Buon anno a chi si aspetta tragedie, e vedrà solo quelle.
Buon anno a chi si aspetta meraviglie, e poi rimarrà deluso dalla straordinarietà della vita di tutti i giorni.
Buon anno a chi crede alla crisi, e anche a chi non ci crede.
Buon anno a chi la pensa come Einstein, che la crisi è un'opportunità.
Buon anno a chi è coerente come un sasso, e come un sasso non prova mai l'ebbrezza di scoprirsi diverso, ma può solo rotolare e perdere pezzi.
Buon anno a chi è incoerente come il cielo d'Irlanda, che sia portato dalle nuvole, e che le porti un po' anche lui.
Buon anno a chi odia tutti, e non sente mai l'esigenza della compassione.
Buon anno a chi ama tutti, e non sente mai l'esigenza della rivoluzione.
Buon anno a chi ama la famiglia, e solo quella.
Buon anno a chi famiglia non ce l'ha, e ama solo se stesso.
Buon anno a chi è parte della famiglia umana, anche se ogni tanto vorrebbe andare a fare un giro su Marte.
Buon anno a chi sta male, a chi si ammalerà e a chi guarirà.
Buon anno a quelli che moriranno, perché forse dalla consapevolezza dall'ingiustizia della morte potrebbe nascere un mondo più giusto, prima o poi.
Buon anno a chi nascerà, ed è giusto che lo sappiate: qui è tutto piuttosto figo, ma non è mica una passeggiata di piacere.
Buon anno a chi si chiede perché è nato. E la risposta non la troverà mai.
Buon anno a chi non se lo chiede, e la risposta la troverà facilmente.
Buon anno a chi ha il passaporto, perché non si annoi in un villaggio turistico.
Buon anno a chi non ha il passaporto, perché non muoia durante il viaggio.
Buon anno a chi attraversa frontiere, dentro e fuori di sé.
Buon anno a chi si erge a doganiere di se stesso.
Buon anno a chi non riesco a categorizzare.
Buon anno ai potenti, perché siano così potenti da credere nell'umanità di tutti, e non così deboli da seguire la finanza.
Buon anno a chi mi ha accompagnato, a chi mi accompagnerà, e buon anno a chi perderò per strada.
Buon anno a chi ne farà buon uso.
Buon anno a chi lo sprecherà.
mercoledì 31 dicembre 2014
giovedì 25 dicembre 2014
Pensierini di Natale 2014
Sono andata troppo più veloce del mio cuore. Ora rallento, e mi faccio raggiungere
Non sono cattolica, anzi. Però mi hanno consegnato la tradizione di festeggiare il compleanno del figlio di un falegname palestinese, uno che aveva carisma, e soprattutto aveva capito delle cose. Potremmo dire che fosse un illuminato. E anche un rivoluzionario. Uno che vedeva oltre le cose che si vedono. E allora, anche se non sono (più) cattolica e non sono cristiana, anzi, i seguaci del figlio del falegname mi piacciono generalmente poco: buon Natale. Buon momento in cui ci riconosciamo umani, in cui vediamo oltre le cose (anche se spesso c'è ne lasciamo sommergere). Buon Natale di tradizioni vecchie ma non stantie, di cose nuove che potrebbero diventare nuove tradizioni.
Buon Natale in cui sappiamo i essere profughi migranti e stranieri e transitori e transeunti tutti. Buon Natale di crisi che spesso è ancora abbondanza.
Buon natale a tutti, tranne a chi usa gli uomini come fossero cose, e le cose come fossero uomini. Eccetto la "famigghia", ovviamente. O forse, buon Natale proprio a voi, Che lo spirito del Natale vi tormenti.
Spero che i poveri non mi facciano dormire. Spero che gli uomini e le donne non mi facciano dormire.
Libertà non da cosa, ma in che cosa. Trovarmi il mio spazio. Respirarlo. Farlo trovare agli altri.
Ho accumulato, preso, costruito la tana. Ma non voglio essere l'avara formica. É tempo di ridare.
Ai miei nipoti. Perché siano così felici e pieni da saper riempire il mondo, e non solo arraffarlo. Ai miei nipoti, perché facciano tutto per amore e libertà, e non per obbligo e senso di colpa. A me, perché sia uguale a loro.

Buon Natale in cui sappiamo i essere profughi migranti e stranieri e transitori e transeunti tutti. Buon Natale di crisi che spesso è ancora abbondanza.
Buon natale a tutti, tranne a chi usa gli uomini come fossero cose, e le cose come fossero uomini. Eccetto la "famigghia", ovviamente. O forse, buon Natale proprio a voi, Che lo spirito del Natale vi tormenti.
Spero che i poveri non mi facciano dormire. Spero che gli uomini e le donne non mi facciano dormire.
Libertà non da cosa, ma in che cosa. Trovarmi il mio spazio. Respirarlo. Farlo trovare agli altri.
Ho accumulato, preso, costruito la tana. Ma non voglio essere l'avara formica. É tempo di ridare.
Ai miei nipoti. Perché siano così felici e pieni da saper riempire il mondo, e non solo arraffarlo. Ai miei nipoti, perché facciano tutto per amore e libertà, e non per obbligo e senso di colpa. A me, perché sia uguale a loro.
giovedì 4 dicembre 2014
Stop. Dimentica.
Problemi problemi problemi.
Correre correre correre.
Non dimenticarsi niente.
Essere performante.
Pulire.
Correggere.
Perfezionare.
Sacrificarsi.
Elevarsi.
Spiegarsi.
Divertirsi. Poco.
Lavorare lavorare lavorare.
E poi scoprire che la cosa più importante degli ultimi due mesi, passati indenni come una goccia nel tragitto dal rubinetto allo scarico del lavandino, è che mi sia accorta del merlo con la bacca nel becco che stava sul mio terrazzo ieri mattina.
Correre correre correre.
Non dimenticarsi niente.
Essere performante.
Pulire.
Correggere.
Perfezionare.
Sacrificarsi.
Elevarsi.
Spiegarsi.
Divertirsi. Poco.
Lavorare lavorare lavorare.
E poi scoprire che la cosa più importante degli ultimi due mesi, passati indenni come una goccia nel tragitto dal rubinetto allo scarico del lavandino, è che mi sia accorta del merlo con la bacca nel becco che stava sul mio terrazzo ieri mattina.
mercoledì 26 novembre 2014
Trasloco
Sono a casa dei miei, a svuotare la mia cameretta, che in realtà non è la mia ma è quella in cui sono state le mie sorelle finché non si sono sposate, tutte e due nello stesso anno, lasciandomi sola di colpo, con un sacco di spazio a disposizione, che ho riempito di ogni cosa.
Libri, alcuni essenziali, altri buoni per tenere fermo un tavolo ballerino, altri intonsi. Biglietti di auguri dalle zie e da amici persi di vista. Un post-it di un collega ora morto che mi chiede di restituirgli il libro autografato da don Gallo. I diari in cui ho scritto, male, su ogni piega dello vita umana e della mia misera contorta rattrappita psiche. Le preghiere che mi turbavano l'anima, che forse invece non esiste, che mi dava don Ezio. Le cose negli scatoloni da un'altra parte. La lampada da tavolo blu che non trovo.
Libri in spagnolo e in inglese. Addirittura in portoghese, che non parlo, L'orecchino di legno che ho tenuto per anni. I Dylan Dog che regalo a mio nipote Lorenzo.
Guardo i miei, stanchi, che mi hanno comprato-ristrutturato-preparato la casa, con la morte nel cuore perché vado lontano da loro e l'asma nei polmoni di 5 piani senza scale. La crema che ho messo sulle spalle di mia mamma. Il muso di mio papà, che non voglio vivere più, ma mi piega. Li vedo così vecchi (se sanno che scrivo questo mi ammazzano) che vorrei tornare qui e prendermi cura di loro. Dire loro di non preoccuparsi, hanno fatto il possibile, ma mi hanno fatto testa di cazzo, ma che ce la faccio, ed ho imparato. Non tutto, ma molto. Che la vita fa, e io assecondo. E quando non assecondo non mi schianto, ma cado, rimbalzo e riparto.
Penso alle mie sorelle, alle botte che ci siamo date, a quando mi dicevano che ero arrivata a casa arrotolata in un tappeto peruviano, alle Barbie coni capelli tagliati, ai nostri occhi verdi, in gradazioni diverse. Penso che vorrei vederle di più, e dire loro che io me ne sono andata, ma le amo, siamo uguali e diversissime, amo i loro figli e vorrei respirare il loro odore tutti i giorni.
Penso ai miei amici che non vedo da mesi, perché mi esaurisco per far appassionare i miei studenti all'Espressionismo Tedesco, e faccio i salti mortali per arrivare a sera avendo fatto tutto, non dormo mai, e Milano in questi mesi è faticosissima. E vorrei fare i biscotti con loro la domenica, o andare al centro sociale e invece no. Invece inseguo non so nemmeno bene io che cosa.
Penso al Biondo, e alla nostra timorosa, morbida, fragile, impetuosa, insensata aspettativa di non avere aspettative. E penso che quando la domenica vedo le coppie a passeggio vorrei non essere coppia. E voglio essere io, e voglio che lui sia lui, e che ci incontriamo ogni secondo. Ma che non voglio sapere chi è. Non voglio nemmeno che lui sappia chi sono io. Perché sono certa che non gli piacerei. Il tocco della sua mano, quello lo riconoscerei dovunque. I piedi che mi scaldano i piedi, i bassi della sua voce, pure.
Penso ai ricordi che lascerò a qualcun altro, e tremo all'idea. Tremo anche all'idea che non accada.
Penso a Renzi che ho visto al Tg (non ho la tv, e quando la guardo, mi resta impressa) che parla di futuro. E non si rende conto che è il presente che conta, il presente del futuro nelle nostre teste, un futuro che c'era e non c'è più, e ci mettiamo le pezze e lo rompiamo per sempre. Penso che non resterà niente, e vorrei tenere tutto. Penso al coraggio. E allora butto anche ciò che non avrei buttato mai.
Penso alle placchette cromate che ho scelto per la casa nuova, che sono bellissime, e alla fatica di fare stare tutto. E al fatto che non vorrei niente, perché il passato altrimenti si prende il posto del futuro, ma io senza passato chi sono? E senza futuro, chi sono? Quante persone sono stata? Quante persone sarò? Quante persone sono? Sono ciò che tengo o mi definisco per ciò che butto? Ho amato troppo, ho amato male. Nomi, volti, date si confondono e mi manca la precisione che vorrei. Sono stanca.
Tutto cambia, e sebbene ricordi tutto, non riconosco più niente.
Vorrei vivere senza scegliere niente, e invece ho scelto persino le placchette cromate.
E mi illudo pure che siano mie. Ma non c'è niente di mio. Il vero padrone è il tempo.
Libri, alcuni essenziali, altri buoni per tenere fermo un tavolo ballerino, altri intonsi. Biglietti di auguri dalle zie e da amici persi di vista. Un post-it di un collega ora morto che mi chiede di restituirgli il libro autografato da don Gallo. I diari in cui ho scritto, male, su ogni piega dello vita umana e della mia misera contorta rattrappita psiche. Le preghiere che mi turbavano l'anima, che forse invece non esiste, che mi dava don Ezio. Le cose negli scatoloni da un'altra parte. La lampada da tavolo blu che non trovo.
Libri in spagnolo e in inglese. Addirittura in portoghese, che non parlo, L'orecchino di legno che ho tenuto per anni. I Dylan Dog che regalo a mio nipote Lorenzo.
Guardo i miei, stanchi, che mi hanno comprato-ristrutturato-preparato la casa, con la morte nel cuore perché vado lontano da loro e l'asma nei polmoni di 5 piani senza scale. La crema che ho messo sulle spalle di mia mamma. Il muso di mio papà, che non voglio vivere più, ma mi piega. Li vedo così vecchi (se sanno che scrivo questo mi ammazzano) che vorrei tornare qui e prendermi cura di loro. Dire loro di non preoccuparsi, hanno fatto il possibile, ma mi hanno fatto testa di cazzo, ma che ce la faccio, ed ho imparato. Non tutto, ma molto. Che la vita fa, e io assecondo. E quando non assecondo non mi schianto, ma cado, rimbalzo e riparto.
Penso alle mie sorelle, alle botte che ci siamo date, a quando mi dicevano che ero arrivata a casa arrotolata in un tappeto peruviano, alle Barbie coni capelli tagliati, ai nostri occhi verdi, in gradazioni diverse. Penso che vorrei vederle di più, e dire loro che io me ne sono andata, ma le amo, siamo uguali e diversissime, amo i loro figli e vorrei respirare il loro odore tutti i giorni.
Penso ai miei amici che non vedo da mesi, perché mi esaurisco per far appassionare i miei studenti all'Espressionismo Tedesco, e faccio i salti mortali per arrivare a sera avendo fatto tutto, non dormo mai, e Milano in questi mesi è faticosissima. E vorrei fare i biscotti con loro la domenica, o andare al centro sociale e invece no. Invece inseguo non so nemmeno bene io che cosa.
Penso al Biondo, e alla nostra timorosa, morbida, fragile, impetuosa, insensata aspettativa di non avere aspettative. E penso che quando la domenica vedo le coppie a passeggio vorrei non essere coppia. E voglio essere io, e voglio che lui sia lui, e che ci incontriamo ogni secondo. Ma che non voglio sapere chi è. Non voglio nemmeno che lui sappia chi sono io. Perché sono certa che non gli piacerei. Il tocco della sua mano, quello lo riconoscerei dovunque. I piedi che mi scaldano i piedi, i bassi della sua voce, pure.
Penso ai ricordi che lascerò a qualcun altro, e tremo all'idea. Tremo anche all'idea che non accada.
Penso a Renzi che ho visto al Tg (non ho la tv, e quando la guardo, mi resta impressa) che parla di futuro. E non si rende conto che è il presente che conta, il presente del futuro nelle nostre teste, un futuro che c'era e non c'è più, e ci mettiamo le pezze e lo rompiamo per sempre. Penso che non resterà niente, e vorrei tenere tutto. Penso al coraggio. E allora butto anche ciò che non avrei buttato mai.
Penso alle placchette cromate che ho scelto per la casa nuova, che sono bellissime, e alla fatica di fare stare tutto. E al fatto che non vorrei niente, perché il passato altrimenti si prende il posto del futuro, ma io senza passato chi sono? E senza futuro, chi sono? Quante persone sono stata? Quante persone sarò? Quante persone sono? Sono ciò che tengo o mi definisco per ciò che butto? Ho amato troppo, ho amato male. Nomi, volti, date si confondono e mi manca la precisione che vorrei. Sono stanca.
Tutto cambia, e sebbene ricordi tutto, non riconosco più niente.
Vorrei vivere senza scegliere niente, e invece ho scelto persino le placchette cromate.
E mi illudo pure che siano mie. Ma non c'è niente di mio. Il vero padrone è il tempo.
lunedì 24 novembre 2014
Niente, e tutto.
Quello che c’è oltre può essere scoperto solo se la mente è silenziosa. Potrebbe esserci qualcosa o assolutamente nulla. L’unica cosa importante è che la mente sia silenziosa. E inoltre, se vi preoccupate di quello che c’è al di là allora non state guardando che cos’è quello stato di vero silenzio. Se per voi è solo una porta verso qualcosa che sta oltre, allora non siete interessati a quella porta, mentre ciò che conta è la porta stessa, proprio quel silenzio in sé. Perciò non potete chiedere che cosa ci sia al di là. La sola cosa importante è che la mente sia silenziosa. E allora che cosa avviene? Quello che ci interessa è tutto qui, non quello che c’è al di là del silenzio.Jiddu Krishnamurti
Devo, voglio, vorrei, mi piacerebbe, lo farà, lo faccio da ora.
Ricominciare a creare il vuoto. La forma di creazione più difficile che esista. Nonché la più bella.
Senza il vuoto, il tutto non esiste. Esiste solo il troppo.
domenica 9 novembre 2014
Penso: "Non pensare"
Ascolto Yann Tiersen e Aphex Twin.
Aspetto che finisca il render di Final Cut, leggo delle mail. E penso.
Porca puttana. penso.
Non devo pensare. Niente da fare. Penso
Non devo pensare.
Non
Devo
Pensare
Penso che vorrei non pensare.
Che avrei voluto fare l'orafa, la sarta, la ballerina, l'attrice, la pittrice, la scalatrice, l'insegnante di aerobica, la contadina, la decoratrice.
Tutto, purché non pensare per lavoro. Essere "un'intellettuale", una persona che si guadagna da vivere solo con il pensiero, è una disgrazia.
Vorrei avere il pensiero nel corpo, nelle mani, nelle gambe, invece che in testa. Vorrei non avere cose intrappolate là dentro, che non escono se qualcuno non le fa per me. Vorrei avere le schegge nelle mani, e il giro delle dita sporco. E la mente pulita.
Il pensiero si pensa e si pensa e si pensa. Da solo. Quanta energia per mantenerlo al minimo, non farlo debordare, espandere, inglobarmi e risputarmi.
Ecco, poi adesso penso, però penso una cosa sensata (che il pensiero serve, eh, ma poi spadroneggia, fa il bulletto e devi rimetterlo al suo posto). Penso che l'idea di insegnare "coding e pensiero computazionale" nella scuola primaria sia configurabile come maltrattamento di minore.
Le cose hanno odori, forme, consistenze, resistenze, cedimenti, texture, spessori, volumi, spigoli, morbidezze. Non saper usare le mani per creare è non conoscere il mondo.
Sono un'inetta. Ma non rendete inetti dei bambini di 6 anni. Cazzo.
Aspetto che finisca il render di Final Cut, leggo delle mail. E penso.
Porca puttana. penso.
Non devo pensare. Niente da fare. Penso
Non devo pensare.
Non
Devo
Pensare
Penso che vorrei non pensare.
Che avrei voluto fare l'orafa, la sarta, la ballerina, l'attrice, la pittrice, la scalatrice, l'insegnante di aerobica, la contadina, la decoratrice.
Tutto, purché non pensare per lavoro. Essere "un'intellettuale", una persona che si guadagna da vivere solo con il pensiero, è una disgrazia.
Vorrei avere il pensiero nel corpo, nelle mani, nelle gambe, invece che in testa. Vorrei non avere cose intrappolate là dentro, che non escono se qualcuno non le fa per me. Vorrei avere le schegge nelle mani, e il giro delle dita sporco. E la mente pulita.
Il pensiero si pensa e si pensa e si pensa. Da solo. Quanta energia per mantenerlo al minimo, non farlo debordare, espandere, inglobarmi e risputarmi.
Ecco, poi adesso penso, però penso una cosa sensata (che il pensiero serve, eh, ma poi spadroneggia, fa il bulletto e devi rimetterlo al suo posto). Penso che l'idea di insegnare "coding e pensiero computazionale" nella scuola primaria sia configurabile come maltrattamento di minore.
Le cose hanno odori, forme, consistenze, resistenze, cedimenti, texture, spessori, volumi, spigoli, morbidezze. Non saper usare le mani per creare è non conoscere il mondo.
Sono un'inetta. Ma non rendete inetti dei bambini di 6 anni. Cazzo.
domenica 2 novembre 2014
Ciò che importa
Ciò che importa è l'importante.
Ciò che importa è così inutile.
Non dirmi dove sei, che lavoro fai,
se mi ami o che cosa cucini.
Dimmi solo perché nei tuoi occhi sta passando un temporale.
Dimmi come aspettare un arcobaleno.
Il tuo colore preferito.
Il suono che fai quando sei felice.
Dimmi ciò che non dovrei sapere.
Ciò che importa è così inutile.
Non dirmi dove sei, che lavoro fai,
se mi ami o che cosa cucini.
Dimmi solo perché nei tuoi occhi sta passando un temporale.
Dimmi come aspettare un arcobaleno.
Il tuo colore preferito.
Il suono che fai quando sei felice.
Dimmi ciò che non dovrei sapere.
mercoledì 22 ottobre 2014
Rimirar misteri
Se pensi alle rose, sei un giardino di rose
Hanno detto: “Da ogni parte c’è la luce di Dio“.
Ma gridano gli uomini tutti: “Dov’è quella luce?“
L’ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra; ma dice una Voce:
“Guarda soltanto, senza destra e sinistra!“.
Finora hai tirato male le tue frecce. Ti sei prodigato per lanciare lontano, trascurando ciò che ti era vicino.
Più lontano tiri, più il tesoro ti sfugge!
Credimi, è lo sforzo che ti fa fallire.
Perciò, tira la freccia dolcemente e cerca il tesoro con umiltà. Esso ti è vicino, e non può sfuggirti.
Jalāl al-Dīn Rūmī
Le cose sono come sono. Non c'è niente da credere.
Quante volte al giorno me lo ripeto!
E se invece dovessi solamente rilassarmi, adagiarmi beata nel fatto che ancora non credo che non ci sia niente da credere? Probabilmente spezzerei questo loop che si autoalimenta. E sarei. Sarei. Sarei. Punto.
Il mio dubbio (che mi fa provare forte, troppo forte, per far sì che le cose siano come credo io, e non come sono) rende labili i contorni delle cos, che si spezzettano e frangono come le ombre in un piscina d'estate. Che si fanno impalpabili come la calura sull'asfalto in lontananza. Imprecise come il mondo dietro gli occhiali sporchi.
Tanto prezioso è quindi il singolo momento in cui ciò che è si disvela, si dona, si apre, si arrende, mi fa arrendere e cadere, mi disvela, mi dona, mi apre.
Così prezioso che non posso raccontarlo. Così abbagliante che per dirlo userò le parole di un altro mistico "Oh quanto è corto il dire e come fioco / al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, / è tanto, che non basta a dicer ’poco’."
sabato 18 ottobre 2014
Doppi fini
L'amore ha a che vedere con l'invisibile. Niente di soprannaturale, intendiamoci. Piuttosto, direi, ha a che vedere con l''invisibile possibilità di assoluta bellezza che ognuno si porta dentro, protetta, nascosta e temuta come l'aculeo nascosto delle mante.
Per amare me stessa, mi devo sforzare di silenziare il mio perfezionismo, e amare e accogliere e far sviluppare il mio inesplorato, prevedibile e al contempo imprevedibile, potenziale.
Ugualmente, per amare qualcuno come compagno di vita, come figlio, come amico, come studente, come collega, come vicino di casa, devo dargli/darle la possibilità di essere al meglio di se stesso. Nonché l'opportunità di sorprendermi. Nonché concedermi lo spazio per immaginare il suo meglio, per sognarlo, per crederlo reale benché non realizzato. Nonché, per quanto possibile, per creare le condizioni affinché il possibile reale diventi una possibilità realizzata.
Stasera ho amato Milano. Sono uscita in bicicletta, passando per zone che di solito evito. E Milano era lì, bella e preziosa. Morbida e precisa. Silenziosa. Avevo il viso fresco, i capelli caldi.
Le coppie erano a passeggio, i ragazzi sulle altalene, i trentenni all'Isola, il vino buono, le birre finite, le luci nelle case accese, i semafori attenti. Le foglie a terra, gialle. Sugli alberi, verdi.
Tutto prevedibile, tutto imprevedibile. Tutto regalato. Tutto perfetto, tutto come potrebbe essere, ma non può sempre essere.
Infatti, se l'assoluta bellezza delle cose/persone fosse sempre realizzata, le cose/persone non avrebbero bisogno del nostro amore per convincere a svelarsi. E noi saremmo spenti ed annoiati.
Le cose/persone sono imperfette, ma non perché lo sono, e nemmeno perché non vogliono realizzarsi. Le cose/persone sono imperfette, perché desiderano dare a noi uno scopo nella vita: consentirci di fare in modo che esse stesse si realizzino.
Per amare me stessa, mi devo sforzare di silenziare il mio perfezionismo, e amare e accogliere e far sviluppare il mio inesplorato, prevedibile e al contempo imprevedibile, potenziale.
Ugualmente, per amare qualcuno come compagno di vita, come figlio, come amico, come studente, come collega, come vicino di casa, devo dargli/darle la possibilità di essere al meglio di se stesso. Nonché l'opportunità di sorprendermi. Nonché concedermi lo spazio per immaginare il suo meglio, per sognarlo, per crederlo reale benché non realizzato. Nonché, per quanto possibile, per creare le condizioni affinché il possibile reale diventi una possibilità realizzata.
Stasera ho amato Milano. Sono uscita in bicicletta, passando per zone che di solito evito. E Milano era lì, bella e preziosa. Morbida e precisa. Silenziosa. Avevo il viso fresco, i capelli caldi.
Le coppie erano a passeggio, i ragazzi sulle altalene, i trentenni all'Isola, il vino buono, le birre finite, le luci nelle case accese, i semafori attenti. Le foglie a terra, gialle. Sugli alberi, verdi.
Tutto prevedibile, tutto imprevedibile. Tutto regalato. Tutto perfetto, tutto come potrebbe essere, ma non può sempre essere.
Infatti, se l'assoluta bellezza delle cose/persone fosse sempre realizzata, le cose/persone non avrebbero bisogno del nostro amore per convincere a svelarsi. E noi saremmo spenti ed annoiati.
Le cose/persone sono imperfette, ma non perché lo sono, e nemmeno perché non vogliono realizzarsi. Le cose/persone sono imperfette, perché desiderano dare a noi uno scopo nella vita: consentirci di fare in modo che esse stesse si realizzino.
martedì 14 ottobre 2014
Ottobre o del mistero
Faccio mille cose e ogni tanto non capisco nemmeno più a che gioco sto giocando, qual è il campo, come si fa punto, se l'importante è vincere o partecipare, se sono ancora in gara.
I giorni sono diversi l'uno dall'altro più per il meteo che per le scoperte che faccio, più per il frigo pieno/vuoto che per le impercettibili gigantesche esultanze della mente che esplora e indaga, più per l'abito che metto che per le parole che regalo e che ricevo.
Sarà il velo grigio di ottobre. Forse sì, e poi del resto, dare la colpa a qualcos'altro va sempre bene, fa sempre bene.
Però poi, un pomeriggio, una piccola rivelazione mi fa fare immaginarie capriole a mezz'aria. Di colpo sono leggera, di colpo piena, di colpo viva.
Capita per caso, o per sforzo, che qualcuno ti racconti i propri segreti. Ciò che più teme, ciò che più desidera, ciò di cui più si vergogna, ciò che più lo logora o ciò che più lo eleva.
E in quell'istante mi è chiaro. L'amore, quel senso di totale presenza comunione affetto reciprocadipendenza destinocomune individualitàsenzaconfini che è la totale mia pienezza, è quando un mistero tale e quale al tuo, ma totalmente diverso, ha il coraggio di dirsi.
Ha il coraggio di indicarti il telo nero che lo avvolge e di dirti: guarda lì, quello sono io. Mi ami ancora? Puoi amarmi nonostante questo?
L'amore è quando il velo nero non fa più paura, è quando non lo vuoi più strappare, è quando lo contempli, è quando anche tu indichi il tuo velo nero e dici: Mi ami ancora? Puoi amarmi nonostante questo?
I giorni sono diversi l'uno dall'altro più per il meteo che per le scoperte che faccio, più per il frigo pieno/vuoto che per le impercettibili gigantesche esultanze della mente che esplora e indaga, più per l'abito che metto che per le parole che regalo e che ricevo.
Sarà il velo grigio di ottobre. Forse sì, e poi del resto, dare la colpa a qualcos'altro va sempre bene, fa sempre bene.
Però poi, un pomeriggio, una piccola rivelazione mi fa fare immaginarie capriole a mezz'aria. Di colpo sono leggera, di colpo piena, di colpo viva.
Capita per caso, o per sforzo, che qualcuno ti racconti i propri segreti. Ciò che più teme, ciò che più desidera, ciò di cui più si vergogna, ciò che più lo logora o ciò che più lo eleva.
E in quell'istante mi è chiaro. L'amore, quel senso di totale presenza comunione affetto reciprocadipendenza destinocomune individualitàsenzaconfini che è la totale mia pienezza, è quando un mistero tale e quale al tuo, ma totalmente diverso, ha il coraggio di dirsi.
Ha il coraggio di indicarti il telo nero che lo avvolge e di dirti: guarda lì, quello sono io. Mi ami ancora? Puoi amarmi nonostante questo?
L'amore è quando il velo nero non fa più paura, è quando non lo vuoi più strappare, è quando lo contempli, è quando anche tu indichi il tuo velo nero e dici: Mi ami ancora? Puoi amarmi nonostante questo?
giovedì 9 ottobre 2014
Certezze
Sono mesi che rincorro la vita che vorrei, e la vita che vorrei è quando voglio la vita che ho.
Io serva non ci morirò.
Lasciar chiuso il cuore, anestetizzarsi, occuparsi solo di "ego" ma per niente di se stessi, ricorrere al "tengo famiglia", lavorare per comprare la macchina per andare a lavorare, sono i modi più veloci ed indolori per diventare zombie.
Gli zombie governano il mondo. Ma non permetterò che governino il mio.
Io serva non ci morirò.
Lasciar chiuso il cuore, anestetizzarsi, occuparsi solo di "ego" ma per niente di se stessi, ricorrere al "tengo famiglia", lavorare per comprare la macchina per andare a lavorare, sono i modi più veloci ed indolori per diventare zombie.
Gli zombie governano il mondo. Ma non permetterò che governino il mio.
domenica 5 ottobre 2014
Paradossi, dicono.
La fatica che faccio per essere davvero viva mi ucciderà.
Tutta questa vita che mi tracanno, che mi voglio divorare, mi ucciderà.
La mancanza di vitalità, nel frattempo, mi uccide.
Un po' più in là, un po' più in là.
Voglio almeno morire felice.
martedì 23 settembre 2014
Senzasoluzionedicontinuità
Ieri mi sono messa in contatto con l'Universo.
Mi ha detto che devo fidarmi di lui, e che mi aiuterà, ma che un po' mi devo impegnare anche io, che qualche cosa in cambio gli devo dare. Ci siamo accordati per tre caramelle gommose, ma non gli orsetti che non gli piacciono, e un mottarello.
E insomma, lo ammetto: forse ho semplicemente parlato con me stessa, forse con dio, forse con Dio o forse con nessuno. Non lo so.
E poi oggi ho visto su l'Internazionale la foto di Laniakea, il superammasso di galassie in cui si trova anche la via Lattea, in cui si trova anche il Sistema Solare, in cui si trova anche la Terra, in cui si trova anche l'Europa, in cui si trova anche l'Italia, in cui si trova anche Milano e in cui vi trovate anche voi, e anche me.
E mi sono chiesta come fosse possibile fotografare se stessi così da lontano, e mi sono chiesta se anche una foto di Laniakea fosse in fondo un mio autoritratto. E un autoritratto di Francis Bacon forse è anche un mio autoritratto, e anche un tuo, e anche di un abitante dell'Universo, e dell'Universo stesso e di dio/Dio?
E poi Laniakea si sta allontanando, espandendo. Allontanando da che cosa? Espandendo dove? In un Nulla in cui l'Universo avanza?
E non trovo risposte. Ma le domande, quanto sono più belle di una qualsiasi risposta?
Forse l'Universo si espande semplicemente perché è curioso.
Mi ha detto che devo fidarmi di lui, e che mi aiuterà, ma che un po' mi devo impegnare anche io, che qualche cosa in cambio gli devo dare. Ci siamo accordati per tre caramelle gommose, ma non gli orsetti che non gli piacciono, e un mottarello.
E insomma, lo ammetto: forse ho semplicemente parlato con me stessa, forse con dio, forse con Dio o forse con nessuno. Non lo so.
E poi oggi ho visto su l'Internazionale la foto di Laniakea, il superammasso di galassie in cui si trova anche la via Lattea, in cui si trova anche il Sistema Solare, in cui si trova anche la Terra, in cui si trova anche l'Europa, in cui si trova anche l'Italia, in cui si trova anche Milano e in cui vi trovate anche voi, e anche me.
E mi sono chiesta come fosse possibile fotografare se stessi così da lontano, e mi sono chiesta se anche una foto di Laniakea fosse in fondo un mio autoritratto. E un autoritratto di Francis Bacon forse è anche un mio autoritratto, e anche un tuo, e anche di un abitante dell'Universo, e dell'Universo stesso e di dio/Dio?
E poi Laniakea si sta allontanando, espandendo. Allontanando da che cosa? Espandendo dove? In un Nulla in cui l'Universo avanza?
E non trovo risposte. Ma le domande, quanto sono più belle di una qualsiasi risposta?
Forse l'Universo si espande semplicemente perché è curioso.
venerdì 19 settembre 2014
Vivere vs. riflettere sul vivere
Ho creduto a lungo che il senso della vita fosse cercare il senso della vita.
Riflettere, comparare, analizzare i massimi sistemi, rispondere a "chi siamo?" "da dove veniamo?" "dove andiamo?" "perché viviamo?"
Di colpo mi rendo conto che tutto ciò è divertente e fa sentire fighi e tieni vivi intellettualmente e dà un senso di spessore alla vita.
Ma le vere domande sono: "come tratto me stessa?" "come tratto gli altri?" "che scopo do al mio lavoro?" "riesco ad uscire da me stessa?" "preferisco la novità o le abitudini?"
E le risposte a queste domande risiedono nell'uso che faccio di ogni secondo della mia vita.
A questo punto, se tralascio l'epifania e torno alla riflessione, emerge un fatto critico: i massimi sistemi sono evidentemente meno impegnativi.
mercoledì 10 settembre 2014
Note a margine
Il matto in insospettabile completo grigio che mi si siede accanto in tram. La cravatta gialla che alla seconda occhiata mi spiega tutto di lui.
Il tunz tunz dagli auricolari della vicina dall'altro lato.
Gli ingegneri che vestiti da ingegneri parlano di altri ingegneri, chiamandoli per cognome.
I pendolari. Gli amanti. Gli iscritti al corso di yoga, prima lezione, che vedo dalla finestra.
Lo status di Facebook da aggiornare, mia massima attività creativa, dopo la scelta dell'outfit.
Dalle 18 alle 20 sono sempre triste.
E capisco meglio tutto. Trovo pure delle soluzioni. Meravigliosamente difficili e melodrammatiche.
Il vero problema è che quando sono felice non capisco un cazzo.
Il tunz tunz dagli auricolari della vicina dall'altro lato.
Gli ingegneri che vestiti da ingegneri parlano di altri ingegneri, chiamandoli per cognome.
I pendolari. Gli amanti. Gli iscritti al corso di yoga, prima lezione, che vedo dalla finestra.
Lo status di Facebook da aggiornare, mia massima attività creativa, dopo la scelta dell'outfit.
Dalle 18 alle 20 sono sempre triste.
E capisco meglio tutto. Trovo pure delle soluzioni. Meravigliosamente difficili e melodrammatiche.
Il vero problema è che quando sono felice non capisco un cazzo.
martedì 2 settembre 2014
Niente è come sembra ovvero della capoeira come imago roboris ac potentiae
Those who prefer their principles over their happiness, they refuse to be happy outside the conditions they seem to have attached to their happiness.
Albert Camus
Una capoeira.
La vita interiore mia, la vita dell'amore che vuole durare e non morire di troppa bontà o troppo cinismo, è una capoeira.
Una danza di schiavi, che si preparano, a ritmo di musica, a lottare per la loro libertà.
Forza e leggerezza. Ritmo e precisione. Gesti che sembrano solo aggraziati, che devono essere aggraziati, ma sotto l'apparenza di pura bellezza parlano di auto-dominio, di determinazione, di ansia fame desiderio di libertà, di sogni più grandi, di conflitti che, gestiti, fanno avanzare la vita.
Come i capoeiristi, come il samurai, come il guerriero di tutte le tradizioni mistiche: mantenersi forti, pronti a lotta, con il corpo vigile e la mente lucida, e decidere di astenersi, di portare la guerra ad altri livelli. Interni, superiori e solo in casi estremi, e quando si è pronti, portarlo all'esterno. Una volta individuati con precisione i nemici.
Potremmo essere come un leone domato, che si è domato da sè.
Perché sa che la sua forza gli serve tutta intera, ma potrebbe anche fregarlo. E allora impara a gestirla.
E insomma, credo che Atena, la saggia dea guerriera, sia ancora con me.


Albert Camus
Una capoeira.
La vita interiore mia, la vita dell'amore che vuole durare e non morire di troppa bontà o troppo cinismo, è una capoeira.
Una danza di schiavi, che si preparano, a ritmo di musica, a lottare per la loro libertà.
Forza e leggerezza. Ritmo e precisione. Gesti che sembrano solo aggraziati, che devono essere aggraziati, ma sotto l'apparenza di pura bellezza parlano di auto-dominio, di determinazione, di ansia fame desiderio di libertà, di sogni più grandi, di conflitti che, gestiti, fanno avanzare la vita.
Come i capoeiristi, come il samurai, come il guerriero di tutte le tradizioni mistiche: mantenersi forti, pronti a lotta, con il corpo vigile e la mente lucida, e decidere di astenersi, di portare la guerra ad altri livelli. Interni, superiori e solo in casi estremi, e quando si è pronti, portarlo all'esterno. Una volta individuati con precisione i nemici.
Potremmo essere come un leone domato, che si è domato da sè.
Perché sa che la sua forza gli serve tutta intera, ma potrebbe anche fregarlo. E allora impara a gestirla.
E insomma, credo che Atena, la saggia dea guerriera, sia ancora con me.
venerdì 22 agosto 2014
Le mille proprietà del limone
C'è un nota introduttiva a questo scritto.
A me i limoni piacciono.
Maliziosi.
Mi piacciono certo anche i lunghi baci con la lingua, sia ora che limono solo con il Biondo sia quando li davo a caso rischiando la mononucleosi. Ma intendo propri gli agrumi gialli. Forse perché mi hanno abituato ad apprezzarli da piccola, forse perché hanno mille proprietà (fanno digerire, regolano l'intestino, rinfrescano, sono antiossidanti ecc ecc), fatto sta che raramente passa un giorno senza che ne beva il succo, o me ne mangi uno.
Ecco.
Però c'è quel detto: "If life gives you lemons, make lemonade" che a me più che ricordarmi un approccio basato sul positive thinking, ricorda l'italico "chi si accontenta gode". Non so come, da questo detto sono giunta a quest'altro, inventato da me: "if life makes you a lemon, be a lemon".
Ovvero, anche se le arance sono più dolci e piacciono a tutti e non fanno arricciare la lingua e allungare i denti, se sei un limone, non potrai mai diventare altro. Sii un limone. Però, qualcosa puoi fare.
Se per esempio come me sei nata con una naturale tendenza alla paranoia (o ti si è sviluppata nel corso degli anni) tale per cui all'interno di meravigliose meraviglie tu riesci sempre a notare le note dissonanti e i dettagli che non quadrano, e dentro di te queste particelle di imperfezione (a cui consciamente nemmeno hai fatto caso) crescono e gettano radici e ombre sulla meravigliosa meraviglia, non puoi far finta di essere diversa. Tu, come me, noterai sempre la nota dissonante e il dettaglio che non quadra, anche se non vuoi. In te, anche se ti opporrai e cercherai di razionalizzare e di riportare tutto alle giuste proporzioni, quello sbaffo di errore crescerà fino a toglierti il sonno e la ragione.
Quindi, limone sei e limone resterai. A quel punto tanto vale esserlo orgogliosamente. Tanto più che appunto a me i limoni piacciano, e che questa capacità di notare incongruenze, imperfezioni e incertezze in fondo in fondo mi piace (sebbene mi mandi ai matti).
Ma che cosa puoi fare affinché il tuo gusto aspro e i tuoi schizzi acidi che finiscono immancabilmente negli occhi non facciano storcere la bocca agli altri, che ai limoni preferiscono le arance?
Puoi fare la limonata, ok. Ma che noia!
Puoi cucinare qualcosa che ben si adatti ai limoni, una frittura di pesce, un'insalata di carote, un pollo al limone. Puoi usare il limone per far passare il singhiozzo, spremendolo su un cucchiaino di zucchero (rimedio, efficace, che ho letto e sperimentato da piccola)
Puoi piantare il limone, anzi, i limoni, e far crescer frondose e aromatiche piantina di limoni. E mentre aspetti che crescano le zagare e ti inondino di profumo, e poi crescano i limoni, gialli e inaspettati, puoi rileggere I limoni di Montale.
E poi, puoi sempre limonare.
PS: nella foto, oggetti del desiderio
A me i limoni piacciono.
Maliziosi.
Mi piacciono certo anche i lunghi baci con la lingua, sia ora che limono solo con il Biondo sia quando li davo a caso rischiando la mononucleosi. Ma intendo propri gli agrumi gialli. Forse perché mi hanno abituato ad apprezzarli da piccola, forse perché hanno mille proprietà (fanno digerire, regolano l'intestino, rinfrescano, sono antiossidanti ecc ecc), fatto sta che raramente passa un giorno senza che ne beva il succo, o me ne mangi uno.
Ecco.
Però c'è quel detto: "If life gives you lemons, make lemonade" che a me più che ricordarmi un approccio basato sul positive thinking, ricorda l'italico "chi si accontenta gode". Non so come, da questo detto sono giunta a quest'altro, inventato da me: "if life makes you a lemon, be a lemon".
Ovvero, anche se le arance sono più dolci e piacciono a tutti e non fanno arricciare la lingua e allungare i denti, se sei un limone, non potrai mai diventare altro. Sii un limone. Però, qualcosa puoi fare.
Se per esempio come me sei nata con una naturale tendenza alla paranoia (o ti si è sviluppata nel corso degli anni) tale per cui all'interno di meravigliose meraviglie tu riesci sempre a notare le note dissonanti e i dettagli che non quadrano, e dentro di te queste particelle di imperfezione (a cui consciamente nemmeno hai fatto caso) crescono e gettano radici e ombre sulla meravigliosa meraviglia, non puoi far finta di essere diversa. Tu, come me, noterai sempre la nota dissonante e il dettaglio che non quadra, anche se non vuoi. In te, anche se ti opporrai e cercherai di razionalizzare e di riportare tutto alle giuste proporzioni, quello sbaffo di errore crescerà fino a toglierti il sonno e la ragione.
Quindi, limone sei e limone resterai. A quel punto tanto vale esserlo orgogliosamente. Tanto più che appunto a me i limoni piacciano, e che questa capacità di notare incongruenze, imperfezioni e incertezze in fondo in fondo mi piace (sebbene mi mandi ai matti).
Ma che cosa puoi fare affinché il tuo gusto aspro e i tuoi schizzi acidi che finiscono immancabilmente negli occhi non facciano storcere la bocca agli altri, che ai limoni preferiscono le arance?
Puoi fare la limonata, ok. Ma che noia!
Puoi cucinare qualcosa che ben si adatti ai limoni, una frittura di pesce, un'insalata di carote, un pollo al limone. Puoi usare il limone per far passare il singhiozzo, spremendolo su un cucchiaino di zucchero (rimedio, efficace, che ho letto e sperimentato da piccola)
Puoi piantare il limone, anzi, i limoni, e far crescer frondose e aromatiche piantina di limoni. E mentre aspetti che crescano le zagare e ti inondino di profumo, e poi crescano i limoni, gialli e inaspettati, puoi rileggere I limoni di Montale.
E poi, puoi sempre limonare.
martedì 19 agosto 2014
Cose da grandi, in rime da bambina.
Se sei troppo impegnato a prendere, non c'è spazio per farti sorprendere.
Se sei troppo impegnato ad analizzare, non resta niente per cui esultare.
Se sei troppo impegnato a spiegare, che cosa mai può farti sognare?
Se sei troppo impegnato a programmare, non sarai mai capace di amare.
Se sei troppo impegnato a capire, non ci sarà nessuno a farti stupire.
Se sei troppo impegnato a pensare, nessun senso avrò il tuo lavorare.
Se sei troppo impegnato ad avere ragione, il risultato sarà sembrare un coglione.
Se sei troppo impegnato a prenderti sul serio, scoprirai ben presto quanto è deleterio.
Vivere è molto meglio di analizzare la vita. (E fanculo alla struttura, alla rima e agli obblighi).
Se sei troppo impegnato ad analizzare, non resta niente per cui esultare.
Se sei troppo impegnato a spiegare, che cosa mai può farti sognare?
Se sei troppo impegnato a programmare, non sarai mai capace di amare.
Se sei troppo impegnato a capire, non ci sarà nessuno a farti stupire.
Se sei troppo impegnato a pensare, nessun senso avrò il tuo lavorare.
Se sei troppo impegnato ad avere ragione, il risultato sarà sembrare un coglione.
Se sei troppo impegnato a prenderti sul serio, scoprirai ben presto quanto è deleterio.
Vivere è molto meglio di analizzare la vita. (E fanculo alla struttura, alla rima e agli obblighi).
martedì 12 agosto 2014
Positive thinking according to my dad
Continuo a credere che abbiamo il potere di scegliere delle nostre vite, di capire che in alcune situazioni mettere il muso o arrabbiarsi non cambierà le cose e quindi è meglio farsene una ragione e trovare un lato positivo. Tipo che se sei imbottigliato nel traffico, se ti arrabbi quella mezz'ora di fastidio ti sembrerà infinita. Accendi la radio e canta a squarciagola, piuttosto.
Continuo anche a credere che lavorare per la nostra personale felicità è una scelta con ricadute anche sugli altri, se io sono più felice lo saranno probabilmente anche le persone intorno a me, sono meno cagacazzi e meno disposta alla polemica.
Continuo imperterrita a pensare che alcune persone godono dell'essere infelici, così se la possono raccontare meglio, e possono chiedere compassione e sentirsi giustificati nell'essere stronzi.
Continuo a ritenere meglio non lamentarsi troppo, e piuttosto agire per cambiare le cose.
Ma c'è una cosa a cui non credo più: il positive thinking ad oltranza, noto anche come sindrome di Pollyanna. Se sei stronzo, arrogante, insopportabile, meschino, non sai fare il tuo lavoro, spadroneggi gli altri ecc ecc io ho il sacrosanto diritto di incazzarmi, e pure di dirtelo. Col cazzo che va sempre tutto bene. Col cazzo che mi stanno tutti simpatici. Col cazzo che giustifico uno stronzo perché "sai, anche lui ha i suoi problemi". Col cazzo che avere una malattia sia una cosa da cui imparare qualcosa. Magari lo è, ma resta una merda. Col cazzo che è sempre tutto fantastico e che la vita è un continuo gorgheggio di gioia.
Mio papà aveva ragione: essere buoni ma non coglioni. Ora che lo sapete, regolatevi di conseguenza.
Continuo anche a credere che lavorare per la nostra personale felicità è una scelta con ricadute anche sugli altri, se io sono più felice lo saranno probabilmente anche le persone intorno a me, sono meno cagacazzi e meno disposta alla polemica.
Continuo imperterrita a pensare che alcune persone godono dell'essere infelici, così se la possono raccontare meglio, e possono chiedere compassione e sentirsi giustificati nell'essere stronzi.
Continuo a ritenere meglio non lamentarsi troppo, e piuttosto agire per cambiare le cose.
Ma c'è una cosa a cui non credo più: il positive thinking ad oltranza, noto anche come sindrome di Pollyanna. Se sei stronzo, arrogante, insopportabile, meschino, non sai fare il tuo lavoro, spadroneggi gli altri ecc ecc io ho il sacrosanto diritto di incazzarmi, e pure di dirtelo. Col cazzo che va sempre tutto bene. Col cazzo che mi stanno tutti simpatici. Col cazzo che giustifico uno stronzo perché "sai, anche lui ha i suoi problemi". Col cazzo che avere una malattia sia una cosa da cui imparare qualcosa. Magari lo è, ma resta una merda. Col cazzo che è sempre tutto fantastico e che la vita è un continuo gorgheggio di gioia.
Mio papà aveva ragione: essere buoni ma non coglioni. Ora che lo sapete, regolatevi di conseguenza.
domenica 10 agosto 2014
Se potessi
Se potessi mi squarcerei,
ora, su questo tavolo di cristallo
nella casa dove sono nata,
senza indugi lo farei.
Mi squarcerei il petto.
Aprirei lo sterno bianco e le costole,
facendole scrocchiare, e arriverei al cuore
lo terrei in mano.
Lo frugherei, se potessi, il mio cuore.
Cercherei chi ancora vi abita,
i mostri che, sono sicura, fuggirebbero ovunque.
Farei entrare aria e luce, come in un sabato di primavera.
Cercherei i cadaveri e andrei a seppellirli.
Troverei i germogli e li metterei al sicuro.
Altrove.
In una terra calda e soffice e umida.
Lo aprirei, il mio petto.
Vedrei i polmoni, e con un respiro a mani strizzate
inonderei il mondo di luce
e di tenebra
e di immagini leggere che cadrebbero a terra schiantandosi
senza rompersi.
E le inutili parole che mi affollano scivolerebbero via.
Il mio petto, se potessi, l'aprirei.
E non posso.
Perché non ho coraggio.
Perché sporco tutto.
Allora lo tengo chiuso
e cerco un diverso coraggio.
Il coraggio di sapermi un ottuso angolo di niente
che si crede essenziale.
Il coraggio di vivere senza fare del male.
Il coraggio di sogni che non nascono
di bambini che non crescono.
Il coraggio di continuare
anche se il petto no,
non me lo posso squarciare.
ora, su questo tavolo di cristallo
nella casa dove sono nata,
senza indugi lo farei.
Mi squarcerei il petto.
Aprirei lo sterno bianco e le costole,
facendole scrocchiare, e arriverei al cuore
lo terrei in mano.
Lo frugherei, se potessi, il mio cuore.
Cercherei chi ancora vi abita,
i mostri che, sono sicura, fuggirebbero ovunque.
Farei entrare aria e luce, come in un sabato di primavera.
Cercherei i cadaveri e andrei a seppellirli.
Troverei i germogli e li metterei al sicuro.
Altrove.
In una terra calda e soffice e umida.
Lo aprirei, il mio petto.
Vedrei i polmoni, e con un respiro a mani strizzate
inonderei il mondo di luce
e di tenebra
e di immagini leggere che cadrebbero a terra schiantandosi
senza rompersi.
E le inutili parole che mi affollano scivolerebbero via.
Il mio petto, se potessi, l'aprirei.
E non posso.
Perché non ho coraggio.
Perché sporco tutto.
Allora lo tengo chiuso
e cerco un diverso coraggio.
Il coraggio di sapermi un ottuso angolo di niente
che si crede essenziale.
Il coraggio di vivere senza fare del male.
Il coraggio di sogni che non nascono
di bambini che non crescono.
Il coraggio di continuare
anche se il petto no,
non me lo posso squarciare.
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