli altri sono il nostro personale inferno. Perché noi siamo il loro personale inferno. 

sabato 5 aprile 2014

Le cose che ho imparato in sette mesi di scuola nella campagna inglese

Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
- Hypocrite lecteur,  - mon semblable,  - mon frère!

Oggi è stato il mio ultimo giorno di scuola a Spilsby, Lincolnshire, UK.
Forse è presto per fare un bilancio, ma voglio fissare questo momento di consapevolezze all'incrocio tra me, la stranierità, l'adolescenza e l'educazione,
Al di là delle questione prettamente didattiche (esiste un modo di insegnare storia che non è il prof che parla per due ore, si possono coltivare talenti artistici anche dentro un percorso didattico strutturato) ho capito che:
- in classe non hai solo dei ragazzini. Ogni mattina arrivano a scuola le loro famiglie e l'intorno geografico, socio-geografico, psico-geografico, e il governo, e i datori di lavoro, e il mondo intero. Hai torme di persone davanti a te. Tu occupati solo dei ragazzini,  che sono il tuo vero datore di lavoro, ma non dimenticarti che tutti gli altri hanno influito, influiscono e influiranno su di loro.
- il fatto che i ragazzini siano il tuo datore di lavoro non significa accontentarli o che debbano averla vinta ogni volta. Significa conquistare la loro fiducia e ammirazione, così li avrai vinti per sempre, e faranno tutto quello che gli chiederai. Ma loro non sapranno che lo stanno facendo per loro stessi e non per te, quindi tu ringraziali.
- per insegnare qualcosa devi trovare un punto di equilibrio tra la noia di quello che gli studenti sanno già e l'impossibilità di quello che non sanno ancora fare. Un faticosissimo equilibrismo. E devi sempre spiegare perché stai insegnando ciò che insegni. La risposta: "è nel programma" non convince nessuno.
- per essere un bravo insegnante servono sogni. Sogni personali, e sogni sui ragazzini. Di un loro futuro brillante, luminoso. Non ricco, no quello che cazzo c'entra. Un sogno di felicità. Non servono le statistiche, non i codici di progresso. Ma i sogni. E principalmente il sogno che questi ragazzini costruiranno un mondo migliore. In una scuola di provincia è maledettamente difficile sognare e far sognare. Perché tutto è lento, immutabile, conservatore perché conservato, disperso, lontano ma nello stesso tempo tutti ti controllano. In provincia i sogni diventano prepotenti, e devi andare a farli germogliare altrove, o non diventano. In provincia i sogni non superano i confini del villaggio, i limiti del pettegolezzo. Devi avere sogni giganti, in provincia.
- la provincia è uguale ovunque. Mi fa mancare il fiato e venir voglia di scappare, ovunque si trovi. Ma mi affascina, anche, perché mi fa tornare da dove sono partita. E in provincia, quella vera, la gente si sposa tra consanguinei e gli stranieri sono quelli del villaggio accanto. Immaginatevi come potevo essere straniera io. Ma il fatto è che siamo tutti stranieri, ma con una grande urgenza di appartenenza e accettazione.
- quello che un insegnante sogna per sé, determina il sogno che avrà per gli studenti. Ma un insegnante sa anche che il sogno non è un obbligo, ed è pronto a cambiare idea,  perché sa che ha molte più cose da imparare che da dare. La supponenza degli insegnanti è orrenda, sterile, anzi controproducente. E i ragazzini ti vedono attraverso. Non puoi mica mentire od abbellirti. Il sorriso finto lo sgamano subito. La noia, pure. La paura, in un nanosecondo.
- insegnare è gettare un seme che non sai quando germoglierà e che cosa ne nascerà. Ma se non lo lanci, questo seme, non nascerà niente. Le date, i fatti, i nomi, quelle se le dimenticheranno. Ma il seme, prima o poi, fiorirà. E questa scuola inglese che si ossessiona con i risultati è una scuola che non vuole che gli insegnanti lancino questo seme. Perché il seme è potenzialmente rivoluzionario, mentre le statistiche sono inerti (se non per tagliare i fondi a chi non li raggiunge, e obbligarlo a insegnare per il risultato immediato). Se in Italia mi lamentavo di questo controllo, in Inghilterra è così opprimente da togliere il fiato. 
- nella scuola dove ho lavorato gli insegnanti erano stressatissimi: 35 ore a settimana a scuola più il tempo a casa di correzioni e preparazione, controlli ogni sei settimane, valutazioni interne, valutazioni esterne, report, programmazioni scritte, riunioni. E nessuna staff room. E soprattutto  la supervisione non disinteressata di un tizio che guadagna dal gestire l'accademia grazie a detrazioni fiscali gentilmente concesse dal "labourista" Tony Blair. Cazzo, che sogni puoi avere in queste condizioni? Gli insegnanti sono lavoratori, ma non possono essere sfruttati (nemmeno gli altri lavoratori dovrebbero esserlo, tra l'altro). Gestiscono relazioni, e devono avere il modo ed il tempo di essere aperti per accogliere queste relazioni.
- un mio studente aveva problemi di dislessia. Ogni tre parole mi chiedeva: "Is the spelling correct?" e lo era sempre. Lo stigma del problema addosso ad un ragazzino lo segna a lungo. Nello stesso identico modo,  il nostro giudizio sulle cose le fa diventare quello che vogliamo, anche in senso negativo, visto che lamentarci vien sempre comodo. Le cose e le persone cambiano, mutano, ma solo se lasciamo loro lo spazio per dispiegarsi.
- R. è gigante, ha 13 anni ma se volesse potrebbe farmi seriamente del male. E' totalmente ingestibile: problemi di attenzione, di lettura, un'intelligenza superiore che non riesce ad esprimersi pienamente, unità alla naturale stupidità della sua età. L'ho visto felice solo cucinando, e ho visto la sua TA (sostegno) arrancargli accanto tutti i giorni. E lei riconosce in lui un'umanità e delle qualità uniche. Perché R. sa essere tenerissimo, e onestamente disarmante. Ma ho visto gli insegnanti insistere perché lui si comportasse secondo la norma. Ma che norma possiamo applicare a R.? La sua vita è la sua norma. Non è nasty, è solo ciò che può essere. E non sarà la voce grossa a dissuaderlo. E non sarà dargli una red card, metterlo in isolamento, spedirlo fuori, chiamare l'extra support ad aiutare il docente. Perché nel momento in cui l'insegnante gioca più pesante, gioca di forza ha perso. Perché ora il ragazzino sa che lo considera un nemico, e farà di tutto pur di vincerlo.
- Un giorno preparavo un piccolo video, e cercavo i costumi. Ho messo le scatole dei costumi nel corridoio, perché erano impilate in un minuscolo sgabuzzino. Giusto il tempo di aprirle, cercare, richiudere e riporre. Qualcuno passando le ha viste, e ha pensato che ero un pericolo per la sicurezza dei ragazzi e hanno fatto un report in segreteria. Oppure hanno pensato che la domanda di uno studente, a margine di una lezione, su come si diceva una parola in italiano, fosse una pericolosa distrazione sulla via della saggezza che loro stavano infondendo agli studenti. Quindi, le perle ai porci conviene darle solo se i porci hanno qualche possibilità di migliorare, ovvero sono ancora studenti. Agli adulti meglio dare solo quello che si meritano. E invece di arrabbiarmi, restarci male, giudicare, dovrei sempre ricordarmi che il nemico sono io. Perché se io sono serena, niente mi tocca. E per essere serena, non posso che fare una cosa, essere me. Peccato che in Inghilterra, in una certa Inghilterra che poi è simile ad una certa Italia, essere adeguati sia più importante dell'essere sinceri. Vedi tabella sottostante. Vedi la mia ironia amara sugli inglesi. Non sono mica serena, se noto tutto ciò.
- L, why are you here? ( sottotesto, at this lesson, if you are refusing to work) Risposta: Because I'm from Spilsby Miss. Why are YOU here? La sensazione di solitudine, di straniamento, di diffidenza, di rifiuto che ho provato io, straniera in una scuola di provincia, è la sensazione base di ogni essere umano sulla terra, da quando si stacca dalla mamma fino alla tomba. E ogni essere umano sulla Terra, tendenzialmente fa quel che può, quel che gli hanno insegnato a fare per proteggersi da queste sgradevoli sensazioni. Gli adolescenti attaccati (esplicitamente o implicitamente) dagli insegnanti, si proteggono attaccandoli, e viceversa. L'indigeno che si sente invaso dai forestieri, attacca vedendoli sbagliati, pericolosi. Lo straniero attacca l'indigeno, trovandogli i difetti, o bevendo rumorosamente wodka sulle sue panchine per difendersi dalla solitudine. La working class sgomita per arricchirsi, non capendo che il ricco ha bisogno del povero, e che per uno che ce la fa, milioni vivono in un'assurda rancorosa speranza. L'orrore del mondo è dovuto al fatto che il divide et impera è un meccanismo chiarissimo a quelli che comandano, che sanno usarlo per far fare le guerre intestine ai poveracci, invece che contro di loro.
- un regalo dato o ricevuto, un abbraccio a ciglio umido e un "ciao", in italiano, detto da (o indirizzato a) uno studente di cui ti ricorderai per sempre come se avessi tra gli 11 e i 16 anni, è una ricompensa eccezionale. Love is the answer.

La conclusione di tutto ciò è una sola. Almeno per me.
L'equilibrio tra individualità e comunità, tra differenze e umanità, tra tradizioni e novità, tra peculiarità e globalità, tra trasmissione del sapere e innovazione del sapere, tra autoritarismo e egualitarismo, tra si trova in un solo modo: bisogna uscire dal proprio ego.
Voglio ricordarmi sempre che niente di ciò che accade è un attacco a me, che gli altri sentono le loro miserie e si stanno, anche loro proteggendo. E che se attacco peggioro tutto. Posso solo provare ad essere gentile. Almeno al livello di vita quotidiana, delle persone che incontro e che sono come me. Anche se poi certamente esiste qualcuno che sa che fili sta tirando delle marionette che pensa di comandare, e per quelli riservo tutta la mia indignazione e cercherò per quanto possibili, di fotterli.
E voglio ricordarmi che tutto è collegato, l'altro non è altro, ma è un'estensione di me, altrettanto preziosa. Anche se diversa. Dividere il mondo in me/altri è come scegliere un braccio, tra destro e sinistro, a cui rinunciare. Saremo monchi per sempre, se faremo questa scelta.
Una volta affrontato l'ego, e vigilato, tenuto a bada, combattuto giorno per giorno, tutto il resto (ovvero il cambiamento politico, economico, sociale) sarà solo una naturale conseguenza di tutto ciò. Perché se fai crollare dentro di te il divide et impera, questo smetterà, prima o poi di funzionare. E' l'unica rivoluzione possibile, che è poi il mondo, possibile, ancorché difficile di gente come Gandhi e Mandela. Quindi certo che serve fare politica, e protestare contro chi il divide et impera lo usa e lo vuole diffondere sempre di più. Bisogna però, credo, soprattutto cambiare prospettiva. Ma che fatica, e che tempi lunghi.
L'alternativa, però. ricordiamolo, è privarci di un braccio... Preferisco avere pazienza, e tenermi due braccia.

lunedì 31 marzo 2014

Un post su commissione, al fin di render nota la verità, e essere un po' meno babbazzi.

Allora, in Inghilterra sono convinti che Caffé Nero sia italiano. Cioè, non semplicemente che sia uno dei pochi posti in cui accanto al Latte e al Frappuccino puoi bere un buon caffé espresso italiano.
No, pensano proprio che noi in Italia si vada da Caffé Nero, invece che al bar cinese sottocasa, o da Princi.
Probabilmente pensano addirittura che ci mangiamo i mini panettoni che stanno in bella vista sul bancone per tutto l'anno,
I Baristi (li chiamano proprio così, senza sbagliare lo spelling, al contrario di molti aspiranti concorrenti del Grande Fratello italiano) di Caffé Nero indossano magliette con questo claim: The best espresso this side of Milan.

Quello che gli inglesi non sanno è che in realtà noi italiani, noi milanesi per la precisione, andiamo alla California Bakery, pensando di fare una cosa americana, e pensando che in California facciano lo stesso. Mmm, spiace deludervi, ma California bakery è tanto italiana quanto Caffé Nero è inglese.
E sono entrambe spropositatamente care, perché oltre ai prodotti vendono il sogno di stare per un po' in un altrove più figo, più cool, più internascional.
E poi, da una parte all'altra della Manica e dell'Atlantico, siamo incapaci di mettere in fila due frasi nella lingua che ci fa sognare...

Mortacci nostri e loro e de tu nonna! Che siamo scemi!



domenica 30 marzo 2014

I am a part of all that I have met

Ulysses
by Lord Tennyson, 1842

It little profits that an idle king,
By this still hearth, among these barren crags,
Match'd with an aged wife, I mete and dole
Unequal laws unto a savage race,
That hoard, and sleep, and feed, and know not me.
I cannot rest from travel: I will drink
Life to the lees: All times I have enjoy'd
Greatly, have suffer'd greatly, both with those
That loved me, and alone, on shore, and when
Thro' scudding drifts the rainy Hyades
Vext the dim sea: I am become a name;
For always roaming with a hungry heart
Much have I seen and known; cities of men
And manners, climates, councils, governments,
Myself not least, but honour'd of them all;
And drunk delight of battle with my peers,
Far on the ringing plains of windy Troy.
I am a part of all that I have met;
Yet all experience is an arch wherethro'
Gleams that untravell'd world whose margin fades
For ever and forever when I move.
How dull it is to pause, to make an end,
To rust unburnish'd, not to shine in use!
As tho' to breathe were life! Life piled on life
Were all too little, and of one to me
Little remains: but every hour is saved
From that eternal silence, something more,
A bringer of new things; and vile it were
For some three suns to store and hoard myself,
And this gray spirit yearning in desire
To follow knowledge like a sinking star,
Beyond the utmost bound of human thought.

         This is my son, mine own Telemachus,
To whom I leave the sceptre and the isle,—
Well-loved of me, discerning to fulfil
This labour, by slow prudence to make mild
A rugged people, and thro' soft degrees
Subdue them to the useful and the good.
Most blameless is he, centred in the sphere
Of common duties, decent not to fail
In offices of tenderness, and pay
Meet adoration to my household gods,
When I am gone. He works his work, I mine.

         There lies the port; the vessel puffs her sail:
There gloom the dark, broad seas. My mariners,
Souls that have toil'd, and wrought, and thought with me—
That ever with a frolic welcome took
The thunder and the sunshine, and opposed
Free hearts, free foreheads—you and I are old;
Old age hath yet his honour and his toil;
Death closes all: but something ere the end,
Some work of noble note, may yet be done,
Not unbecoming men that strove with Gods.
The lights begin to twinkle from the rocks:
The long day wanes: the slow moon climbs: the deep
Moans round with many voices. Come, my friends,
'T is not too late to seek a newer world.
Push off, and sitting well in order smite
The sounding furrows; for my purpose holds
To sail beyond the sunset, and the baths
Of all the western stars, until I die.
It may be that the gulfs will wash us down:
It may be we shall touch the Happy Isles,
And see the great Achilles, whom we knew.
Tho' much is taken, much abides; and tho'
We are not now that strength which in old days
Moved earth and heaven, that which we are, we are;
One equal temper of heroic hearts,
Made weak by time and fate, but strong in will
To strive, to seek, to find, and not to yield.



Ulysses deriding Polyphemus, William Turner, 1848

venerdì 28 marzo 2014

Either/or: your choice

O sei parte della soluzione, o sei parte di quelli che scassano la minchia lagnandosi, e che rendono il mondo pesante, contrito, afflitto e somigliante ad un inferno.

Così, giusto per ricordarlo a me stessa.



lunedì 24 marzo 2014

Pensierino del giorno

Tutto ciò che non è espansione è regressione.
A parte l'espansione del Pil e della chirurgia plastica.



mercoledì 19 marzo 2014

La ricerca per la ricerca ovvero non fingo più di essere sana

Se sono felice, troppo felice nel senso di totalmente soddisfatta e coincidente con la mia felicità, come un riflesso nello specchio che crede di essere vero, sto male.
Non riesco a stare in questa bolla in cui le domande non esistono, la vita scorre tranquilla, e i problemi sono la polvere che si accumula, le bollette da pagare e il menu per la cena,
Forse sono strana, ma non riesco a non amare un po' di tristezza, malinconia, fatica.
Perché queste mie amiche fanno in modo che io non mi creda il riflesso nello specchio, ma entri nel mio corpo e lo abiti e lo usi come strumento per fare domande alla realtà.
Io non sono capace di non chiedermi il senso delle cose, di cercarlo, di provare a fermarlo e poi lasciarlo andare e cercarne un altro. Non sono capace di smettere.

E' una malattia? Forse. Ma come si può vivere essendo, ad esempio, celiaci, solo se non si fa finta di non esserlo, così io posso solo accettare la mia malattia e vivere seguendo ciò che mi impone.
Mi impone di attraversare questo tempo in cui sono viva chiedendomi perché lo sono, quale è il senso, lo scopo, l'origine, quali differenze e similitudini tra gli esseri umani.
Io ho provato a smettere di seguire questa mia natura, e impormi di essere felice una volta per tutte, come le persone normali.  Ma non ci sono riuscita. Ho avuto la stessa reazione allergica di una persona celiaca che decidesse che il glutine non gli fa del male. Vi lascio immaginare quale sia.

Forse sono guarita dalla follia di pensare che siamo tutti uguali e che chi non è come me sbaglia.
Io, dalla mia malattia, non posso guarire. Non posso nemmeno evitare di sentire una particolare vicinanza con chi soffre del mio stesso disturbo.
E non posso che pensare che anche se potessi guarire, forse non lo vorrei nemmeno.



Aliens

Un'attesa di umanita'
annegata nel neon
rovinata dal libero mercato,
incespica in accenti diversi
recitati in diversi alfabeti
immersi in odori stranieri
in altri liquori.
Alieni.

Un insensato irrestitibile impulso,
un sorriso che non si dice,
trattenuto a forza e disperso
per strade arancio di mattoni
per strade arancio di mattoni
per mattoni di strade arancio.
Uguali a qualcosa che non conosciamo
e che non riconosciamo.
Non ci riconosciamo.

Sbalorditi da una possibilita'
invisibile e corrosa
inseguita con fede cieca
da chi ha il nostro sangue nelle vene ma un'altra lingua nella bocca,
trascinati in televisioni diverse,
in amori uguali
in teste di simili biondita'
o fluorescente nerezza
in miserie condivisibili ma confinate, confinanti.
Cerchi pane ovunque vai
cerchi oblio cerchi un raggio di sole che posi
te/me
in mezzo al mondo.


mercoledì 12 marzo 2014

You'd better laugh.

C'e qualcosa di peggiore che avere un'anima cattiva; è avere un'anima di tutti i giorni


C'è qualcosa di peggiore che credere ciecamente ai propri mostri?
Sì, convincere qualcun altro che siano veri e che meritino considerazione.


domenica 9 marzo 2014

Le mie libere prigioni

Non sai, non sai che l'amore è una patologia? Saprò come estirparla via.
Ci sono molti modi, Afterhours

Sì, l'amore è una patologia, una sorta di invasione aliena in cui non sai più controllare ciò che fai e ciò che pensi e ciò che desideri. Una sorta di droga lisergica che ti fa vedere tutto diverso e finalmente ti fa entrare in una sfera diversa di coscienza. 
L'amore è un languire. 
Ma se consideri che vivere è una corsa verso la morte e che una malattia prima o poi te la becchi,  tra tutte le malattie l'amore è la migliore che ti possa capitare. 
Non liberartene.