venerdì 12 giugno 2015

Felinità e umanità

Non si può restare sempre sulle vette, bisogna sempre ridiscendere.
A che pro allora? Ecco: l'alto conosce il basso, il basso non conosce l'alto. Salendo devi sempre prendere nota delle difficoltà del tuo salire; finchè sali, puoi vederle. Nella discesa non le vedrai più, ma saprai che ci sono, se le hai osservate bene.
Si sale, si vede. Si ridiscende, non si vede più; ma si è visto. Esiste un'arte di dirigersi nelle regioni basse per mezzo del ricordo di quello che si è visto quando si era più in alto.
Quando non è più possibile vedere, almeno è possibile sapere.
René Daumal, da Il Monte Analogo, romanzo d'avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche

Il mio gatto Apache è l'archetipo dell'egoista totale.
Quell'altro gatto a cui sto facendo da balia, Miele, ogni tanto viene a farsi fare le coccole per puro piacere di ricevere le coccole. Apache no, coccole e fusa e grande amore solo se ha fame.
Era un filo più amichevole, ma è peggiorato da quando Miele è arrivato, la gelosia l'ha reso ancora più selvatico. Unica cosa a cui è strenuamente attaccato, cibo a parte, è dormire sul mio letto, meglio, molto meglio se prima è riuscito a cacciare, per sfinimento, l'usurpatore rosso.
A me ricorda la figura dell'Anarca. E' bellissimo. Lo invidio pure un po', nei momenti di fatica di vivere.
Guardare Apache è molto istruttivo. Perché non potendo egli essere un vero Anarca, mi ricorda il modo in cui agiamo quasi tutti noi nel mondo, che veri Anarchi non siamo nemmeno, sebbene potremmo, avendo la capacità, scegliere di diventarlo. Facciamo le fusa quando vogliamo qualcosa, ignoriamo quando non la vogliamo, graffiamo quando ci costringono, allontaniamo i nemici, non abbiamo veri amici, ci impadroniamo degli spazi e ci aspettiamo che ci arrivi ciò che ci spetta di diritto: crocchette a disposizione e bocconcini tre volte al giorno. Non può aspettarsi il sesso, e nemmeno rischiare la vita per andare a prenderselo, perché è castrato.
Ecco, noi viviamo così. Io pure, che leggo libri su libri e medito e medito. Da questa condizione super basic, isolazionista, autocentrata è molto più facile diventare Anarca, che diventare Eroi.
Ma le cose facili e prevedibili mi annoiano moltissimo.



lunedì 8 giugno 2015

Ciò che resta dopo l'ultima campanella dell'a.s. 2014/15

Oggi a scuola non è suonata nemmeno la campanella.
Quindi non c'è stata l'ultima campanella, ma concedetemi la metafora abusata. Sarà l'unica, spero, di questo scritto.
Intorno a quest'ultima campanella non sono nemmeno riuscita a commuovermi. Perché?
Perché stavo andando in sciopero degli scrutini sapendo di fare arrabbiare qualche collega che sabato o forse persino domenica verrà riconvocato.
Perché il fatto che i colleghi si arrabbino per lo sciopero mi fa salire lo sconforto, ma nonostante tutto mi viene da scusarmi.
Perché stavo cercando di capire se è possibile che l'anno prossimo possa lavorare nella stessa scuola, e pare di no. E i motivi sono così complessi e insieme banali da risultare deprimenti.
Perché mi sono resa conto che a partire da una mia mail alcuni colleghi hanno ricominciato a scannarsi invece di trovare un punto in comune che preservi a.il mio e altrui posto di lavoro b.la peculiarità di una scuola in cui fai cinema e tv con gli adolescenti, che è una cosa bellissima e rivoluzionaria o perlomeno sperimentale.
Perché mi sono accorta che non riesco a stare zitta, e a volte vorrei averlo imparato, a volte invece ne sono molto fiera.
Perché penso alla possibilità che passi quell'orrenda riforma che non vuole dirsi riforma chiamata La Buona Scuola e inorridisco all'idea delle scuole dei vostri figli e dei miei colleghi e dei miei futuri figli in mano a gente che in alcuni casi non sa nemmeno scrivere una circolare.
Perché penso e so che è solo una facciata per tagliare fondi e imbrigliare una classe di lavoratori che, nelle storture di un sistema che permette ahimè di imboscarsi, devono avere libertà intellettuale per poterla insegnare agli studenti.
Perché invece di chiederci di essere più umani la nuove pratiche scolastiche per cui tutto è passibile di ricorso e quindi si lavora a monte per evitarlo ,ci chiedono di essere più asettici e precisi e inappuntabili, nella forma, come se forma e sostanza andassero sempre a braccetto.
Perché penso che il lavoro mio e della mia amica e collega Valeria sugli stages è andato quasi a vuoto perché non c'è supporto logistico, ma si vorrebbero risultati splendidi splendenti pagati quanto una cena in un ristorante nemmeno di gran lusso (non al mese, ma ad anno scolastico).
Perché nemmeno stamattina sono riuscita a fare il registro elettronico perché la connessione internet e il sistema di rete profumatamente pagato con i soldi dei contribuenti non funziona mai.
Perché poi dovevo correre all'Accademia di Brera per un corso che mi abiliti ad un insegnamento che mai farò visto che tagliano le cattedre. Corso inutile insulso mal organizzato che non mi permette di uscire di casa da 1 mese per finire i lavori e sarà tutto vano se non  per i 3.000 euro che si sono intascati.
Perché la burocrazia sfibra e sfinisce.
Perché sono stanca, fa caldo, sono incazzata con molti non solo a scuola ma provo a dialogare con tutti, spesso fallendo, ed è faticoso.
Perché a scuola c'era un quarto scarso degli studenti, e quando i corridoi sono vuoti le scuole sono tristi.
E su questo ultimo punto mi fermo e rifletto. Dove sono finiti gli studenti in tutto ciò? Gli ho dato tutto ciò che potevo dare o mi sono fatta succhiare le energie e le ho messe in posti dove la battaglia è inutile, invece di mantenerle dove erano essenziali, ovvero nelle lezioni verifiche interrogazioni risate arrabbiature sorprese delusioni?
E' la vera domanda che voglio conservare per l'ultima campanella dell'anno scolastico. Spero di sì, spero di aver fatto anche degli sbagli e di averli riparati, spero che qualcosa abbiano imparato, spero di ricordarmi ciò che mi hanno insegnato, spero che siano felici o che imparino dalle tristezze, spero che abbiano sogni grandi, spero che imparino a guardare criticamente tutto ciò che vedono, spero che qualche seme di quelli che noi un po' presuntuosamente pensiamo di piantare o di quelli che piantiamo senza accorgercene un giorno germogli.
Tutto il resto passerà, e sarà spesso al di là delle mie disponibilità il modo in cui cambierà, ma aver salutato quasi tutti i miei studenti con una mail invece che con un abbraccio mi riempie di tristezza.
Anche se poi rispondono alle mail, e ti fanno piangere.
Ecco ciò che resta dopo l'ultima campanella dell'a.s. 2014/15.

PS: e comunque mica è finita, dopo l'ultima campanella c'è la prima maturità. Che io Esami di Stato con le maiuscole non li voglio chiamare. Potrete impormi la burocrazia, ma non mi farete diventare arida.


domenica 7 giugno 2015

Conciliazione paritetica

Per la centomillesima volta nella mia vita attraverso la fase in cui mi chiedo: che cosa mi interessa davvero? Che cosa voglio coltivare in me? Che cosa voglio far fiorire da me? Metà delle volte in cui me lo sono chiesta mi sono girata dall'altra parte, l'altra metà ho preteso di avere risposte nette e univoche e di seguirle fino in fondo come un soldato. Risultati delle due strategie? Cazzi amari, tendenzialmente.
Ora mi accorgo che in me esistono due nature. Una energica, vitale, passionale ma anche arrogante, prepotente, egoista, che ha necessità di tutto e voglia di niente, che vuole avere e che dà solo quando sa che qualcosa torna, che sgomita per un posto al sole, che si lascia guardare per farsi afferrare e poi mettere al tappeto l'altro se può, ma non si sa dare. Che usa parole come coltelli e l'intelligenza per sminuire gli altri.
E un'altra natura, conciliante e ricevente, che vuole ma sa anche lasciare andare e accettare la perdita, che cerca non vittorie dialettiche ma riconciliazioni, che le parole le usa come ponti e l'intelligenza per dare qualcosa agli altri e per aiutarli a dare. Ma che si dà per vinta con tanta facilità, perché disgustata dal conflitto, si scusa sempre e si perde opportunità per ignavia o pigrizia.
Le due nature si combattono ferocemente.
La prima natura sa che quello è che fa è ciò che serve per avere successo, ma l'altra soffre delle prevaricazioni e della fatica. La seconda gioisce dell'armonia e delle cose come sono e dei merli sul balcone, e la prima urla "Di più, cazzo. Ora. Subito. Voglio dei cazzo di risultati"
Io queste due nature non le posso sopprimere. Se ne ammazzo una ammazzo anche l'altra.
Se la prima natura vince, sono fottuta: una yuppie squilibrata. Se la seconda natura vince, sono fottuta: una hippie squilibrata.
La strada che intravedo è la ricerca di un costante, probabilmente faticoso ma possibile equilibrio. Che potrà avvenire solo se metterò un passo dopo l'altro con attenzione. Se avrò una cosa fondamentale: consapevolezza. Tutto ciò che faccio senza consapevolezza, oltre a generare un costante rumore di fondo, prima o poi genera sofferenza agli altri e pure a me.
Non posso più vivere d'istinto. Ma nemmeno è possibile analizzare tutto. Serve altro: un potente intuito, che ha bisogno, per essere percepito, di grande pulizia. E di una grande fiducia: mettere in crisi tutto ciò che credo giusto, ma poi sapere che l'intuito sappia ciò che serve, quale natura attivare. E buttarsi.


sabato 6 giugno 2015

Qui dentro si soffoca, e non per il caldo.

L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. [..]  Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.
Orfeo in L'inconsolabile, dai Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese
La citazione di Pavese, anzi, tutto il dialogo, è meravigliosa, e probabolmente vera. Però, sia detto senza accuse ma anzi con molta pietas, Pavese si è suicidato. Chiuso nell'ansia del sé, incastrato nella gola stretta dell'autocommiserazione troppo intelligente, non ce l'ha fatta. Quindi non tutto quello che è meraviglioso e vero è da seguire. 
Ho trovato una foto che ho scattato un anno fa. Io con la macchina in mano, specchiata negli occhiali del Biondo aka nonsipuòdire.
E mi sono accorta che quella foto che pensavo parlasse d'amore per lui, parlava d'amore per me.
Perché io di incontrare gli altri non sono capace. Io cerco continuamente me stessa.
Ipotizziamo di dirlo così: io ho cercato continuamente me stessa. Non ho visto niente se non la mia proiezione, ombra, desiderio incarnato in corpi altrui. 
E nonostante sappia che sia difficile evitarlo, e nonostante sappia che quasi tutti noi non possiamo che fare così, il mio scopo sarà uscire da me stessa. 
E farò anche in modo di ricordarmi che gli altri cercano loro stessi in me, e che dobbiamo entrambi uscire per trovarci. 
E che mi amo anche se sono così. E che vi amo anche se siete così. Ma in questa oppressione io non ci sto più. 



martedì 2 giugno 2015

La strade del paradiso è lastricata da un inferno di desideri

À l'aurore, armés d'une ardente patience, nous entrerons aux splendides villesArthur Rimbaud, Une saison en enfer
Le vere domande per conoscere un essere umano non sono da dove vieni, che cosa fai, quanti anni hai, hai fidanzato/moglie/figli/gatti/cavalli, che lavoro fai, quanto guadagni, dove vuoi andare in vacanza, a che serata vuoi andare, come prendi il caffè, sei vegetariana, fai yoga/parapendio/downhill/teatro?
Tutte le cose di cui sopra sono rivelate e conoscibili dalla frequentazione ordinaria. 
La vera domanda da fare, e soprattutto da farci per conoscerci, è che cosa desideri? A che cosa aspiri? Che cosa ti brucia l'anima? 
Perché ciò che non si è ancora conquistato è il carburante della nostra vita. E magari non lo conquisteremo mai, e in alcuni casi è pure meglio, ma senza desiderio saremmo morti.
C'è in realtà un'altra domanda cruciale, ma qui sono gran cazzi: perché desideri ciò che desideri? Per quale motivo hai necessità di bruciare la tua vita più o meno ardentemente? Per quale motivo attraversi l'inferno dei desideri? 


giovedì 28 maggio 2015

But now you see the light, stand up for your right

You can fool some people sometimes  
But you can't fool all the people all the time
Get up, stand up Bob Marley


Mettiamo un impegno spropositato, tutti noi esseri umani sulla Terra, nel cercare modi per dare agli altri quello che immaginiamo li possa interessare, piacere, rassicurare, stupire, attrarre verso di noi. Ciò che ci consentirà di "fare bella figura", di parere conformi alle loro aspettative, che però vediamo con i nostri miseri occhi. Quindi in fondo vogliamo essere conformi alle nostre aspettative su noi stessi, e alle nostre aspettative sugli altri. Aspettative che una società fondamentalmente oppressiva e un'educazione autoritaria e sicuramente non autorevole ci ha fatto percepire come giuste e desiderabili. 
E mentre lo facciamo ci rendiamo immensamente ridicoli e tristi e schiavi. Ridicoli perché gli altri, se non tutti almeno qualcuno e generalmente chi amiamo di più, sa che stiamo cercando di fotterli. E prova compassione per noi. E ci rendiamo tristi, perché l'unica cosa che vorremmo è essere veri e toccare gli altri ed essere toccati. E ci rendiamo schiavi perché ci obblighiamo ad essere finti, e perché obblighiamo gli altri ad essere finti. 
Una schifezza totale. In genere va così. 
Però non sempre, e questo è ciò a cui possiamo restare attaccati, che ci dà speranza, che ci fa alzare dal letto ogni giorno, almeno a me. Ogni tanto strappiamo o conquistiamo o stacchiamo dolcemente o ci regalano brandelli di verità, sia a noi sia agli altri, brandelli così puri e potenti che ci commuovono riempiono spaventano spingono a cambiare.
Io quando muoio vorrei essere avvolta in un'invisibile coperta patchwork fatta di tutti i momenti in cui sono stata vera, in cui mi sono tolta la pelle e la carne e non ho usato strategie. Fatta di tutti gli incredibili regali che molti di quelli che ho incontrato mi hanno fatto, regalandosi puri ed inermi. Dalla sconosciuta in un bar di Lisbona al mio studente dai miei genitori ai miei fidanzati. 
E questa sarà una coperta corta, che lascerà scoperto qualche cosa. Ma sarà la cosa più preziosa del mondo. E non se ne andrà con me. 


domenica 24 maggio 2015

Ora e sempre Resilienza!

resilienza

[re-si-lièn-za] n.f.
pl. -e
1. (fis.) proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi, rappresentata dal rapporto tra il lavoro necessario per rompere una barretta di un materiale e la sezione della barretta stessa
2. capacità di resistere e di reagire di fronte a difficoltà, avversità, eventi negativi ecc.:resilienza sociale
Etimologia: ← deriv. del lat. resilĭens -ĕntis, part. pres. di resilīre ‘rimbalzare’, comp. dire- ‘indietro’ e salīre ‘saltare’.
fonte: http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=resilienza 
I metalli hanno una resilienza che si misura con formule matematiche.
Gli esseri umani e anche i sistemi sociali hanno la capacità di acquisire la capacità di resilienza. 
Non nasciamo imparati, ed imparare cose nuove è la parte divertente della vita. 
Ecco, divertente fino a pagina cinque direbbe la mia amica Silvia.
Ma non è che possiamo chiudere tutti i libri dopo cinque pagine, quindi suchiamoci quel che dobbiamo sucarci, e godiamoci il viaggio. 


mercoledì 20 maggio 2015

L'insegnante appare quando lo studente è pronto

Disciplina
Concentrazione
Pazienza
Interesse
Capacità di stare da soli
Sensibilità con se stessi
Superamento del narcisismo
Ragionevolezza e umiltà
Fede
Attività
Coraggio
Sincerità.

Mi sembra bastino. Porco cazzo se bastano.


lunedì 18 maggio 2015

Affondo, in fondo.

Rendi cosciente l'inconscio altrimenti sarà l'inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.
Carl Gustav Jung
Chiudere gli occhi.
Girare la testa.
Scappare.
Scopare.
Sposare.
Spostare.
Nascondersi.
Odiare invidiare criticare spezzare. 
Coprire gli specchi. Romperli. 
Tattiche di sopravvivenza a noi stessi.
Inutili. Inutile dirlo. 
Giri l'angolo, cambi pagina, cerchi novità, 
e il destino antico e saggio come l'universo 
ti attende. 
Sempre. 
Stai dove sei. Guarda il vortice nero. A fondo.
A fondo. A fondo .
Affondo. Affondo. Affondo. 
In fondo, luce. 
Aggrappati. Fidati.
Fidati. Fa tutto lei. Tu sei lei. Lei è te.
Non fare niente. Sorridi. 
Risali. Respiri. Luccichi. Luccicate. Respirate. Risalite. 
Il mondo è tuo. Tu sei tuo. Niente è più tuo. 
Il destino è esploso. 
A che cosa devi sopravvivere ora? 
Puoi semplicemente vivere.







martedì 12 maggio 2015

La solitudine non (si) dice.

L'altro giorno al paese in cui sono nata si è suicidata una persona.
Poi hanno detto che era un uomo.
Poi hanno raccontato che si sia messo davanti al treno a braccia aperte, un Freccia Bianca, per la precisione. E l'aveva aspettato. L'aveva accolto. E se ne era lasciato mangiare.
Poi non si sapeva chi fosse.
Poi si è scoperto che era del mio paese.
Poi si è scoperto che aveva all'incirca la mia età.
Poi hanno iniziato a dire che se l'era cercata era andato ad un rave organizzato lì vicino a disturbare il sonno dei giusti sporcare drogarsi e se uno si droga e poi non è lucido e si butta sotto il treno e ferma i treni  è colpa sua e noi paghiamo.
Poi ho scoperto che è un ragazzo con cui facevo le vacanze all'oratorio da ragazzina. Uno di quelli che conosci da sempre per nome e cognome e sai che sono un po' strambi e ti attraggono e respingono fanno spesso ridere e l'hai visti spaccarsi sotto i tigli che profumano d'estate e non ti ricordi nemmeno mezza parola scambiata con lui ma ma ti ricordi precisamente il suono della sua voce e il modo un po' sornione in cui sorrideva e come era brusco e cercava il contatto ma come un animale ferito ne aveva paura però bisogno. E ti ricordi, o ti sembra di ricordarti quando all'isola d'Elba tirava i cachi acerbi dall'altra parte del muretto e ha colpito una tizia in testa. E ti ricordi la sua bellissima mamma che sembrava sempre scusarsi per lui.
E mi trovo a piangere per uno che se avessi incontrato settimana scorsa forse nemmeno avrei riconosciuto. O forse avrei pensato: ma è lui? E avrei detto a qualcuno che lo conosceva per nome e cognome come me che l'avevo incontrato, forse era lui, e che sembrava stesse bene/male/meglio/peggio/provato/sereno e avrei pensato presuntuosamente di sapere qualche cosa di lui. E piango per la sua solitudine che sebbene tutti conoscevamo nessuno ha riconosciuto, non ha mai avuto il suo nome. Solo un altro, che non era il suo. Non era mai il suo. Cazzo. Possibile che nessuno nessuno nessuno al mondo sia riuscito a dirgli: non è colpa tua. E' colpa della solitudine. Nessuno che abbia trovato la parola giusta? Dove cazzo sono le parole giuste quando servono? Dove cazzo siamo quando dobbiamo dire le parole giuste? Dove cazzo eravamo quando potevamo capire che lui diceva la parola solitudine in tutte le lingue che sapeva, ma non la nostra?
Ed è triste immaginare la caverna che la goccia dei secondi di dolore che gli gocciolavano dentro gli ha creato. Ed è impossibile pensare lo schianto che ha fatto quando è collassata.
E piango pensando non all'ineluttabilità del suo "ultimo gesto", ma alla solitudine disperata del  suo ultimo abbraccio. Un abbraccio al Freccia Bianca in corsa. Cazzo.


venerdì 8 maggio 2015

Parole in prestito. Uomini, di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Non ci sono uomini poco interessanti.
Sono i loro destini storie di pianeti.
Tutto, nel singolo destino, è singolare
E non c’è un altro pianeta che gli somigli.
Ma se qualcuno è vissuto inosservato
– e di questo si è fatto un amico -
tra gli uomini è stato interessante
anche col suo passare inosservato.
Ognuno
Ha un mondo misterioso
Tutto suo.
E in esso c’è l’attimo più bello
E l’ora più angosciosa,
solo che noi non ne sappiamo niente.
Se muore un uomo,
con lui muore
la sua prima neve, il primo bacio,
la sua prima battaglia…
E tutto egli porta via con sé.
Restano, è vero, libri e ponti
Macchine e quadri. E’ destino
Che molto rimanga, eppure
Qualcosa se ne va lo stesso.
E’ la legge di un gioco spietato:
non muoiono uomini,
ma interi mondi.
Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori.
Ma, in sostanza, che ne sapevamo di loro?
Che ne sappiamo di fratelli e amici?
Che ne sappiamo del nostro unico amore?
E anche di nostro padre, sapendo tutto,
noi non sappiamo niente.
Gli uomini passano…
Ed è impossibile richiamarli in vita.
Impossibile risuscitare i loro mondi misteriosi.
Ma ogni volta desidero ancora
Gridare

per questa irrevocabilità.


martedì 5 maggio 2015

Della fine, che non è indicibile

Chi non si aspetta l'inaspettato, non troverà la verità
Eraclito

Volevo evitare di scrivere sul blog della fine della relazione con il Biondo, che ora ha per me un nuovo soprannome che per privacy non rivelerò se non di persona a chi ne farà richiesta (prevedo la fila).
Eppure ora sono qui a scriverne. Ho scritto a suo tempo dell'inizio, e ora provo a celebrarne la fine. Che la fine fa paura, ma ha una sua bellezza.
E mi dico che da brava Vergine sto cercando motivazioni e ragioni, e ragioni vere ce ne sono, fattuali psicologiche individuali di tempo di desideri di volontà di dinamiche tra di noi di dinamiche sociali e universali e di altra femminilità. Ma non ce n'è nessuna,
E mi dico che sono arrabbiata, e lo sono. E triste, e lo sono. E delusa, e lo sono.
E mi dico che ho perso tempo. E mi dico che ho sbagliato delle cose. E mi dico che morirò gattara. E mi dico che sono diventata adulta. E mi dico che il meglio deve ancora venire. E mi dico che le sfortune sembran fortune e viceversa.
E mi vedo con la volontà di affermare le mie ragioni. E mi vedo a rifiutare le sue. E mi vedo incapace di capire le sue, due alfabeti diversi.
E mi riconosco la volontà di chiudere. E il desiderio di aprirmi il cuore ancor di più, sforzandomi in uno sforzo che mi strema e che non mi soddisfa.
E mi vedo precorrere i tempi e insieme oziare, lasciando gocciolare il tempo nel dolore e nel vuoto che mi si muove dentro, riempiendomi. E mi vedo parcellizzare l'atomo e pure ricostruirlo.
E mi vedo essere viva e lucida e piena come da tempo non ero e mi chiedo se è mai possibile che stia sempre meglio quando sto peggio, o se semplicemente quando sto peggio tutto si accumuli, e il peso che una volta mi poteva annientare, ora mi fa risorgere, se cammino con attenzione sulla cresta dell'onda delle rovine che crollano invece di lasciarmi andare a peso morto sotto le macerie.
E mi fermo e vedo momenti di felicità provvisoria che non voglio scambiare con nessuno, che non ridarei indietro nemmeno se sapessi di potermi scontare questa pena. E che tengo per me.
E mi fermo e vedo dei momenti di infelicità provvisoria che ho cercato di annullare, di non vedere, di arginare e fermare, pensando che bastasse la volontà. E ora guardo anche quelli. E li tengo per me.
E mi fermo e vorrei buttare dal balcone le poche cose che ha lasciato.
E mi fermo e mi metto la felpa che mi ha regalato.
E mi fermo e penso ai contratti che avevamo reciprocamente firmato. E non so se li abbiamo firmati davvero, e quando. Forse un milione di anni fa.
E penso che vorrei strappargli i capelli che ha in testa, che tanto gli cadranno prima o poi. E penso che non riesco a fargli del male, e che mi fa incazzare non riuscirci. E penso che ne starò fuori, dal bene e dal male che gli accadranno o si farà accadere.
E penso che vorrei vedere ancora la sua anima buona, e ora non ci riesco per niente. E vorrei vedere anche la mia anima buona, e ora non ci riesco fino in fondo.
E odio le differenze che non ho notato, e le amo perché sono ciò che ci ha tenuto insieme e che ci siamo scambiati. E penso che magari non gli ho lasciato niente, e mi sento inutile. E penso a ciò che mi ha lasciato, ed è poco, ma di pregio.
E mi guardo in questa casa colorata e ancora spoglia ma disordinata e penso che anche se soffro lui non mi manca qua dentro. E allora mi chiedo perché soffro, per che cosa soffro, per chi soffro.
E la cosa per cui soffro è l'impossibilità di riconoscere lui che ha scelto di non farsi più riconoscere, e la sensazione di impossibilità nel riconoscere me, perché gli altri, soprattutto chi amiamo, sono il nostro specchio.
Ma io forse in quello specchio da tempo non mi guardavo davvero e non sapevo più il suo nome, non lo sapevo più sia perché lui me l'ha celato sia perché io non lo sapevo più dire. E non lo so più dire a tal punto che l'ho cambiato.
E allora perché, perché soffro? Perché non allargo il cuore e abbraccio l'Universo, e anche lui che ora non so nominare?
Soffro perché ho perso il controllo. Perché non sopporto di averlo perso. Perché ho deragliato, sono andata troppo veloce, siamo andati troppo veloci e le forme hanno perso forma e i colori hanno perso colore come il paesaggio dal finestrino di un treno veloce.
Soffro perché mi sono dimenticata che in fondo alla vita non c'è il cartello di Arrivo. C'è solo la vita che finisce, e se punti al cartello di Arrivo ti perdi il viaggio. E io l'ho perso per un po'. Puntavo all'Arrivo, e ho chiuso gli occhi e trattenuto il respiro e speravo di arrivare a destinazione serrando le mandibole. E quando ho respirato di nuovo e riaperto gli occhi, lui non c'era più.  E io non sapevo bene dove ero. E io non so più bene chi è lui, e chi sono io.
E ora potrei anche continuare a soffrire. Ma se anche mi sforzo di cancellarlo, se anche mi impongo di ignorarlo, quel pezzo di viaggio l'ho fatto,  un po' con lui un po' da sola. E mi ha portato qui. E qui, anche se è difficile da accettare, qui non è altro che un dato di fatto, qui è dove le cose sono come sono. Qui è il posto in cui l'inaspettato svela la realtà.


lunedì 4 maggio 2015

Detto zen

"Si è zen quando si è zen, non quando si decide unilateralmente che si è diventati zen. Porco cazzo."


domenica 3 maggio 2015

Visioni notturne: aprite quella cazzo di porta!

Stanotte, complici forti emozioni e alcune molecole chimiche, ho avuto una sorta di visione. Non propriamente un sogno, e nemmeno qualcosa ispirato da dio (fatto che sarebbe straordinario, visto che credo di non credere in dio). Semplicemente immagini che si componevano chiaramente e confusamente, che mi hanno lasciato con un senso di splendore e chiarezza.
Il mood visivo era quello del videoclip di Protection dei Massive Attack girato da Gondry. Case, tante case, grattacieli di alveari di case, in cui entravo ed uscivo volteggiando nell'aria come la mdp del videoclip. In una di queste case incontravo anche me stessa, in altre invece sconosciuti di ogni razza, e in altre amici e persone amate. Ad un certo punto mi accorgevo che queste case erano finte, erano solo fondali appoggiati a cantinelle, come a Cinecittà. E io cercavo di avvertire le persone che incontravo, e anche a me stessa dentro casa mia, ma non ci riuscivo.
Finché poi ho scoperto che accanto ad ogni casa finta, ce n'era una reale. Calda, solida, luminosa. E che c'era una porta che tutti ignoravamo che collegava la finta casa con la vera casa.
E oltre quella porta c'era la nostra vita come avrebbe potuto essere se avessimo avuto coraggio, avessimo scelto l'amore, avessimo preso i rischi giusti, avessimo scelto l'unione (reale interdipendenza tra uomini e con la Natura) invece della separazione (illusione dell'ego).
E in un attimo mi era chiaro che oltre quella porta, se non l'avessimo varcata durante la vita, ci sarebbe stato il nostro personale inferno dopo la morte: l'eternità passata a contemplare tutto ciò che non ci eravamo concessi, disperati e mangiati dal rimorso.
E ho avuto una pena infinita per l'umanità. Poi mi sono svegliata, anche se non stavo davvero dormendo, e la pena è rimasta. Ma alla pena si è aggiunta un'energia chiara e pura, che oggi proteggo e conservo e che da domani lascio crescere e fluire.



giovedì 30 aprile 2015

Eugualeemmeciallaseconda

Come è possibile pensare ancora il mondo in termini puramente materialistici?
L'energia invisibile e la massa tangibile sono stati messi insieme dalla fisica, da Einstein per primo o forse per secondo, perché pare un italiano con baffoni l'avesse capito e scritto un paio d'anni prima di lui.
Gli atomi, che sembravano indivisibili e si dicono indivisibili, se guardati a fondo sono solo vortici di energie piene di vuoto, eppure a noi sembra, oltre ogni ragionevole dubbio, di essere consistenti.
I nostri pensieri cambiano il mondo, e non sono che il frutto di scambi energetici tra i nostri neuroni che sono pieni di vuoto. E questi scambi, se ci mettiamo energia, li possiamo addirittura controllare, indirizzare, stravolgere.
Tutto ciò che ci emoziona ci emoziona per l'energia che ci trasmette, e quando vogliamo emozionare dobbiamo metterci energia, fosse anche solo per creare un buon piatto di pasta.
Il sole brucia con fragore e lentezza inesorabile la sua massa, facendoci abbronzare e facendo crescere le fragole e lasciandoci tristi nelle estati fredde: ci sembra eterno, ma tra qualche miliardo di anni collasserà pure lui.
Come cazzo si fa ad essere materialisti integralisti? A non vedere non dico la superiorità dell'energia ma almeno l'equivalenza tra energia e massa?
A me serve, e la sto costruendo, una visione strabica, come quando alle superiori si studiava la luce e mi dicevano che a volte si comporta come corpo e a volte come onda e non capivo.
Ora invece mi è chiaro: noi, io, te, il mio gatto, dio, il vaso di gerani sul terrazzo viviamo tutti sul filo del rasoio tra onda e particella, tra spirito e materia, tra materialismo e idealismo.


giovedì 16 aprile 2015

Fuorisalone? Magari

Mi sento fuori luogo, fuori tempo massimo, fuori sincrono, fuori fuoco a tratti, fuori gioco, fuori budget, fuori concorso, fuori dai binari, fuori misura, fuori dal mondo, fuori moda, fuori tema, fuori stagione, fuori onda.
Eppure so che non sono fuori strada. E nemmeno fuori mano.
Sono dove e come devo essere, anzi dove e come voglio e posso essere. E continuo a camminare. Ma ogni tanto riposerei volentieri.


domenica 12 aprile 2015

La filosofia del My little pony

L'altro giorno una tizia incontrata per la prima volta mi ha raccontato un aneddoto.
Sua figlia ha 4 anni. Amava molto il cartone My little pony (un assaggio qui). Ora lo guarda, ma non si appassiona più come una volta. La bimba guarda altri cartoni animati, ma senza voglia, senza trovare niente che la entusiasmi davvero. Questa bella mamma bionda si è accorta che sua figlia è triste, che vorrebbe trovare qualcosa che la appassioni di nuovo. E lei la osserva e pensa che per diventare grandi bisogna attraversare questa fase di malinconia, in cui il vecchio non ci dice più nulla e bisogna solo andare avanti, avere il coraggio di cercare qualcosa di nuovo. 
E io mi sento così. In un limbo in cui il vecchio me lo sarei tenuto, ma senza entusiasmo, e il nuovo non so dove sia. Non parlo ovviamente solo di uomini (sarebbe tutto così semplice se avessi anche solo nei pensieri qualcuno, o se uscissi a cercarlo in preda alla furia) ma di tutto. La vita che facevo, i passatempi che mi appassionavano, le scelte che pensavo mi fossero chiare, le abitudini consolidate. 
Qualcosa resta, saldo e solido. Qualche cosa si allarga. Qualche cosa si restringe e la guardo svanire con una malinconia che mi spezza il cuore. Ma ho solo due possibilità davanti: restare attaccata al vecchio per abitudine, o uscire/entrare in me a cercare il nuovo. 
Attendo. Uso questo periodo di risacca fino alla prossima onda, che mi porterà altrove. E mi illuderò di sceglierla io questa onda e in qualche forma lo farò davvero, ma mai completamente perché io non esisto davvero, e di nuovo l'onda mi lascerà da qualche parte con la malinconia e di nuovo attenderò e ne sceglierò un'altra. Speriamo siano onde lunghe, perché la malinconia è una compagna esigente, non vorrei incontrarla troppo spesso. 



venerdì 10 aprile 2015

Che figata!

Quando molte delle nostre energie sono occupate a preservarci dal dolore presente o dai dolori passati, oppure a nascondere le vergogne che ci sembrano impossibili da condividere senza far fuggire le persone che ci amano, oppure a crearci un mondo perfetto a prescindere dalla realtà, oppure a tenere a bada i nostri bambini cattivi, oppure a pensare a ciò che si dovrebbe fare o a come si dovrebbe essere invece che fare ed essere ciò che possiamo e vogliamo,  allora non riusciamo a vivere pienamente.
Quando per caso o sforzo o entrambi richiamiamo le energie a noi, al qui ora adesso vero reale possibile e fattibile, la vita sembra un posto meraviglioso. E diventa un posto meraviglioso, in cui tutto è al suo posto, dolore vergogne sbagli inclusi.
E questo non l'ho letto in un cazzo di libro di psicologia o di psicomagia o di spiritualità. Questo l'ho visto accadere, a più riprese, in me. Ma mai con questa potenza.
E sarà passeggero, come tutto. Ma ora so che è possibile usare le mie energie per me, e quindi per gli altri, invece che sprecarle per contenere ciò che è difforme, non consono, inadeguato, sbagliato, non previsto, e so che lo potrò fare ogni volta che perderò questa sensazione di pienezza ed energia che sento ora.
E non avrò bisogno di stregoni santi o psicologi che intercedano per me, anche se li ringrazio molto per ciò che hanno fatto. Perché ora so che volere è potere. E dovere è morte.
E mi sembra così ingiusto e triste che chi amo e anche chi non amo non riesca a capire che c'è un punto in noi in cui la vita scorre potente. Il fottuto problema è che raggiungere questo posto è un'impresa difficilissima, e noi umani siamo codardi. Ma anche questo è perfetto, e anche la nostra codardia si può trasformare in carburante. Basta accettarla.


mercoledì 8 aprile 2015

Trovare cercare imbattersi inciampare

Ho camminato per Corso Sempione, poi per il parco, poi ho preso la metro a Cadorna all'ora di punta.
Ragazzi che limonavano con vecchio nei paraggi che fingeva di telefonare ma intanto li guardava lussurioso oppure curioso, venditori ambulanti che sorridono chissà se realmente o per inerzia, riflessi su pantaloni di pelle, gente che agonizzava nella corsa, gente che correva atletica. Ragazza con leggings che mi piacevano, impiegati tristi, una dark anoressica fuori tempo massimo, milanesi imbruttiti e milanesi imbellettati per cocktail alla Triennale. Cani, palestrati italiani sudamericani russi che si allenano, turisti francesi, fidanzato che finge di voler andare a vedere una mostra, fatica nel telefono, esuberanza, fretta, cazzeggio con le lentiggini dell'adolescenza. Mani che reggono borse, spalle che reggono zaini. Occhi che guardano schermi o schermi che prosciugano gli occhi.
Ondate di vuoto e di troppo, la testa che da quando sono tornata dalla meditazione mi formicola e si stringe e si allarga.
Cose che si fanno parole che si fanno cose che di fanno parole. Mente che tutto ingloba e trasforma.
Vedo camminare sacchi di cause ed effetti. Punti interrogativi saldati tra di loro, catene inesorabili. Le sento tintinnare, o più spesso raspare i pavimenti. Siamo sacchi di carne pieni di cause ed effetti. Alcuni inconsapevoli, altri consapevoli, felici o infelici, pochi per merito molti per caso caos destino, nessuno per colpa.
Mi sforzo di restare lucida. Ma salgono onde fortissime. Che mondo è? Perché non scoppiano tutte le centrali nucleari insieme, così da azzerare tutto? No no no, nessuno merita di morire. Ma nemmeno di vivere. Nessuno ha chiesto di vivere. Ma tutti vogliono vivere felici. Chi con gli altri, chi contro gli altri, chi grazie agli altri, chi da solo.  Pubblicità nella metro. Muri di persone. Odore. Caldo del riscaldamento, freddo dal tunnel.
Un attimo prima del mio crollo: parte in testa la canzone dei Monty Python, sigla d'apertura de Il senso della vita. La vita è seria, ma non va presa sul serio. Tutto ha un senso e ci si arriva comunque. Chi cerca trova. E chi non cerca trova ciò che non cerca e lo prende per buono.



lunedì 30 marzo 2015

Nel sole.

Vorrei credere in Dio. Almeno avrei qualcuno contro cui arrabbiarmi.
E invece fumo, e non riesco a meditare per placare la rabbia con metta. E nemmeno a dormire. 
Ora però ho comprato i Plasmon. Che fanno bene ai bambini. Ai bambini interiori sofferenti, e anche ai bambini non nati.